Piero Anversa non ama le vacanze. Considera i viaggi una perdita di tempo. Il suo laboratorio, al Brighton and Woman’s Hospital della Harvard University, è aperto 365 giorni all’anno. Anversa non se ne allontanerebbe mai, neppure nei week end. Li’, insieme ad un team di circa 40 persone la maggioranza di cui lavora insieme da anni, questo professore di medicina nato a Parma nel 1938 e trasferitosi definitivamente in America dal 1980, studia le cellule staminali che per primo al mondo ha scoperto nel cuore. L’obiettivo è utilizzarle per la cura dell’insufficienza cardiaca, come ha spiegato in un articolo pubblicato su Nature nel 2008.

L’America gli ha dato “tutto”, dichiara con certezza Anversa. “Con gli americani - spiega - condivido il sistema di vita. Convido la loro visione del lavoro”. Anversa ha staccato un biglietto di sola andata verso gli USA dove ha potuto lavorare, fare grandi scoperte, fino arrivare alle vette delle ricerca medica. E ad Harvard. Senza voler mai tornare indietro. La sua storia sembra rientrare perfettamente nella categoria di quei ricercatori italiani che sempre piu’ vogliono darsi alla fuga. Secondo dati dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Cnr, riportati dal Centro Studi Fuga dei Talenti, 3.500 italiani ricoprono posizioni di ricerca o docenza di alto livello nelle università americane. Da un paper “Analisi Multivariata delle tendenze migratorie dei ricercatori italiani all’estero” di Simona Monteleone, risulta che il 70% dei ricercatori “under 40″ intervistati mostra bassa o nulla propensione a rientrare in Italia.
Proprio come Anversa. Ma non chiamatelo “cervello in fuga”. Il professore non sopporta questa definizione. “A me non interessa parlare male dell’Italia – spiega –. E uno non scappa solo perchè va all’estero per migliorarsi, perchè desidera di cambiare. Io non sono venuto perchè volevo fare lo scienziato ad Harvard. Volevo fare qualcosa che non potevo fare in Italia. Non è una fuga. E’ decidere di vivere nel modo che vuole”.
L’America è sempre stata per lui il luogo dove trovare questa libertà. Quello che è oggi un attivissimo professore di 73 anni, negli anni del secondo dopoguerra, a Parma, era un bambino convelescente da una malattia, che passava lunghe ore nel suo letto in compagnia degli amati autori americani. Furono loro ad aprirgli un mondo. Prima fu Hemingway. Piu’ tardi, durante l’università, Saoul Bellow. “Io non sono fuggito da niente. Ho sempre sognato l’America e sono riuscito ad arrivarci”.
Per anni è stato professore di microbiologia, immunologia e patologia al New York Medical College, sempre concentrato sulla parte di ricerca della medicina. “Non ho mai avuto grande interesse per la parte clinica”, spiega. Nel 2007 quando si tratto’ di valutare una serie di offerte di trasferimento, c’era anche la possibiilita’ di tornare in Italia, per lavorare all'ospedale San Raffaele a Milano. Ma poi arrivo’ la proposta di diventare professore ad Harvard. Il coronamento di una vita. “Avere l’offerta di una professorship ad Harvard? E’ un ego-trip” confessa Anversa. A New York ha lasciato il suo appartamento nell’Upper East Side, unico posto per cui lascia volentieri il suo laboratorio, ma ha portato con se’ in Massachusetts gran parte del suo team. “In questo il mio stile è abbastanza unico nel panorama americano e anche un po’ criticato. Qui le persone lavorano insieme per alcuni anni, poi c’è molta flessibilità, si muovono. Ma a me piace avere un team di persone che si conoscono da anni, mangiano insieme, si vedono anche fuori dal lavoro”.
Il suo focus di studi è la ricerca sull’insufficienza cardiaca. “Solo negli Stati Uniti – spiega Anversa – 5,7 milioni di pazienti soffrono di insufficienza cardiaca. Il 50 percento di loro è a rischio di essere morto in due anni. Quando ho scritto la mia prima ricerca sul tema, circa 25 anni fa, le previsioni per il 2000 è che ci fossero tra i 120 e i 160 mila nuovi casi all’anno. Oggi ci sono 670mila nuovi casi l’anno. E’ un problema enorme. Sono state sviluppate nuove terapie, ma un trattamento non c’è. L’obiettivo della nostra ricerca è utilizzare le cellule staminali per indurre un effetto reverse”.
Una medicina del futuro: utilizzare le cellule del cuore perche’ il cuore si ripari da se’. Il team di Anversa lavora sulle cellule nel laboratorio di Harvard. Un altro italiano, il professor Roberto Bolli, direttore della divizione di Cardiologia all’Università di Louisville, Kentucky, si occupa della fase clinica. La prima parte di sperimentazione clinica si è conclusa lo scorso 12 agosto quando sono state iniettate cellule staminali adulte al ventesimo paziente, ultimo del primo gruppo. “La fase 1 doveva dimostrare la sicurezza delle cellule e ci sono stati dati incoraggianti per gli effetti terapeutici. Il passo successivo sarà ottenere fondi per proseguire le ricerche”.
Nonostante l’America offra moltissime possibilita’ di ottenere fondi privati per la ricerca, Anversa è fiero di essere sempre riuscito ad ottenere borse del National Institue of Health, che vengono assegnate con un sistema di valutazione di una commissioni di “pari”, esperti che valutano il valore del progetto. Ma anche nel “pubblico” vigono le leggi della concorrenza “Qui possono pagare quanto ritengo opportuno chi lo merita, gli stipendi non sono tutti uguali”. E infatti la concorrenza per un posto nel suo laboratorio è accesissima, tale che il professore riceve all’incirca due curriculum al giorno da ricercatori che sognano di lavorare nel suo team.
I tagli del settore pubblico rischiano di toccare da vicino il mondo della ricerca. “Abbiamo giàpassato periodi simili – dice Anvesa -. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta sono ci sono stati tagli e i fondi per i laboratori sono stati ridotti. Questo puo’ accadere anche adesso ma spero che le cose si sistemeranno. L’America rimane il posto migliore dove fare ricerca”.














