"L'ospite", racconti di un giornalista che ha seguito le elezioni in pullman

In anteprima un capitolo del libro di Andrea Marinelli

Notti accampato su divani di sconosciuti, autobus, austop e collette. Sembra di descrivere l’avventura on the road del protagonista di un romanzo contemporaneo di Jack Kerouac, e invece è stata la vita lavorativa di Andrea Marinelli, un giornalista italiano all’inseguimento delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Ma sempre di letteratura si tratta. Marinelli, redattore ad America24 e freelance per diversi quotidiani italiani, tifoso del Perugia trapiantato a New York, ha raccolto in un libro, "L'ospite", le storie della sua esperienza americana, raccontate giorno per giorno nel suo blog.

Il titolo allude alla condizione in cui ha deciso di seguire le primarie: da ospite, in 15 stati americani, dall’Iowa alla Louisiana, dormendo sui divani di chi rispondeva agli annuci su couchsurfing. Senza un budget sufficiente a seguire le elezioni come i corrispondenti sponsorizzati da una testata, Marinelli ha deciso di spostarsi in autobus e autostop, di chiedere ospitalità e di raccogliere fondi online (tramite il suo blog ha ricevuto più di 4000 euro). Il risultato è un’esperienza che guarda alle primarie americane con gli occhi di chi poi, la sera, invece di chiudersi in un albergo, entra in casa di uno sconosciuto, nella vita quotidiana dei potenziali elettori, in un confronto con le facce e le vicende del Paese di cui si sta discutendo il futuro nelle arene.

“Senator, he is a paisà”, (senatore, lui è un paisà) sarà una frase che Marinelli non scorderà mai. E’ la presentazione che gli è valsa un’intervista a Rick Santorum, il candidato repubblicano ultracattolico, durante un comizio a Denver, in Colorado. La città era bloccata per la forte neve e Marinelli ha raggiunto la sede del comizio riuscendo, per miracolo, a trovare un taxi. Come giornalista della stampa straniera non avrebbe facilmente ottenuto un’intervista con un candidato, ma in suo aiuto è arrivato Tom, italoamericano della squadra di Santorum, conosciuto sul posto, che lo ha presentato all’ex senatore della Pennsylvania facendo leva sulle sue origini (il nonno di Santorum era di Riva del Garda). Episodi come questo, la cronaca politica di un addetto ai lavori, il diario di un viaggio nel cuore dell’America, si mescolano sulle pagine de "L’ospite" diventando la metafora della vita di un giovane professionista che non si arrende.

Tutto, dall’organizzazione del viaggio alla copertina del volume, è stato pensato recuperando il motto della controcultura americana al tempo di Ronald Reagan, DIY, Do It Yourself (fai da te). La grafica della copertina è stata disegnata da Martina Zappia, la sua ragazza, e il disegno dell’autobus del retro dal fratello di Martina, nostro collega, Domenico. E’ un prodotto “fatto in casa”, che come tutte le cose genuine ha trovato sostegno. A firmare la prefazione del libro è Massimo Gaggi, corrispondente del Corriere della Sera, con cui Marinelli ha condiviso tanti chilometri e incontri tra politici. Per lui, Marinelli "è un reporter curioso" e spontaneo, "che non dà nulla per scontato, che non ha la posa annoiata di chi ha già sentito e visto tutto". E', come ospite sui divani d'America per inseguire le primarie, "una sorta di laboratorio vivente di un mestiere che sta cambiando pelle". 

Di seguito pubblichiamo in anteprima il terzo capitolo del libro, ambientato in South Carolina.

19-22 gennaio 2012

Stamattina sono uscito di casa all’alba, con la paura di fare una cazzata. Fa freddo e non c’é nessuno per strada. Raggiungo in metro la stazione di Grand Central e salgo su un autobus diretto all’aeroporto di Newark, in New Jersey da dove volerò verso Charleston, South Carolina. Attraversiamo il fiume Hudson passando dal Lincoln Tunnel, che connette Manhattan al resto dell’America. Mi volto a guardare New York. Il sole spunta fra i grattacieli di midtown e continua a salire mentre lo guardo da dietro il vetro sporco di questo pullman semivuoto. Una palla di fuoco sorge fra i suoi palazzi, colorandoli di arancione.

