Angelo Bellobono porta le cerniere del mondo a New York

L'artista presenta la sua mostra che unisce e studia le montagne del Marocco con quelle degli Appalachi, studio che lo ha spinto a conoscere i nativi americani Lenape
Johnny Carrano Photographer /Johnny Carrano

Ama la montagna. Un amore nato sulle piste da sci, dove ogni anno si dedica all'insegnamento in Italia. Ma quell'amore non si ferma sulla superficie delle montagne su cui si destreggia sciando. Le montagne lui le ha volute scavare, per scoprire il loro lato più arcaico e nascosto. E' così che Angelo Bellobono, artista di origine romana, ha creato e presentato a New York il suo nuovo progetto. L'intento: creare, attraverso la montagna, un’unione tra territori divisi da milioni di anni. Le montagne per lui non sono sinonimo di divisione, di confine, bensì di grande unione.

America24 lo ha incontrato prima che la mostra aprisse i battenti nel quartiere di Soho. “Non è stato per niente facile, non è la classica parete bianca in cui il quadro risalta e non c e’ altro", ci ha detto l'artista riferendosi allo spazio espositivo, che alla fine "è riuscito a regalarmi una sorta di sacralità, utilizzando certi angoli che non erano fatti per l’utilizzo dell’esposizione delle opere. Utilizzando questi spazi un pò nascosti sono riuscito a creare una sorta di stratificazione, storia tipica di New York, di una città che cresce a strati”.

Il filo conduttore di questa mostra - creata in collaborazione con Michela Bondardo, fondatrice della prima agenzia italiana specializzata in comunicazione culturale che opera anche a New York - nasce da una scoperta casuale. Da un pò di anni Bellobono lavora ad un progetto in Marocco che si chiama Atla(s)now. Si tratta di una piattaforma interdisciplinare condivisa in cui l'arte e lo sci vengono utilizzati come mezzi di relazione sociale e sviluppo sostenibile di alcune comunità berbere dell'Alto Atlante marocchino a circa 60 chilometri da Marrakech.

“Il mio progetto nasce da una scoperta geologica: 150 milioni di anni fa le due catene montuose dell’Atlas marocchino e gli Appalachi qui negli Stati Uniti erano unite. La natura di per sè non ha confini, il confine è nato con l’uomo. La geologia invece crea la continuità e per me le catene montuose sono delle cerniere del mondo. Questa scoperta mi ha fatto venire la voglia di creare un ponte immaginario che unisca queste due catene e mi ha spinto a conoscere l’origine dei primi abitanti che popolavano Manhattan”. E sono proprio i Lenape, i primi abitanti dell'isola simbolo di New York City, che la popolavano già 10 mila anni fa, ad essere per lui i veri newyorchesi.

Bellobono ci ha parlato della sua esperienza con i nativi americani, tre dei quali presenti all'inaugurazione: “Ho cominciato a frequentarli, a cercare di instaurare un contatto con loro, cosa mai facile inizialmente. Richiede mettersi a nudo, essere colonizzati da loro, non avere l’approccio di qualcuno che va ad insegnare ma di qualcuno che va ad ascoltare. Una cosa fondamentale in questi rapporti è quella di non creare pressioni, non fare programmi stretti. La regola è di avere le idee ma poi non essere troppo focalizzati sul proprio obiettivo perché non è detto che sia così importante per gli altri. Le mie o le tue buone intenzioni non sono uguali per tutti e non hanno lo stesso valore per tutti. Per questo è importante far capire con umiltà e fermezza quali sono le intenzioni di questi rapporti. Bisogna cercare di gestirli con delicatezza. E, soprattutto, è il contatto continuo che fa cambiare le cose”.

Anche loro, come Bellobono, danno molto importanza alla terra, alla loro terra che negli anni ha ammalato questo popolo. "La difficoltà maggiore che ho scoperto è data da un grosso inquinamento legato alla fabbrica della Ford, che aveva una sede nella zona in cui vivono questi nativi. Negli anni l’industria ha scaricato tonnellate di rifiuti tossici nei terreni dove vivono queste popolazioni, innalzando spaventosamente la percentuale di malati di cancro. Quasi ogni famiglia presenta una o due persone ammalate”. Proprio per questa ragione l'artista, accompagnato dai nativi, è andato a visitare le zone che più erano inquinate per raccoglierne la terra. Terra che poi ha utilizzato per dipingere mischiandola ai colori. “In questo modo ho voluto rendere partecipe il pubblico ad una problematica, far si che l’arte abbia una funzione al di fuori di canoni prettamente da esibizione”.

Parlando di progetti futuri, Bellobono ci ha spiegato che la mostra - aperta al pubblico fino al 22 novembre al civico 55 di Prince Street - rappresenta solamente un piccolo step iniziale di questo rapporto con i Lenape: “E' un primo documento al quale anche loro partecipano, voglio che diventi per loro una piattaforma su New York che li rappresenti e attraverso la quale possano comunicare la loro eredità culturale. Per questo organizzeremo anche dei talk e dei workshop”.

Bellobono però non si ritiene un artista né politico né sociale. “Vorrei sviluppare un programma con alcuni artisti per farli vivere con il popolo indigeno qualche giorno, lavorare con loro, senza un fine prestabilito, senza la mania di fare per dimostrare qualcosa". Il suo obiettivo è usare "l’arte come strumento di sensibilizzazione. Non si tratta di voler fare arte sociale ma di agire in modo etico”. E quando gli abbiamo chiesto cosa lo avesse colpito di più di questo popolo ha risposto: “Loro dichiarano di vivere senza lasciare tracce e questo è spiazzante”.

Per l'artista la montagna resta una fonte di ispirazione. “Ci sono tante montagne che vorrei ancora studiare: vorrei costruire un ponte tra il Toubkal, che è la montagna più alta del Nord Africa, e metterla in relazione con il Monte Bianco. Esse chiudono il Mediterraneo a Nord e a Sud", ha continuato. Ma per lui il vero punto di rfierimento è l’Appennino. Quello di casa, dell’Abruzzo e dell’alto Lazio da dove viene. “L’Appennino ha le caratteristiche che mi affascinano di più: conserva il carattere arcaico, antico, l’aspetto preistorico della montagna”.

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