L'incognita del "town-hall": il dibattito più difficile

Il duello di stasera si disputa con le "domande del pubblico", format ostile sia per Obama che per Romney
John McCain e Barack Obama

Qualunque cosa accada, una cosa è certa: il secondo dibattito tra Barack Obama e Mitt Romney sarà molto diverso dal primo. Per la semplice ragione che il match di questa sera non si terrà con la modalità del semplice uno contro uno, ma con quella del cosiddetto "town-hall meeting", ispirata alla nobile tradizione delle assemblee dei cittadini nella sala municipale nelle prime cittadine del New England coloniale. Un dibattito in cui il pubblico non si limita a fare tappezzeria, ma interloquisce con i candidati formulando le domande.

Anche nel farsi campagna elettorale il singolo candidato tiene spesso dei “town-hall”, rispondendo a domande dei suoi sostenitori; ma la situazione è molto diversa quando, in un dibattito come quello di stasera, “la gente” - un'ottantina di persone sedute intorno al palco, selezionate dalla Gallup tra gli elettori indecisi – pone quesiti a due avversari, i quali rispondendo si fronteggiano un po' come su un ring di pugilato, alzandosi a turno da uno sgabello (persino gironzolando come degli intrattenitori, se vogliono).

Il ruolo del moderatore in questo caso consiste non nel formulare proprie domande, ma nel selezionare le più meritevoli tra quelle proposte dal “pubblico”, e nello stabilirne la sequenza. Ogni domanda viene rivolta ad uno solo dei due candidati il quale ha massimo due minuti per rispondere, dopodiché l’avversario ha due minuti commentare. Quindi sotto con un’altra domanda, a parti invertite.
Quest'anno il compito di moderare il “town-hall” è stato affidato a Candy Crowley della CNN, la quale in una serie di interviste ha lasciato intendere di non avere nessuna intenzione di limitarsi allo smistamento delle domande del pubblico: “una volta che il candidato avrà risposto, resterà del tempo per me, per inserirmi con interventi del tipo: ehi, aspetti un secondo, e come la mettiamo con x, y e z?”. Domenica Mark Halperin di Time ha rivelato che sia il Team Romney che il Team Obama hanno espresso preoccupazione rispetto a questa "invadenza" pretendendo, in base ad un accordo firmato dei due rispettivi staff (ma non dalla moderatrice), che la Crowley stia al suo posto e non pretenda di inserire proprie domande.

Non è un caso se sia dal quartier generale di Chicago che da quello di Boston trapeli tanto nervosismo. Il “town-hall” è una prova difficile: richiede ad entrambi i candidati una capacità di improvvisazione nettamente superiore a quella degli altri due dibattiti, e li pone alle prese con domande molto più sfacciate ed aggressive.

Otto anni fa ad esempio, in apertura del "town-hall" tra George W. Bush e John Kerry, una signora chiese al candidato democratico: “Senatore, dopo aver parlato con molti colleghi di lavoro e con molti parenti ed amici, ho chiesto a quelli di loro che mi hanno detto di non voler votare per Lei il perché della loro scelta, e loro mi hanno risposto che Lei è troppo voltagabbana. Ha una risposta per loro?”.

Quattro anni fa il più in ansia per la graticola delle "domande del pubblico" era Obama, oratore carismatico ma molto molto impostato, un prodotto da scripted events che non è mai stato bravo ad improvvisare. Il suo avversario di allora, il senatore repubblicano John McCain, è invece notoriamente un campione in questo tipo di prova. Tanto che in primavera McCain gli aveva proposto di confrontarsi in una serie di dieci “town-hall”, a prescindere dai tre dibattiti “rituali” di ottobre; lui inizialmente aveva abbozzato una disponibilità per un solo esperimento, ma poi il suo staff aveva escogitato qualche pretesto per non mettersi d’accordo con lo staff di McCain nemmeno per un solo match. Preferirono non correre rischi.

Il primo ed ultimo “town-hall” competitivo disputato da Obama è quindi quello nel quale affrontò McCain il 7 ottobre 2008 alla Belmont University di Nashville, in Tennessee. Era la prima volta che il candidato repubblicano era favorito in quel genere di confronto: tradizionalmente, sino ad allora l’informalità e il contatto diretto con la gente erano sempre stati più congeniali ai democratici. Memorabile, ad esempio, la pessima performance dell’aristocratico George Bush padre, che esattamente vent'anni fa , durante il primo “town hall” televisivo nella storia delle elezioni presidenziali, non riuscì a nascondere il suo fastidio e continuò a guardare nervosamente l’orologio, mentre l'allora sfidante Bill Clinton gigioneggiava con il pubblico con disinvoltura da showman.

Bush figlio invece, non essendo mai stato bravo ad improvvisare, affrontò sempre i “town-hall” come un supplizio, facendoli precedere da estenuanti trattative per ridurre al minimo gli imprevisti. Nel 2004 pretese che il consueto pubblico di “elettori indecisi” selezionati dalla Gallup venisse sostituito da uno equamente ripartito tra “soft democrats” e “soft republicans”, cioè tra persone già decise a non votare, in ogni caso, per uno dei due candidati, ed indecise tra il voto per l'altro e l’astensione.

Alla fine quattro anni fa Obama uscì vincitore dal quella prova: non tanto per aver messo KO McCain, quanto per non essersi fatto mettere alle corde disputando quella che, proprio per via del formato, si considerava per lui una partita giocata fuori casa. Grazie al gioco delle aspettative pareggio divenne una sua netta vittoria. Quest'anno è diverso: Romney non è John McCain, non è affatto un asso del “town-hall” - anzi. Da un lato la sua famigerata carenza di sintonia con l'americano medio, la sua difficoltà nel calarsi panni dell'uomo qualunque, e dall'altro la sua pericolosa inclinazione a lasciarsi sfuggire qualche battuta goffa e inopportuna, sono una combinazione esplosiva che rende per lui molto scivoloso il confronto quasi fisico con “la gente” sul quale è imperniato questo format.

Guarda caso ieri il Team Obama ha sparato uno spot d'occasione composto da un florilegio di affermazioni controverse pronunciate da Romney sia nei “town-hall” della sua campagna che nei dibattiti delle primarie. Poco scaramantico, per entrambi.

La posta in gioco questa sera è altissima. Prima del primo dibattito si era fatto un gran sentenziare che i dibattiti non spostano pressoché nulla nella campagna elettorale, ma dopo il flop nel primo match Obama ha cominciato a perdere colpi in tutti sondaggi. Ora i due candidati sono sostanzialmente appaiati sia in quelli nazionali che in quelli condotti negli Stati decisivi in bilico: nessuno dei due questa sera può permettersi un errore che, a tre settimane dal voto, potrebbe davvero rivelarsi fatale.