A darmi un divano dove dormire a Charleston sarà Kayleigh, l’unica persona ad avermi risposto quando stavo per demordere.

«Se aggiungi qualche informazione al tuo profilo mi farebbe molto piacere ospitarti», mi ha scritto due giorni fa dopo aver guardato il mio profilo sguarnito su CouchSurfing.

Mi sono affrettato a ricordare i miei film, cantanti e libri preferiti, mi sono descritto maldestramente nella biografia e le ho risposto immediatamente.

«Ok, puoi stare da noi», mi ha comunicato aggiungendo l’indirizzo di casa sua quando mancavano meno di ventiquattro ore alla mia partenza e ancora non ero riuscito a capire dove avrei passato la notte.

A darmi il benvenuto sarà il dibattito Cnn del 19 gennaio, il primo a cui assisto dal vivo e il primo senza Rick Perry e Jon Huntsman che si sono ritirati. È anche il primo dibattito a cui assisto dal vivo. Per Romney però non sarà semplice. Proprio mentre l’alba colorava New York, l’ex governatore del Massachusetts passava il giorno peggiore da quando lo scorso 2 giugno ha annunciato ufficialmente la propria candidatura da una fattoria di Stratham, in New Hampshire. Prima gli hanno sfilato la vittoria in Iowa, Stato che dopo un secondo conteggio é andato a Santorum per trentaquattro voti. Poco dopo Perry si é ritirato ma ha dato il suo endorsement a Newt Gingrich. Per finire, tre diversi sondaggi hanno dato Romney al secondo posto in South Carolina, proprio dietro a Gingrich.

Il divano di Kayleigh non sarà il massimo per dormire, ma sicuramente sarà molto più piacevole della lurida stanza Motel 6 di Des Moines. Una stanza consumata. Kayleigh e la sua coinquilina Tatiana mi hanno accolto felici ma un po’ titubanti, visto che sono il loro primo couchsurfer. Mi offrono delle lenzuola e una coperta per dormire. Per sdebitarmi gli ho promesso che cucinerò la mia famosa pasta all’arrabbiata. Un piatto unico. Nel senso che è l’unico che so fare ed è molto più facile da vendere agli americani che agli italiani.

Tatiana è di Greenwich, in Connecticut, ricca cittadina di banchieri di Wall Street a quaranta minuti di treno da New York. Ha girato mezza Europa mandando a casa cartoline che Kayleigh ha guardato sognando e ha attaccato alle pareti del salotto. Kayleigh invece è cresciuta a due ore da qua e in camera ha due criceti grossi come gatti, scampati a un crudele destino da cavia grazie a un suo professore che poi glieli ha affidati. A quanto mi dicono, Kayleigh li tratta come persone. Ha avuto il cuore di accoglierli in camera, un po’ come ha fatto con me.

Tutti al North Charleston Coliseum si girano contemporaneamente di novanta gradi e giurano sulla bandiera con una mano sul cuore.

I pledge allegiance to the flag of the United States of America, and to the republic for which it stands, one nation under God, indivisible, with liberty and justice for all.

Ripetono tutti insieme il “Pledge of allegiance”, il giuramento di fedeltà alla bandiera e al paese scritto dal ministro battista Francis Bellamy nel 1892 e adottato ufficialmente dal Congresso degli Stati Uniti nel 1942. Solo la frase “one nation Under God” fu aggiunta più tardi, nel giugno 1954, grazie a una risoluzione congiunta del Congresso.

In sala stampa se ne sono fregati tutti, continuando a picchiettare sulle tastiere del computer con indifferenza. Sono seduto fra Le Figaro e un giornale di cui ho difficoltà a identificare la provenienza ma che sospetto essere scandinavo.

Per sfamare i giornalisti, Cnn offre un wrap al prosciutto, uno al tacchino e uno vegetariano. Ci sono anche due vasche piene di ghiaccio con bibite e bottigliette d’acqua, oltre a due ceste ricolme di mele e banane. La stanza è enorme, con un maxischermo dal quale ogni tanto fanno capolino i candidati sorridenti.

