Addio Andy Rooney, icona dell'America vecchio stile

Muore il decano della tv. Dall'era di Mad Men a un mondo che non capiva più

Aveva 92 anni, faceva televisione da sessanta, non c'è americano che non sapesse chi fosse: era Andy Rooney, commentatore della CBS e gran decano dei giornalisti tv, titolo che aveva ereditato dopo la scomparsa di Walter Cronkite nel 2009. Adesso è morto anche lui, a New York, per le complicazioni di un'operazione chirurgica. Era stato in onda fino all'ultimo, apparendo l'ultima volta il 2 ottobre a 60 Minutes, il settimanale di approfondimento che è da decenni lo standard aureo dell'informazione televisiva negli Stati Uniti.

Aveva inventato il television essay, il saggio televisivo, più o meno un editoriale in cui diceva la sua sul mondo e frequentemente se la prendeva con quello (ed era molto) che non gli piaceva. Era ormai era il vecchio burbero della tv, con le sopracciglia incolte che lo facevano prendere in giro dai comici, ma quasi sempre bonariamente: era una figura benvoluta, e parlava in un tono semplice che l'aveva fatto diventare icona dell'Everyman, il proverbiale americano medio.

Con Rooney se ne va uno degli ultimi legami con il mondo degli anni Cinquanta e Sessanta che oggi va di moda rivisitare nostalgicamente. La sua era la tv di Goodnight and good luck, il film in cui George Clooney ricorda in bianco e nero i tempi in cui producer e anchormen – ed erano tutti men, le anchorwomen erano ancora inimmaginabili – fumavano in studio (e dicevano, almeno secondo il regista, cose scomode per il potere).

Le cose un po' all'antica che Rooney diceva nei suoi essays, ne ha fatti più di mille, suonavano come frasi che sarebbero state benissimo in bocca a qualche personaggio di sceneggiati come Mad Men o Pan Am, dove gli anni Sessanta precontestazione vengono ricostruiti come una perduta età dell'oro.

Della tv aveva visto la nascita, facendo l'autore e il producer prima di passare dalla parte opposta della telecamera, anche se gli piaceva dire di essere soprattutto uno scrittore e giornalista. Al quale peraltro molti colleghi erano tutt'altro che simpatici: era famoso per i giudizi trancianti e non risparmiava i mostri sacri, nemmeno Hemingway, cui dava del pallone gonfiato (a ragion veduta: lo conosceva personalmente).

Proprio come l'America che rappresentava, però, a volte non capiva il mondo che lo circondava. Nel 1994 aveva avuto parole infelici dopo il suicidio di Kurt Cobain, prendendosi in risposta del vecchio scemo dalla scrittrice Anna Quindlen. Già nel 1989 era finito nei guai per aver detto in onda che "troppo alcool, troppo cibo, droga, unioni omosessuali e sigarette portano spesso alla morte prematura". Si era scusato, per poi ricascarci nel 2002 affermando che le donne non erano capaci di fare le giornaliste sportive "perché non capiscono il football"; e nel 2007, offendendo l'America ispanica con l'osservazione che un tempo il baseball era più facile da seguire "mentre oggi si chiamano tutti Rodriguez".

Del resto era cresciuto in un'America che non c'è più. Giocava a football all'università, era sotto le armi il giorno di Pearl Harbor, ed era riuscito a farsi assegnare come reporter a Stars and Stripes, il giornale dell'esercito. Ma non per mancanza di coraggio: da cronista di guerra aveva fatto lo sbarco in Normandia, aveva volato sui bombardieri, era stato tra i primi a entrare nel campo di Buchenwald appena liberato.

Poi una lunga e onorata carriera nella New York dei grandi network televisivi, quando ce n'erano solo tre – ABC, CBS, NBC – e il potere nei media e nella politica era tutto in mano alla sua generazione, quella della guerra mondiale che un altro anchor famoso, Tom Brokaw, ha chiamato la più grande, the greatest generation. Poi è arrivato il rock and roll, la controcultura, gli anni Sessanta che ancora adesso aprono ferite nella società americana. Il vecchio Everyman non era d'accordo e lo diceva a voce alta. Se n'è andato con classe: "Qui mi sono lamentato parecchio", ha detto nell'ultima apparizione a 60 Minutes, "ma di sicuro della mia vita non mi posso lamentare".

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