La Fashion Week di New York si è appena inaugurata e le modelle sono già al centro dell'attenzione. E non per quello che indossano. Volti da ragazzine e corpi sacrificati da diete e ritmi di lavoro massacranti colpiscono più dei colori che andranno di moda la prossima stagione. Quest'anno poi l'annosa questione della salute delle ragazze è più che mai attuale, tra campagne di sensibilizzazione lanciate da stilisti e agenzie di reclutamento che rivendicano controversi metodi di selezione.
Proprio in vista della settimana della moda newyorkese, il Council of Fashion Designers of America, l'associazione degli stilisti americani, aveva lanciato un'iniziativa a difesa della salute delle modelle, pubblicando delle nuove linee guida per l'industria della moda. Diane Von Furstenberg e Steven Kolb, ai vertici dell'associazione e tra i principali promotori della campagna, propongono di imporre il limite minimo di 16 anni per il debutto in passerella, dando indicazioni su come riconoscere e prevenire i disordini alimentari delle ragazze. Anche il sonno non andrebbe trascurato, e le modelle minorenni non dovrebbero lavorare dopo mezzanotte. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare di denaro dell'industria della moda, e i buoni propositi restano tali.
"Ci darei come voto una B", ha ammesso Kolb. "Abbiamo comunque creato consapevolezza" ha invece commentato Von Fustemberg, che non si sbilancia a scagliare la prima pietra essendo stata beccata lo scorso hanno con una quindicenne tra le sue modelle. "Al momento l'industia della moda si autoregola" spiega l'ex modella Sara Ziff, fondatrice della Model Alliance, un'associazione a difesa dei diritti della categoria. E aggiunge: "L'industria, per una qualche ragione, è restia al cambiamento". A conferma arriva la decisione dell'agenzia di reclutamento Ford che si è rifiutata di firmare la proposta sull'età minima delle modelle, sostenendo di operare una selezione "caso per caso", valutando insieme ai genitori delle modelle se è già il momento opportuno per salire in passerella. "Nella maggior parte dei casi la risposta è no. Ma un ristretto numero dimostra l'esperienza e la maturità necessaria per lavorare".