In South Carolina, Gingrich è dato in vantaggio in tutti gli ultimi sondaggi, ma oggi pomeriggio la sua ex moglie Marianne ha raccontato che il marito le propose un matrimonio aperto, proprio nel periodo in cui si scagliava contro Bill Clinton, colpevole di essersi intrattenuto con Monica Lewinsky. Marianne e Newt erano infatti ancora sposati quando lui iniziò la sua relazione con l’attuale moglie Callista.

Ovviamente il moderatore comincia il dibattito proprio con una domanda sulle dichiarazioni della seconda signora Gingrich. Spiega le accuse al pubblico e chiede al candidato se vuole commentare.

«No», grugnisce Gingrich. «Ma lo farò».

Lo speaker definisce la storia ignobile e contrattacca, dichiarando vergognoso che Cnn abbia deciso di iniziare un dibattito presidenziale in questo modo. Gingrich strappa applausi convinti che si trasformano in ovazione quando lancia l’offensiva finale, dicendosi stufo dei media che proteggono Barack Obama e attaccano i repubblicani. Per Gingrich il dibattito è in discesa, mentre Romney è nervoso al termine della sua giornataccia e Santorum è intermittente. Ron Paul sembra essere capitato sul palco per caso, sfiorato solo di rado dalle domande di King o del pubblico. Partito col botto, il dibattito perde slancio velocemente e si conclude con una netta affermazione di Newt Gingrich.

Dopo il dibattito politici, giornalisti, consiglieri dei candidati, cervelli delle campagne elettorali, lucide menti del partito repubblicano, vecchie volpi del palcoscenico politico, strateghi del Grand Old Party e parlamentari accompagnati dalle elegantissime mogli entrano nel grande frullatore della spin room, una sorta di sala stampa senza sedie.

La governatrice del South Carolina Nikki Haley, eletta nel 2010 con il sostegno di Romney, Sarah Palin e dei Tea Party, ha ricambiato il favore e conferma l’endorsement all’ex governatore del Massachusetts. Nata a Bamberg, South Carolina, da una famiglia Sikh del Punjab, domani compie 40 anni. E’ giovane e agguerrita, e mentre parla punta spesso il dito affusolato contro il proprio interlocutore, quasi esclusivamente giornalisti delle grandi testate americane che si muovono a ondate. Ascoltano qualche parola e poi corrono verso qualcuno di più importante, con in mano un microfono, un bloc notes pieno di scarabocchi illeggibili e una penna che mordicchiano compulsivamente, tutti con la paura di finire con il buco in pagina domani.

L’unico candidato a presentarsi nella spin room è Santorum, spettinato e con lo sguardo vagamente folle. Viene immediatamente circondato dai giornalisti. Un fotografo sale su uno sgabello portatile per scattare foto dall’altro. Un altro fotografo, alto due metri, immortala l’ex senatore senza problemi da sopra la mia testa.

King Street è piena di bar, a loro volta pieni di gente. Quando torno a casa di Kayleigh e Tatiana è quasi mezzanotte e andiamo a prenderci una birra insieme. Mi riempiono di domande sull’Italia e sui problemi della nostra economia di cui hanno sentito parlare all’università. La notte a Charleston è vivace. Molti locali fanno musica dal vivo e sui marciapiedi tantissimi giovani fumano sigarette fra una birra e l’altra. E’ solo giovedì e l’aria è tiepida e frizzante. Piacevole. Mi bevo due Yuengling, la più antica birra d’America, mentre Kayleigh e Tatiana sorseggiano una lattina Pabst Blue Ribbon, quella a buon mercato simbolo di hipster e studenti.

Kayleigh è bionda, minuta e con gli occhi azzurri. Ha gli zigomi sporgenti e pare sia una brava cuoca. Fa sculture di cartapesta colorate che tiene sopra al frigorifero di casa e ripete spesso “amazing” strisciando la seconda “a”, lasciando trasparire una predisposizione allo stupore e all’entusiasmo. Tatiana è il suo opposto. Ha un innato portamento elegante e lunghi capelli neri e ricci. La sua carnagione è olivastra e mediorientale, i tratti marcati e il carattere deciso. Si conoscono da tre anni, ma vivono insieme soltanto da settembre. Sembra vadano d’accordo. Finito l’articolo che dovevo consegnare entro le 3 di notte mi addormento a fatica sul divano reclinabile color salmone, troppo stretto e corto per poter passare una notte agevole.

