Ad Alessandro Penso premio Time per fotostoria dell'anno, per il suo lavoro sui migranti

Intervista ad America24 del giovane fotografo che trascorre la vita a "grattare sotto il tessuto sociale" per raccontare la storia delle persone
Alessandro Penso /Alessandro Penso

L'emergenza migranti è forse uno degli eventi più documentati di sempre, dai fotografi di tutta Europa. Ce n'è però uno il cui lavoro si distingue per "profondità e sensibilità": il suo nome è Alessandro Penso, ed è il fotogiornalista italiano che è appena stato premiato da TIME per la Photo Story of the Year, il progetto fotografico dell'anno.

Penso, romano con una laurea in psicologia clinica alla Sapienza, ha seguito gli sbarchi dei migranti in Grecia, Croazia, Bulgaria, Marocco, Spagna, Francia. In alcuni casi ha lasciato da parte la macchina fotografica e il suo lavoro e si è limitato a essere un uomo, facendo ciò che qualunque uomo - secondo lui - avrebbe fatto al posto suo: dare una mano. Con la macchina fotografica però è riuscito ad aprire una finestra sulle persone che ritraeva, cogliendone, come si legge nella motivazione di TIME, "i pochi momenti di pace e solitudine, momenti che ci regalano una comprensione ancora più forte e profonda della loro disperazione".

L'abbiamo raggiunto al telefono per complimentarci e per fargli qualche domanda. Abbiamo parlato del suo mestiere, naturalmente, e anche di che cosa lo ha spinto a intraprendere questa strada. Di dove vada tracciato il confine tra fotografo e semplice essere umano. Di suo nonno, immigrato in Italia tanti anni fa da Corfù. E di che cosa non dimenticherà.

Domanda: Cosa significa, per il te fotografo, un riconoscimento così grande come quello di TIME? Quanto è importante per chi fa questo mestiere vedere premiato il proprio lavoro? Aiuta a lavorare meglio, funge da spinta, da propulsore?

Risposta: C'è sicuramente la soddisfazione dopo tanti anni di lavoro, tanti anni di impegno e di sforzi, energie, ostinazione, scelte: veder riconosciuto tutto questo, certo, fa piacere. Non può essere la spinta verso un riconoscimento a dare forza al lavoro, ma un premio può essere un bel modo per veder riconosciuti i propri sforzi, questo sì. In particolar modo se viene da una testata come TIME, che da sempre ha un approccio serissimo alla fotografia. Un premio può aprire delle porte, e questo per chi fa il fotografo, specie in Italia dove il mio è ancora un mestiere difficile da portare avanti, può essere molto importante. La cosa che però mi rende davvero felice, al di là di me, è che alla storia che racconto sia stato dato risalto internazionale.

D: Tu ti dedichi da sempre a temi sociali, al fotogiornalismo: quanto ha contato il tuo percorso (prima la laurea in psicologia clinica, e l'approdo alla fotografia solo a 27 anni), in quello che fai ora? E c'è un tipo di fotografo che non saresti mai voluto diventare?

R: Ho cominciato relativamente tardi, e all'epoca mi sembrava di partire con un handicap: mi chiedevo "come si fa a competere con gente che ha iniziato a 19 anni?". Io oltretutto non conoscevo nessuno nel mondo della fotografia, ero guidato solo dalla passione: da sempre mi incuriosiva il fotoreportage. Poi un anno ho deciso di staccare per un po', sono andato a Madrid, dove mi mantenevo facendo il cameriere, e per un periodo ho anche pensato di rimanere lì e iscrivermi a una scuola di fotografia. Alla fine però ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio a Roma (alla Scuola Romana di Fotografia, ndr): sono tornato in Italia ed è iniziato tutto così. In qualche modo sentivo che era qualcosa che mi rendeva felice, una vita a cui mi sentivo vicino. Come psicologo avrei sempre voluto lavorare nel sociale: in un certo senso adesso lavoro nel sociale da un'angolatura diversa, ecco.

Il mio percorso di studi ha influito sicuramente: credo sia ciò che fa sì che io mi concentri sull'individuo, sulla sua storia, sulle sue emozioni. Mi chiedo: chi è quella persona, che storia ha avuto, come vive, cosa sente? Raccogliere quello che sta succedendo nell'istante in cui sta succedendo mi interessa meno: sono le persone a darmi la spinta. E quello che mi interessa è riuscire a restituire qualcosa a quelle persone, ritraendo quello che provano in maniera onesta. Questo penso mi arrivi dalla psicologia. Io sono lì, sono un fotografo, ma loro stanno davanti a me con la loro vita: non posso soltanto prendere, devo anche dare.

