Bob Woodward contro Obama: “Il ‘sequester’ è colpa sua, e la Casa Bianca mi ha minacciato”

Il mitico reporter del caso Watergate denuncia pressioni intimidatorie della Casa Bianca per dissuaderlo dal rivelare, come ha fatto sul Washington Post, che l’idea dei mega-tagli automatici al budget federale fu del presidente, non dei repubblicani

La Casa Bianca mi sta minacciando. Mi vogliono tappare la bocca perché proprio sul più bello, quando ormai il presidente era riuscito a convincere l’opinione pubblica che la colpa era tutta dei repubblicani, io ho rivelato che invece il cosiddetto “sequester” (ossia la disastrosa mannaia di mega-tagli “automatici” che fra poche ore si abbatterà sulle spese del governo federale) è stata un’idea – folle – di Obama. Questa, in estrema sintesi, la sorprendente denuncia di Bob Woodward, mostro sacro del giornalismo d’inchiesta americano e mondiale, che ieri ha sollevato un vespaio e non cessa di far discutere.

Doverosa premessa: per chi non lo sapesse, Woodward è un mostro sacro per via della sua storica inchiesta sul Washington Post con la quale quarant’anni fa, a quattro mani con il collega Carl Bernstein, fece scoppiare lo scandalo Watergate causando la rovinosa caduta dell’invincibile presidente Nixon, e forse ancor più per via della trasposizione hollywoodiana nel fortunatissimo film nel quale venne interpretato nientemeno che da Robert Redford. Grazie a ciò divenne un’icona vivente del giornalismo investigativo che non teme di sfidare il potere. In realtà il suo ruolo in quella vicenda è stato in più modi esagerato e mitizzato (ne parlammo qui); ma si tratta di una mitizzazione troppo riuscita per metterla in discussione. Che si è poi autoalimentata, facendo sì che per decenni chi nelle stanze del potere di Washington aveva qualche confidenza scottante da far trapelare scegliesse proprio lui come confidente.
Di conseguenza, il fatto che sia proprio lui a muovere questo tipo di accusa crea inevitabilmente un effetto dieci volte più potente di quanto accadrebbe se le stesse cose le avesse dette un qualunque suo collega, magari anche bravo ed affermato.

La questione si è aperta sabato scorso, quando Woodward è uscito con un pezzo sul suo caro vecchio Washington Post nel quale, dopo aver ricordato che in campagna elettorale, nell’ultimo dei tre dibattiti televisivi contro Mitt Romney, Obama aveva dichiarato che il “sequester” era stato proposto non da lui ma dal Congresso (leggasi: dai repubblicani), e che la stessa cosa era stata confermata da Jack Lew, che all’epoca era il direttore del budget della Casa Bianca ed ora si accinge a divenire il nuovo Ministro dell’Economia, rivela che in realtà è vero il contrario: l’idea del “sequester” è stata concepita da Lew e dal suo staff, e approvata personalmente da Obama, e poi rifilata ai parlamentari repubblicani “molti dei quali mi hanno confessato di aver votato a favore senza essersi ben resi conto di cosa esattamente si trattasse”. In pratica, il pezzo di sabato accusa apertamente la Casa Bianca di aver spudoratamente mentito agli americani, creando ad arte questo guaio per poi dare la colpa all’opposizione - a spese del Paese.

Ma questo è niente. Il vero “botto” è scoppiato ieri, quando Woodward, intervistato dalla CNN, ha spifferato che quando la settimana scorsa ha telefonato ad un non precisato funzionario di altissimo livello della Casa Bianca (“uno dei quattro o cinque più coinvolti nei negoziati sul budget” – secondo BuzzFeed si tratterebbe di Gene Sperling, il capo dell’Economic Council della Casa Bianca) per preannunciare l’uscita del pezzo -un accorgimento naturale nel mondo del giornalismo politico americano – questi, furibondo, gli ha urlato contro per mezz’ora, e dopo avergliene dette di tutti i colori gli ha mandato una lunga email nella quale si scusava per aver alzato la voce, ma lo accusava di voler “attirare l’attenzione su pochi specifici alberi che danno un’impressione molto sbagliata della foresta”, e in conclusione gli rifilava questo inquietante commiato: “credo che tu ti pentirai di aver voluto a tutti i costi scrivere quelle cose”.

Apriti cielo: una minaccia mafiosa, un tentativo di intimidazione, proprio da parte della Casa Bianca, e proprio contro il giornalista-simbolo del coraggio di raccontare la verità anche facendo arrabbiare la Casa Bianca. A Woodward, che da una vita campa dell’immagine di giornalista scomodo, non dev’essere parso vero: ha pensato bene di rendere pubblico l’imbarazzante aneddoto.
“Io ormai sono vaccinato e ho già fatto la mia carriera”, si è divertito a raccontare a Mike Allen, una delle firme di punta di The Politico, “ma cosa succede se questo tipo email, con scritto “guarda che te ne pentirai”, la mandano ad un giovane reporter con un’esperienza di un paio o anche di dieci anni?”

E così, per una volta, Woodward è improvvisamente diventato un beniamino dei repubblicani (che di solito lo detestano), ed ha ricevuto attacchi di ogni genere dai colleghi più di sinistra. Sul New Republic, ad esempio, Noam Scheiber racconta che il suo ultimo bestseller (che parla proprio della vicenda dei negoziati sul budget) è tutto intriso di faziosità anti-Obama; Jonathan Chait sul New York Magazine si produce in un bizantino debunking nel tentativo di dimostrare che in realtà la lettura dei fatti di Woodward sarebbe viziata da una visione distorta del ruolo del presidente; e così via.

Intanto, il conto alla rovescia continua a ticchettare: l’ascia del “sequester” si abbatterà alla mezzanotte di oggi.