Alle 5.30 di mattina mi sveglia una telefonata di Radio 3, a cui devo raccontare il dibattito. Prima di finire in diretta mi vesto, lascio la porta di casa socchiusa ed esco in strada per non svegliare le ragazze. Sento il mio accento perugino che mi rimbomba nelle orecchie, mentre definisco Romney «una specie di disco rotto». Passa un pick up carico di ragazzi ubriachi che urlano.

Parlare in pubblico mi ha sempre imbarazzato. Mi succedeva già durante le interrogazioni a scuola o con gli esami universitari. E ora mi ritrovo in diretta su Radio 3 con un collega che mi riempie di domande mentre io ho due ore di sonno alle spalle. Con un lampione che mi illumina gli appunti e la voce impastata sopravvivo all’interrogazione che arriva da Roma, saluto e torno al mio divano dolcemente inospitale.

Mi sveglia il sole e le voci allegre di Kayleigh e Tatiana, eccitate per l’arrivo in città di Stephen Colbert, un Neri Marcorè americano, cresciuto qua a Charleston in una numerosa famiglia irlandese di undici figli. Secondo un sondaggio, in South Carolina Colbert prenderebbe il 13% dei voti se sfidasse Obama e Romney. Esco di casa con il sole pieno che mi riscalda il viso e illumina la strada, dove passa un ragazzo in bicicletta con la maglia nerazzurra di Eto’o.

Sto aspettando il mio panino con i gamberi fritti, che qua chiamano fried shrimp po boy, da Jestine’s Kitchen, un ristorantino cajun con le tovaglie a scacchi bianchi e rossi che mi ha consigliato Kayleigh. Non ho mangiato quasi nulla e sono ormai le 5 del pomeriggio. Stamattina mi sono infilato in uno Starbucks per fare colazione e lavorare.

Starbucks è il mio ufficio con succursali in tutta America. E’ una delle multinazionali più grandi al mondo, una catena di coffee shop di Seattle che ha negozi dappertutto tranne che in Italia. Uno di questi è all’angolo fra la 69th street e 1st avenue, proprio sotto casa mia a New York.

E’ là che, mentre ero alla ricerca di un ufficio, ho preso l’abitudine di andare ogni mattina per lavorare ai miei articoli di giornalista senza scrivania. I miei colleghi sono due barboni, uno che vive avvolto in buste della spazzatura per ripararsi dal freddo e diffonde un odore da mercato del pesce, l’altra che siede composta al lungo tavolo di legno e scatarra rumorosamente verso il cestino distante mezzo metro, centrandolo raramente.

Spesso me la cavo facendo colazione con un tortino al limone, visto che da quando ho smesso di fumare ad aprile non bevo più caffè, altre volte non prendo nulla, come tutti gli altri giovani squattrinati che come me lavorano a quel tavolo.

Intorno a me vengono spesso a cercare conforto e riposo i parenti dei malati ricoverati nei tantissimi ospedali del quartiere e più di una volta ho assistito a conversazione del genere «i dottori si augurano che superi la notte», oppure «in questo momento è in sala operatoria, speriamo che ne esca vivo». All’inizio sentire queste frasi mi lasciava con gli occhi sbarrati e le mani bloccate sulla tastiera poi mi sono rapidamente adattato. A volte però ho ancora l’impressione di essere nella corsia di uno di quegli ospedali, mentre scrivo di Obama, Romney e di quanto succede in America.

