Aaron Sorkin torna al piccolo schermo, e si racconta a tutto tondo

Arriva la nuova serie "Newsroom", dall'autore di "The West Wing" e "The Social Network". Che dice la sua anche su Obama e su Twitter

Da non perdere assolutamente la lunga intervista che il mitico sceneggiatore Aaron Sorkin ha rilasciato a Mark Harris di Vulture in vista del debutto, domenica prossima, della sua nuova creatura: la serie "Newsroom", che segna il suo ritorno al piccolo schermo.

Sorkin è un fenomeno di raro talento. Debuttò appena ventottenne scrivendo (sui tovagliolini di un bar, narra la leggenda) l'opera teatrale "A Few Good Men", poi trasfusa nell'omonimo film di Bob Reiner del 1992 con Tom Cruise, Demi Moore e Jack Nicholson (in Italia "Codice d'Onore"), ambientato in una base di Guantanamo pre-Undici Settembre (ma con qualche profetica premonizione). Già allora si capiva che il suo talento era non tanto quello di congegnare chissà quali trame, ma quello di svilupparle in dialoghi (e monologhi) dal fascino ipnotico. Il trionfo sarebbe arrivato nel decennio successivo con la serie televisiva "The West Wing", eterno oggetto di culto per gli appassionati di politica americana di tutto il mondo, che negli anni di Bush raccontò, con molto realismo ma anche con qualche sapiente pennellata di romanticismo, la presidenza "alternativa" di un immaginario illuminato statista democratico, vista dal "dietro le quinte" dei consulenti, degli assistenti e degli speechwriter che lavorano nella ormai celebre "Ala Ovest" della Casa Bianca.

Sorkin, che di quella serie di successo planetario (non di rado si ritiene che i "suoi" dialoghi abbiano finito per fungere da modello per la politica reale, la cui retorica si è di fatto "sorkinizzata") scrisse solo le prime quattro "stagioni", dopo "The West Wing" si era principalmente dedicato al cinema (nel 2007 "La guerra di Charlie Wilson" di Mike Nichols, con Tom Hanks e Julia Roberts; nel 2010 "The Social Network" di David Fincher, il film sull'invenzione di Facebook che gli è valso un meritato premio Oscar), è ora tornato alla televisione con  questa nuova serie dedicata al mondo dell'informazione televisiva. Il protagonista è Will McAvoy, interpretato da Jeff ­Daniels: un volto noto delle news televisive che improvvisamente si ribella al comodo conformismo della finta equidistanza e si improvvisa opinionista d'assalto, di quelli che raccontano alla gente senza giri di parole "le verità scomode che nessuno vi vuole dire". Il tema della verità, spiega Sorkin, è quello centrale per tutta la serie:

Nessuno usa più la parola "mentire". Improvvisamente, tutto è “diversità di opinione”. Se se l'intero gruppo parlamentare repubblicano un giorno entrasse in aula e dicesse "la Terra è piatta", il giorno dopo il titolo del New York Times sarebbe “I Democratici e i Repubblicani non trovano un accordo sulla forma della Terra”.

Per la prima volta Sorkin firma una serie che non andrà in onda in un normale network trasmesso in chiaro, bensì sul priocipale canale della Tv via cavo, la HBO. La Tv via cavo, che si riceve su abbonamento a "pacchetti" di canali, è una realtà per certi versi analoga a quella che in Italia e la Tv satellitare, ma moltom meno di nicchia posto che in America il 95% delle case è cablata e oltre il 70% delle famiglie è abbonato. Sorkin spiega di aver accettato l'ingaggio di HBO per poter finalmente scrivere senza il condizionamento delle pause pubblcitarie (che in America sui canali dei network in chiaro sono molto più frequanti che in Italia: circa ogni otto minuti), e senza il condizionamento delle reazioni del pubblico, poiché la serie, costituita da un numero di più ridotto di puntate, va in onda solo dopo essere stata interamente girata, e non "in corso d'opera" come avviene sui grandi network che di conseguenza chiedono agli autori vari aggiustanmenti alla trama e ai personaggi a seconda del gradimento manifestato dai telespettatori.

Una peculiarità del protagonista, anche rispetto alle creazioni passate di Sorkin che ha sempre lavorato su idealisti liberal, è che stavolta si tratta di un repubblicano, anche se di tendenza non conservatrice (“Io sono un elettore repubblicano. Sembro di sinistra solo perché credo che gli uragani siano causati dall'alta pressione e non dal matrimonio gay"). "Se Josiah Bartlet, il Presdiente di The West Wing, era il Democratico che i Democratici vorrebbero tanto vedere, penso che Will McAvoy sia il Repubblicano che i Democratici vorrebbero tanto vedere", spiega. 

Ecco il primo trailer che ad aprile ha lanciato l'arrivo di "Newsroom":

Ed ecco l'ultimo, che un mese fa ha preannunciato il debutto del 24 giugno:

Nell'intervista Sorkin conferma di essere al lavoro sul prossimo biopic che la Sony sta producendo sulla vita di Steve Jobs, e conferma anche di aver trovato l'idea per trasformare in una sceneggiatura - titolo provvisorio: "The Comeback" - la storia vera del senatore Democratico John Edwards, già candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti nel 2004 a fianco di John Kerry e poi "terzo incomodo" fra Barack Obama ed Hillary Clinton nelle primarie del 2008, poi caduto in disgrazia per scabrose vicende di infedeltà coniugale e per un processo per corruzione e distrazione di finanziamenti elettorali, recentemente conclusosi un uma mezza assoluzione (Sorkin ha acquistato tempo fa i diritti del libro "The Politician", ex assistente di Edwards che poi sarebbe divenuto il teste chiave dell'accusa, e spiega di aver pensato di ambientare la narrazione nel contesto dell'interrogatorio di Young nei sotterranei di un edificio federale).

Sorkin, che conferma anche il suo scarso amore per le nuove comunicazioni social ("per promuovere la nuova serie mi avevano chiesto di iscrivermi a Twitter, come fanno molti sceneggiatori. Ma non mi va. Non credo di essere capace di scrivere nulla in 140 caratteri"), verso la fine dell'intervista risponde anche a una domanda su sue fantasie di prestarsi a fare da speechwriter aggiunto per Obama:

Qualche volta ho desiderato di poter dare un suggerimento retorico. Per esempio: hai bisogno che i più ricchi paghino più tasse. Perché non inquadrarlo come un sacrificio patriottico? Perchè non dire: per generazioni, sono stati soprattutto i figli e le figlie delle famiglie di classe operaia a combattere le nostre guerre, e molti di loro hanno pagato con l'estremo sacrificio... e ora abbiamo un'emergenza nazionale per far fronte alla crisi scoppiata nel 2008, e dobbiamo chiedere un sacrificio ad un altro gruppo di americani?

Ma subito ha un lucido (o retorico?) guizzo di umiltà: "Semplicemente penso di non essere abbastanza intelligente per capire perché non funzionerebbe".