L'aver iniziato tardi, alla fine, è quasi stato un vantaggio, almeno per me, perché quando sono arrivato alla fotografia avevo meno esperienza tecnica, ma più maturità.

Quanto al fotografo che non sarei mai voluto diventare, ti posso dire questo: sono una persona curiosa, e mi piace sperimentare. Più che esserci qualcosa che non farei a prescindere, c'è quello che ho sempre saputo di voler fare. Sto facendo esattamente il tipo di fotografia che avrei voluto sempre fare.

D: Come hai deciso di partire per questo viaggio nelle vite dei migranti: che cosa ti ha motivato, quando hai detto "parto"?

R: Veniamo da un Paese che nell'antichità è stato un crocevia di culture, e che oggi rappresenta la prima ancora di salvezza per tanti migranti. Le storie dei migranti mi hanno sempre molto toccato: dalla nave Vlora nel 1991 (la nave mercantile che 20.000 profughi albanesi dirottarono per poter raggiungere il porto di Bari nell'agosto del 1991, ndr), a mio nonno che partì da Corfù per venire a conquistarsi una vita in Italia, costruendo quella che poi sarebbe diventata anche la mia. Ho sempre pensato che queste storie non fossero raccontate nel modo giusto, che venisse dato poco spazio all'individuo.

D: In Grecia ci sono stati momenti in cui hai smesso di scattare per aiutare dei migranti: il tuo compito è documentare, ma quand'è che l'uomo prende il sopravvento sul fotografo?

R: Il compito di un fotografo è documentare ed essere testimone, però naturalmente c'è un senso civico, c'è il nostro essere umani. Ci sono casi in cui per forza ci si sente più uomini che fotografi. Ci sono momenti in cui va lasciata da parte la macchina fotografica: in varie occasioni mi sono trovato a trasportare feriti, o donne incinte. Ma penso che chiunque l'avrebbe fatto. In Grecia poi ho fatto per dieci giorni solo il volontario.

D: Un lavoro come il tuo espone senz'altro a molte emozioni, anche molto forti: è un po' come vivere sempre senza la buccia, senza protezione, anche per il proprio cuore. Tra i molti momenti "senza buccia" che avrai vissuto in questi mesi, ci racconti quelli che proprio non riesci più a toglierti dalla testa?

R: Vedere persone che avevano appena affrontato la traversata minacciate dai poliziotti. Profughi lasciati sotto la pioggia per giorni mentre facevano la fila per entrare nei campi di accoglienza. Dei siriani che cercavano la loro famiglia da due settimane e venivano cacciati da tutti: andavano ogni giorno a vedere i cadaveri, per scoprire se tra quelli c'era uno dei loro famigliari. Io ho trovato il cadavere del figlio diciassettenne di uno di questi padri, e non me lo scorderò mai.

D: Per l'appunto nel tuo progetto fotografico c'è anche un intento politico: denunciare, in alcuni casi, il modo in cui l'Europa sta gestendo l'emergenza migranti. Ecco, in questi anni hai potuto guardare il tutto da un punto di osservazione privilegiato: che idea di sei fatto su quel che si sta facendo male, e su quel che invece si sta facendo bene?

R: Io da anni sono disgustato da quello che vedo, da come si stanno accogliendo i migranti: mi si è frantumato spesso il cuore. Credo però che, come sempre, le persone siano molto più pronte dei governi: penso per esempio agli austriaci che sono andati a prendere i migranti sul confine ungherese. O a certi ragazzi di diciott'anni che hanno visto le mie foto e mi hanno scritto "Io vorrei aiutare, come posso fare, chi devo contattare?"

D: Che cosa volevi fare da bambino. E qual è il tuo sogno più grande, lavorativamente parlando, ora che sei adulto: un progetto che vorresti realizzare, per esempio.

R: Una cosa che ho sempre avuto chiara era la mia voglia di conoscere il mondo, di entrare in contatto con le persone. Io credo molto nel giornalismo lento, che va a grattare sotto il tessuto sociale, che va a cercare le storie che hanno bisogno di essere raccontate: mi piacerebbe potermi dedicare a questo, sempre e sempre di più. Avere il tempo e i mezzi per potermi buttare anche in progetti molto lunghi. Il fotogiornalismo deve essere lento: permettere a un professionista di entrare dentro alle cose, di capirle davvero. Ci vuole tempo per capire le cose.

Alessandro Penso /Alessandro Penso
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