Stavo ripensando ai due signori con cui ho diviso ieri la navetta dall’aeroporto. Uno aveva l’aspetto sano di un benestante appagato, era arrivato dal Maryland con la moglie per fare una sorpresa alla figlia che oggi compie trent’anni. Qualche settimana fa è stato al Guggenheim a New York con uno dei suoi figli e non sapeva che non avrebbe trovato nulla appeso ai muri, ma solo le opere di Maurizio Cattelan che penzolavano dal soffitto. Era ancora ancora entusiasta per l’idea. L’altro era più magro e con la pelle secca. Credo non sia mai stato sposato. Era un appassionato d’opera di un’oscura contea della Pennsylvania. Assomigliava vagamente a Steve Buscemi, solo un po’ più vecchio e pettinato. Mi ha chiesto della Scala di Milano e mi ha raccontato un divertente aneddoto sul Don Giovanni di Mozart che non ho capito. Poi all’improvviso mi ha chiesto se ero mai stato a Spoleto. Credo di aver sgranato gli occhi mentre gli rispondevo di aver passato gran parte della mia esistenza a mezz’ora da là. Beh, a quanto pare a Charleston si tiene ogni anni l’edizione americana del Festival di Spoleto, cosa che vergognosamente ignoravo. Ho accuratamente evitato di dirgli che al Festival non ci sono mai stato. Nel frattempo è finalmente arrivato il mio po boy.

Il lungofiume di Charleston è ordinato. Alcuni vicoli ricordano più quelli di una cittadina del sud della Francia che quelli di una grande città americana. Nonostante sia stata fondata dagli inglesi alla fine del diciassettesimo secolo, la città ha subito il forte influsso di spagnoli e francesi e ha attirato negli anni francesi, scozzesi, irlandesi e tedeschi, che hanno contribuito allo sviluppo dei gruppi cattolici e protestanti. Essendo terra di evangelici, le strade sono piene di chiese maestose.

Charleston era anche il principale porto dove arrivavano le navi cariche di schiavi catturati in Africa e venduti in America. Il mercato degli schiavi è ancora in piedi, ma oggi è diventato un normale mercatino di cianfrusaglie probabilmente arrivate dalla Cina. Intorno ci sono bar alla moda e ristoranti raffinati, dove i camerieri apparecchiano elegantemente la tavola un’ora prima dell’apertura, facendo risuonare nell’aria il rumore di posate e bicchieri. Ancorata al lungofiume c’è una nave da crociera, mentre dall’altra parte del fiume Cooper si vede in lontananza una portaerei, uno dei numerosi tipi di imbarcazioni che mi attraggono terribilmente sin da bambino, ma su cui non ho mai avuto l’occasione di salire.

Un paio d’ore dopo a soddisfare il mio desiderio ci pensa Newt Gingrich, che ha deciso di spostare il suo ultimo rally prima del voto dal North Charleston Coliseum alla portaerei. A terra c’è un barbecue organizzato dai sostenitori dell’ex speaker. Sul ponte della USS Yorktown, di stanza nel Pacifico dai primi anni Quaranta al 1970 e impiegata nella guerra del Vietnam e nel recupero dell’Apollo 8, c’è una piccola folla che aspetta Gingrich di fronte a un aereo da guerra. Una coreografia tipicamente pacifista.

Dal 1975 è ancorata qua a Mount Pleasant ed è diventata un museo, dove sono in esposizione numerosi aerei degli anni Quaranta e Cinquanta. Un’orchestra suona musica bluegrass e in lontananza si vedono le luci di Charleston. Il vento spazza il ponte prima che una piccola pioggerellina costringa lo staff a spostare il comizio nella pancia della nave. L’orchestra bluegrass e il suo cantante, armato di banjo e cappello di paglia con nastro rosso bianco e blu, restano bloccate sul ponte. Più sotto, davanti a un’enorme bandiera americana, è stato allestito il nuovo podio per Gingrich, che è in ritardo. Il pubblico è aumentato, ci sono tanti giovani per un vecchio politico come lui e parecchie tipiche famiglie del sud, padri e figli vestiti con l’abito della festa.

Un gruppo di politici locali intrattiene la folla, aspettando l’arrivo dello speaker. Un energumeno con un anello d’oro al dito grosso come quello di Perry prende la parola e inizia una preghiera collettiva al microfono. Mentre tutti lo imitano incrocia le mani davanti alla pancia, abbassa la testa, chiude gli occhi e chiede a Dio la forza per sconfiggere Barack Obama.

Gingrich arriva qualche minuto dopo, invitando sul palco un gruppo di boy scout che erano in platea. Circondato dai ragazzi in uniforme, con al fianco la moglie Callista nella sua classica posa con le mani congiunte e un caschetto di capelli biondi che non si muovono mai., Gingrich sfoggia un populismo senza scrupoli promettendo lavori al porto di Charleston. Poi si dedica a firmare copie del suo libro.

