Bassa affluenza alle elezioni in Iraq, Usa e Iran attendono i risultati

Washington e Teheran si contendono l'influenza nel Paese
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Gli iracheni hanno disertato in massa le urne facendo avanzare, secondo le prime indicazioni, le liste anti-sistema nelle prime elezioni politiche dopo la vittoria delle truppe governative sull'Isis, guardate molto da vicino da Stati Uniti e Iran. Secondo la commissione elettorale, il 44,52% degli iscritti ha votato per eleggere i 329 parlamentari. Si tratta della partecipazione più bassa registrata nel Paese dall'instaurazione delle elezioni multipartitiche nel 2005, dopo la caduta di Saddam Hussein.

Secondo una fonte al ministero dell'Interno, la lista del Primo ministro, lo sciita moderato Haider al Abadi, appoggiata dall'Occidente, è tallonata da quella degli ex combattenti di Hashd al Shaabi, le 'unità di mobilitazione popolare', che sostengono l'ex premier Nuri al Maliki, legate a doppio filo ai Pasdaran iraniani. La notizia del loro successo, se confermata, non farà piacere a Washington, che non hanno intenzione di lasciare il Paese sotto l'influenza di Teheran e che considera il voto come un test della sua decisione di abbandonare l'accordo sul nucleare iraniano. In una nota pubblicata dopo la chiusura dei seggi, il dipartimento del Tesoro statunitense ha incoraggiato i prossimi rappresentanti a formare un governo velocemente, "in modo che l'Iraq possa continuare ad andare avanti verso un futuro più sicuro, prospero e luminoso". "Gli Stati Uniti - sono state le parole del segretario di Stato, Mike Pompeo - sono pronti a collaborare con i leader iracheni per continuare a costruire un rapporto di lungo periodo".


I rischi degli Usa

In Iraq, gli Stati Uniti stanno addestrando e condividendo informazioni d'intelligence con ex membri di milizie sciite appoggiate dall'Iran, che una volta combattevano e uccidevano soldati statunitensi.  Lo scorso anno, il Congresso statunitense ha approvato lo stanziamento di 3,6 miliardi di dollari per l'addestramento e l'equipaggiamento delle forze di sicurezza irachene, con una priorità garantita alle unità sotto il ministro dell'Interno, Qassim al-Araji, detenuto due volte, per un totale di 23 mesi, nella prigione statunitense di Camp Bucca durante la guerra, perché accusato di contrabbando di bombe che hanno poi ucciso soldati statunitensi.

I fondi sono indirizzati anche alle guardie al confine con la Siria, dove Stati Uniti e Iraq temono l'Isis e che l'Iran considera come un corridoio per spostare combattenti e armi verso Siria e Libano. Per molti di questi ex miliziani, le forze statunitensi devono restare. "Tutti abbiamo fatto degli errori, gli americani e anche noi" ha commentato Hadi al-Ameri, leader dell'Organizzazione Badr, la più grande tra le milizie sciite che ha partecipato alla lotta contro l'Isis e capo dell'alleanza politica degli ex membri, conosciuta come Fatah. "Abbiamo bisogno del loro aiuto".

Negli Stati Uniti, non tutti sono d'accordo con questa collaborazione. "È una follia" ha detto Michael Pregent, ufficiale dell'intelligence militare in pensione, con un passato in Iraq. "Gli americani ora siedono con un vice di Qassim Suleimani", il leader delle Guardie della rivoluzione islamica, considerata un'organizzazione terroristica dal governo degli Stati Uniti, da cui questi ex miliziani iracheni venivano addestrati, finanziati e armati.

La scorsa settimana, gli Stati Unii hanno annunciato la chiusura del comando per le forze di terra in Iraq, attivo dal 2014. Questa mossa dovrebbe portare alla riduzione del numero di soldati nel Paese, che sono attualmente circa cinquemila; durante il massimo sforzo, nel 2007, la presenza statunitense era di circa 170.000 soldati.

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