Apple accusata di limitare le app anti-dipendenza da iPhone

Un'inchiesta del NYTimes racconta il punto di vista di sviluppatori il cui business è a rischio. Due hanno presentato reclami alle autorità antitrust Ue per ragioni simili a quelle sostenute dal servizio di musica in streaming Spotify

Il gruppo Apple è stato nuovamente accusato di uccidere la concorrenza sfruttando la sua posizione dominante nel mercato delle app, vendute nel suo App Store. Dopo il reclamo presentato alle autorità antitrust europee dal servizio di musica in streaming svedese Spotify, convinto che l'azienda tenga a freno servizi rivali a vantaggio del suo Apple Music, una serie di produttori di applicazioni crede di essere vittima di simili restrizioni. In questo caso le app in questione sono quelle pensate per evitare la dipendenza dall'iPhone. A raccontare il loro punto di vista è un'inchiesta condotta dal New York Times insieme a Sensor Tower, una società di dati sulle app.

La tesi è che Apple stia praticamente ledendo il loro business portando molti creatori di quelle app a chiudere i battenti o a rischiare di scomparire. Secondo loro, il produttore di iPhone non ha alcun interesse a limitare l'uso dei suoi smartphone. E questo nonostante il Ceo Tim Cook abbia detto che "non vogliamo che la gente usi sempre il proprio telefonino. Questo non è mai stato il nostro obiettivo". E di fronte a crescenti critiche, Apple ha sviluppato una serie di strumenti pensati proprio per aiutare le persone a monitorare e gestire l'uso dei loro smartphone.

Il punto è che, come calcolato dal NYTimes, nell'ultimo anno il colosso tech ha rimosso dal suo App Store almeno 11 delle 17 app più scaricate e usate per controllare quanto tempo si trascorre davanti allo schermo di uno smartphone e per aiutare i genitori a monitorare la situazione per conto dei loro figli. Stando al giornale, Apple ha rimosso anche app meno note. In alcuni casi la società ha obbligato la rimozione di alcune funzioni che permettevano a un genitore di controllare i dispositivo del figlio o che bloccavano l'accesso a certe app e a contenuti per adulti.

Produttori di app come OurPact o Freedom sono convinti di essere presi di mira da Apple, perché le sue funzioni anti-dipendenza da iPhone non sono così aggressive come le loro. Per questo due app molto diffuse tra i genitori, Kidslox e Qustodio, hanno presentato il loro reclamo alle autorità antitrust della Ue. In Russia, Kaspersky Lab sostiene di essere stata obbligata a rimuovere funzioni chiave dalla sua app. Per questo la società di cybersicurezza (che secondo l'intelligence Usa ha legami con il Cremlino) sta valutando a sua volta se fare ricorso alla Ue.

Apple si è difeso dalle accuse. Un portavoce del gruppo citato dal NYTimes ha spiegato che "trattiamo tutte le app nello stesso modo, anche quelle che competono con i nostri servizi. Il nostro incentivo è avere un ecosistema vivace di app che fornisce ai consumatori un accesso alla maggiore quantità possibile di app di qualità". Secondo il portavoce, la tempistica delle mosse controverse di Apple non ha nulla a che fare con il lancio di strumenti anti-dipendenza da smartphone simili a quelli rivali.

Tuttavia, il NYTimes fa notare che affinché un genitore possa controllare il dispositivo di un figlio, tutte e due devono possedere un iPhone. Al contrario, altre app consentono a genitori dotati di iPhone di controllare anche dispositivi Android.

Inoltre, le soluzioni anti-dipendenza di Apple non permettono a un genitore di programmare quando una determinata app non può funzionare, per esempio durante l'orario scolastico o la cena. E i contenuti per adulti sono bloccati da Apple solo sul suo browser Safari e alcune app e non su altri. E mentre permette ai datori di lavoro di usare determinati software per controllare i dipendenti, Apple lo scorso anno ha impedito alle app di usare quei software per consentire ai genitori di controllare i dispositivi dei figli. Il motivo? Il timore che gli sviluppatori potessero avere accesso a troppi dati dei più giovani. Le app 'epurate' hanno violato le regole dell'App Store, ha spiegato il gruppo, come quella che impedisce a un iPhone di controllare un altro. Eppure per anni tali pratiche sono state consentite e approvate. E' vero che dopo lo scandalo, esploso nel marco 2018, legato a Cambridge Analytica, Apple è diventata paladina della protezione della privacy criticando Facebook (i dati di 87 milioni dei suoi utenti sono stati "impropriamente" condivisi dalla ormai defunta società londinese). Ma gli sviluppatori di app lamentano anche una mancanza di preavviso, trasparenza e informazioni dettagliate sulle scelte del colosso di Cupertino.

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