Dopo una giornata intensa me ne sarei andato a letto volentieri. Uno dei problemi del couchsurfing però è che non sempre puoi andare a dormire quando vuoi. Quando ho chiamato Kayleigh era in un bar di King Street, non lontana da casa. «Va beh», mi dico, «una birra me la faccio». E’ venerdì notte. Il Mercury Bar ha aperto da poco ed è uno dei posti più cool di Charleston. C’è la fila per entrare e trabocca di gente. Mi tocca.

Rispolvero il mio spirito da guerriero della notte e seguo le ragazze in pista molleggiando sulle mie gambe di legno mentre due dj di origine asiatica sbraitano al microfono e mettono musica fra il trash e l’angosciante. Hanno il cappellino da baseball con la visiera piatta e portata di lato. Nel frattempo Tatiana e Kayleigh, con le gocce di sudore che gli scendono sulla fronte, si lasciano andare spensierate fra le braccia di due energumeni che le abbracciano da dietro. Cinque ragazzi bianchi ed enormi, con i capelli da marine e il fisico da giocatori di football, improvvisano passi di breakdance fra gli applausi degli amici. Sono rassegnato, sfodero il sorriso delle grandi occasioni e mi lancio nella mischia. Per fortuna i bar a Charleston chiudono alle due.

Uscendo ci imbattiamo in un buttafuori nazista del South Carolina, un suprematista bianco con il pizzetto, gli occhiali a specchio anni ottanta, la pelle unta e un giacchetto di jeans senza maniche ma con una bandiera confederata, una tedesca e la scritta “white wolf” sulla schiena. Ha lo sguardo irascibile e bellicoso e borbotta frasi che non riesco a decifrare ma che suonano decisamente minacciose.

Si chiudono le danze, ma non è ancora ora di andare a dormire. Ci avviamo verso casa della loro amica siriana Susu, con tanti bracciali d’oro che le dondolano sul polso. Sono le due di notte e Susu ha molta voglia di parlare. Improvvisa una lezione sull’alfabeto arabo e ci presenta il cane Malachy.

«Devi vederlo», mi aveva detto Tatiana poco prima di arrivare a casa dell’amica. «E’ il cane più grande di Charleston».

Malachy esce dalla stanza barcollando e assonnato, e lo capisco. Ha striature grigie sul corpo e gli occhi annacquati e indifferenti. Annusa Susu con pigrizia, dà la zampa e si stende pancia all’aria alla ricerca di carezza. Peserà oltre cento chili. Guardando Malachy che si rotola sulla moquette Kayleigh ci racconta la storia di sua madre, che più di dieci anni fa ha avuto un tumore al seno. Da allora è guarita, sta bene, ma nessuna compagnia assicurativa ha più voluto venderle una polizza. Nonostante siano passati più di dieci anni.

Durante queste primarie si sta parlando molto di sanità. I repubblicani vogliono abrogare la rivoluzionaria riforma di Obama, che estende la copertura sanitaria a trenta milioni di americani che prima non l’avevano. Approvata nel marzo 2010, senza neanche un voto dei conservatori in Congresso, la riforma obbliga tutti i cittadini ad acquistare un’assicurazione sanitaria entro il 2014 oppure a pagare una multa. Questa però è la sezione più controversa della cosiddetta Obamacare. I repubblicani ritengono infatti che sia anticostituzionale, dal momento che impone un obbligo ai cittadini, e che non sia sostenibile per le casse dello Stato. Per conquistare il voto dell’ala destra del suo partito Romney, che ne ha approvata una simile quando era governatore del Massachusetts, è spesso costretto a sviare l’argomento o a prometterne l’abrogazione una volta entrato alla Casa Bianca. Mentre Malachy mi lecca una mano con una lingua grossa come una ciabatta mi domando cosa ne pensi la madre di Kayleigh.

