Apple e Samsung: l'odissea legale torna in tribunale

Una giuria californiana deve decidere quanto il gruppo sudcoreano deve pagare a quello Usa per avere copiato il suo iPhone

Apple e Samsung tornano in tribunale per un altro round della loro lunga disputa sui brevetti. Il braccio di ferro legale iniziò sette anni fa, quando il produttore dell'iPhone lanciò la prima causa legale contro il rivale sudcoreano accusandolo di avere copiato il suo smartphone. Ad occuparsi del caso questa settimana sarà una giuria di San José (California).

E' la terza volta che lo stesso insieme di brevetti è finito in un nuovo processo. Nel 2012 una giuria aveva ordinato a Samsung di versare 1,05 miliardi di dollari di danni ad Apple. Poi la cifra fu ridotta dal giudice Lucy Koh per via di errori di calcolo fatti dalla giuria. In un secondo processo, nel 2013 ad Apple fu riconosciuto il diritto di ricevere 290 milioni di dollari ma Samsung fece ricorso alla Corte Suprema; nel 2016 il massimo organo giudiziario Usa diede ragione al gruppo asiatico sostenendo che per prodotti con molte componenti, come gli smartphone, i danni devono essere proporzionali alle parti specifiche copiate. La Corte Suprema non diede però un'indicazione di come i danni dovevano essere calcolati, rispedendo il caso a San José dove si dovrà determinare la pena.

Come indicato dal giudice Koh, i giurati devono ascoltare le tesi dei due gruppi come se il tempo fosse tornato al 2012. Rispetto ad allora Apple e Samsung sono rimasti i principali produttori di smartphone al mondo ma i dispositivi venduti sono cambiati e quelli accusati di avere copiato l'iPhone non sono più in circolazione. 

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Almeno a parole, né gli Stati Uniti né la Cina sembrano disposti a fare un passo indietro nella guerra commerciale che li vede protagonisti, e questo anche dopo il velato ottimismo espresso dal leader americano Donald Trump. I due Paesi hanno difeso le loro rispettive posizioni durante il summit Asia-Pacific Economic Cooperation a Papua Nuova Guinea, nell'Oceania. Lo hanno fatto attraverso, rispettivamente, il vicepresidente Mike Pence e il presidente Xi Jinping (che a fine mese vedrà Trump in Argentina a margine del G20).

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