Arriviamo a casa dopo le tre. Chiedo il permesso, accordato, di cambiare divano. La notte passa veloce e piacevole. Quando mi sveglio compro un biglietto d’autobus per Miami. Sono quasi ventidue ore di viaggio, con sette di scalo a Savannah, in Georgia. Parto domani pomeriggio, arrivo lunedì a ora di pranzo.

Dopo essere stato ripetutamente ignorato o rifiutato su CouchSurfing a causa dell’assenza di raccomandazioni di altri utenti – quelle che dovrebbero attestare la mia affidabilità – mi stavo accingendo a prenotare un modesto alberghetto in stile art déco a qualche metro dalla spiaggia di South Beach che sarebbe stato letale per i quattro spicci rimasti nel mio conto in banca. Proprio mentre osservavo pensieroso la pagina della prenotazione Dario, buon’anima, mi ha offerto un materasso per terra che al confronto dei divani di Kayleigh suona come una stanza nella reggia di Versailles. Sta cambiano casa, ha venduto tutti i mobili e ha rimasto solo un divano per se e quel materasso per me.

Non ci conosciamo, abbiamo un amico newyorkese in comune, ma gli era sembrato di capire che non mi faccio molti problemi.

Mentre sabato sera tutti i principali network televisivi, da Cnn a Fox News, cominciano a proclamare Newt Gingrich vincitore delle primarie del South Carolina, su Charleston comincia ad abbattersi un violento temporale primaverile, uno di quelli con gocce pesanti come petrolio, condito da tuoni e fulmini. La faccenda non mi avrebbe toccato particolarmente se non fosse che mi ha sorpreso mentre mi stavo dirigendo a piedi alla Citadel, il college militare di Charleston, quartier generale di Rick Santorum. Candidati e giornalisti sono tutti emigrati a Columbia, la capitale dello Stato, e solo l’ex senatore della Pennsylvania ha deciso di restare in città. E io con lui. Probabilmente il motivo è lo stesso per entrambi: andare a Columbia sarebbe costato troppo. Anche Santorum non ha molti soldi per portare avanti questo viaggio.

Dopo aver resistito stoicamente per almeno venti secondi sotto la pioggia decido di infilarmi sotto il primo portico che trovo e aspettare che smetta. Inconvenienti del giornalista squattrinato. Mentre continuo a seguire i risultati sul telefono e a commentarli su Twitter per sentirmi meno solo, comincio a osservare la casa al 9/A di Race Street, all’angolo con Coming Street, cercando di capire che tipo sia il proprietario, se un sorridente esempio di southern hospitality oppure un redneck feroce deciso a ricacciare un cronista italiano sotto la pioggia con il forcone.

Il maialino di porcellana all’angolo della veranda comincia a farmi temere il peggio. Durante la mezz’ora che resto sotto la pioggia il proprietario però non esce, nonostante un paio di vigorosi starnuti avrebbero potuto quanto meno insospettirlo. Appena la pioggia rallenta decido di tornare a casa di Kayleigh per seguire i discorsi dei vincitori e non rischiare di ritrovarmi con le mie uniche scarpe fradicie.

Il South Carolina mi dà una importante lezione. Ero partito da New York giovedì mattina con Romney sicuro della vittoria e di una tripletta nei primi tre stati a votare. Il sabato sera Romney si ritrova ad aver perso non solo il South Carolina, ma anche l’Iowa, restando da solo con i sette delegati conquistati facilmente in New Hampshire, troppo pochi rispetto ai 1.144 necessari per ottenere la nomination repubblicana. In queste ultime quarantotto ore è successo di tutto, scandali, ritiri, accuse, endorsement, dimostrando quanto le primarie americane siano affascinanti e imprevedibili, quanto sia difficile vincerle anche se si hanno più soldi di tutti e si è l’unico candidato presentabile in un lotto di personaggi da circo.

La campagna elettorale comincia ad animarsi e Mitt Romney passa dall’essere il candidato inevitabile del Grand Old Party alle bastonate sui denti che gli hanno neanche troppo amichevolmente in South Carolina, i cui abitanti sanno cosa vogliono e fanno di tutto per ottenerlo. Nel 1861 fu proprio il South Carolina il primo stato a dichiarare la secessione dall’Unione dopo l’elezione di Abraham Lincoln, dando il via al conflitto.

Ora Romney, che ha perso di dodici punti contro un Gingrich rinato grazie al sostegno di evangelici e Tea Party, dovrà rimboccarsi le maniche e cominciare a spalare letame come gli altri. In Florida, però, per l’ex speaker sarà tutta un’altra storia.

Mike Green è un dipendente della Yellow Taxi Company di Charleston, città dove è nato e dove ha sempre vissuto. E’ afroamericano e la voce soddisfatta di chi si è svegliato di buon umore. E’ domenica mattina e le strade del centro sono ancora assopite.

«Ho votato Newt Gingrich», mi dice prima di scoppiare in una risata fragorosa e raccontarmi il motivo.

Una settimana prima del voto è arrivato in South Carolina il reverendo Jesse Jackson, forse la figura politica più importante della comunità afroamericana dopo Martin Luther King e prima di Barack Obama. Jackson è nato a Greenville, non lontano da qua. E’ un attivista per i diritti civili che si candidò senza successo alle primarie democratiche sia nel 1984 che nel 1988 e ha tenuto due comizi nel suo Stato natale per parlare alla comunità afroamericana.

«Sabato andate a votare. Votate per Gingrich, il candidato più debole, e cambiate a novembre votando Obama». Mentre lo racconta, Mike Green continua a ridere con gusto.

In South Carolina questo è possibile perché le primarie sono aperte: non è cioè necessario essere un elettore registrato per votare. Quella sera, tornato a casa, Mike ha chiamato tutti quelli che conosceva, portando a votare decine di persone che, come lui, si sono turati il naso e hanno votato Gingrich.

«Romney qua avrebbe vinto», ammette, «ma Gingrich è il candidato più debole e migliaia di afroamericani sabato sono andati a votare per lui, per aiutare Obama a conquistarsi il secondo mandato. E sarà così anche per i latinos, considerando quello che questi pazzi vogliono fare. Pensano di rimpatriare forzatamente le persone, separare le famiglie, portare l’esercito al confine»

Nei giorni successivi al comizio di Jackson a Charleston anche la moglie di Mike ha chiamato tutti quelli che conosceva, e così hanno fatto i loro figli. A votare secondo lui sono stati in migliaia, e a quanto pare il trucco ha funzionato.

«E lo ha visto quell’idiota ieri sera? Era tutto soddisfatto e neanche sapeva di aver vinto solo grazie a noi», mi ha detto scuotendo la testa mentre si allontanava, continuando a ridere forte.

E così mi lascio alle spalle il South Carolina, accogliente ma allo stesso tempo duro e sudista, con le bandiere confederate che sventolano tranquille sugli edifici pubblici. A New York sarebbero interpretate come un chiaro segno di razzismo, visto che quella confederata era la bandiera degli stati del sud che combattevano contro l’abolizione della schiavitù.

Ad aspettare con me l’autobus per Savannah alla stazione del Greyhound c’erano una coppia di giovani eroinomani bianchi con le braccia segnate, un messicano dai modi educati, due giovani ragazze nere con i libri sottobraccio che tornano al college dopo il weekend e un avanzo di galera con la moglie piena di cicatrici in faccia, che gli toglieva le briciole dalla camicia. Pensavo sarebbero venuti tutti in Georgia con me. Non mi sbagliavo, ma sono partiti verso Atlanta.

Alla stazione restano solamente il messicano e l’avanzo di galera, che esce a fumare di continuo. Sul mio pullman sale solo il primo. Fra tre ore saremo a Savannah. In tasca ho solo ventidue dollari, ma per fortuna ho anche un bancomat con ancora qualche soldo. Stare a Charleston mi è costato molto poco, neanche 100 dollari in quattro giorni. Forse a Miami potrò permettermi un costume da bagno.

Mentre attraversiamo gialli campi paludosi mi cade l’occhio sull’inserto domenicale del Post and Courier, il giornale locale. Si chiama Faith and Value e in copertina ha la storia di un rabbino hassidico di Greenville, dove è nato il reverendo Jesse Jackson, che ha donato un rene a una madre single israeliana che non conosceva.

Nel frattempo punto verso Savannah, prima di proseguire a notte fonda verso sud, verso il sole della Florida.