Boston ha un museo in fiore. Intervista a Pieranna Cavalchini


L' Isabella Gardner Museum tra il fascino della storia e la sperimentazione contemporanea


04.02.12

12:28

L’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston è un museo in fiore, non solo perché ha uno splendido giardino, e non solo in primavera. È un museo-dimora, un elegante palazzo in stile veneziano da poco ampliato da un edificio in vetro e rame ossidato progettato dall’architetto Renzo Piano. Nelle sue sale racchiude una delle collezioni più interessanti del nord America, una raccolta che rispecchia lo spirito curioso, esuberante e visionario della ricca e generosa fondatrice del museo, Isabella Stewart. La varietà delle opere in mostra è soprendente: da Piero della Francesca a John Sargent, passando da maestri come Botticelli, Tintoretto e Rembrandt, e dai tocchi suggestivi dell’impressionismo di Manet e Degas. Il tutto immerso in un ambiente costellato da oggetti evocativi di mondi e epoche lontane, carichi di memoria e racconti di viaggio. L’Isabella Gardner Museum è una wunderkammer della storia dell'arte, e non solo. Da vent’anni è anche un inesauribile laboratorio di idee per artisti contemporanei, grazie a un programma di esposizioni e residenze diretto da Pieranna Cavalchini, una curatrice italiana.

Incontriamo Pieranna pochi giorni dopo l’apertura al pubblico della nuova struttura progettata da Piano che, collegandosi all’edificio più antico tramite un corridoio trasparente che attraversa il giardino, aumenta quasi del doppio la superficie del museo. Ospita una singolare sala concerti sviluppata in “verticale”, una serra, uno spazio espositivo con il soffitto mobile (di altezza regolabile), e due appartamenti destinati agli artisti residenti, oltre a un’area dedicata alle attività educative. Alla base si trovano una caffetteria e un'accogliente “sala di orientamento” aperta a tutti i visitatori, dove si possono trovare informazioni sul museo e sulla collezione, e scambiare pareri comodamente seduti su un divano: un ambiente domestico e pubblico al tempo stesso, proprio come l’anima del museo. E’ da qui, da questa “living room”, che Pieranna racconta come il museo trova la sua linfa, diventando un inesauribile laboratorio di idee. A partire dagli artisti.

“È una stanza ispirata a un’idea di Lee Mingwai”, spiega. “Durante la sua permanenza a Boston, nel 2000, Mingwai aveva creato una sorta di ‘salon’ nello spazio espositivo, mettendo sofà, piante, uccelli e servendo il té. Aveva invitato le persone legate al museo - persone di origini diversissime, dal personale di amministrazione agli addetti alla manutenzione, agli studenti- a incontrarsi lì, portando con sé oggetti che collezionavano, non importava di che natura”. Abbattendo le gerarchie, “quel lavoro ebbe un grosso effetto sulle dinamiche interne al museo, e ha dimostrato quanto possa essere influente l’opera di un artista”, spiega Pieranna.

L’intero programma di residenze è nato, all’inizio degli anni Novanta, sulla scia di un altro lavoro che ebbe un impatto psicologico forte sul museo e su chi ci lavorava, un progetto dell’artista francese Sophie Calle, realizzato in sede a seguito di un evento traumatico. La notte del 18 marzo 1990 dei ladri travestiti da agenti della polizia sono entrati nell’edificio e hanno rubato dalla “Dutch Room”, la sala dell’arte fiamminga al secondo piano, tredici tra le più preziose opere della collezione, firmate da maestri come Rembrandt e Vermeer. Il furto, un mistero da centinaia di milioni dollari rimasto irrisolto, aveva “colpito anche Sophie Calle, che adorava quella stanza”, racconta la curatrice. L’artista -solita a indagare il lato più intimo ed emozionale delle persone tramite l'accostamento di immagini, testi e voci- chiese allora al personale del museo e ad alcuni visitatori di descrivere le opere mancanti. “La cosa affascinante è che i ricordi sono risultati diversissimi. Le opere si differenziavano per dimensione, colore, figure. Sono descrizioni anonime, ma si intuisce subito chi è lo storico dell'arte e chi no. Per lei fu un lavoro molto importante, e lo fu anche per il museo. È un’opera costruita intorno a un’esperienza traumatica, al dolore, che aiutò molto la gente a parlarne, a superare la cosa. E aprì la strada all’idea di ospitare artisti a lavorare qua”.

Realizzata in francese e inglese, l’opera di Calle tuttavia non fa parte della collezione del museo, che per statuto non può modificare e aumentare la raccolta. “Ma sarebbe bello averla”, confessa Pieranna, che tra le creazioni degli artisti in residenza tiene a citare anche la scultura di Juan Muñoz, “un’opera ispirata a un piccolo disegno di Gentile Bellini che rappresenta uno scribe che sta per approcciarsi a una pagina bianca”. Per farsi un'idea dei risultati ottenuti dopo venti anni del programma di residenze, è attualmente allestita una mostra nell'edificio di Piano. L'esposizione si apre simbolicamente con un' opera di John Sargent, il pittore americano che Isabella Stewart chiamò a lavorare nella sua dimora nel 1903, e prosegue con i lavori di alcuni dei 74 artisti ospitati a Boston a partire dal 1992. Ma non tutti hanno creato qualcosa. "A volte hanno portato avanti progetti già avviati, altre volte hanno fatto un progetto anni dopo, in alcuni casi non hanno fatto niente", spiega la curatrice. “Quando invitiamo le persone non chiediamo loro di fare un progetto insieme. Diamo loro uno stipendio, un posto dove vivere, il tempo, e la possibilità ad accedere alla collezione e agli archivi come e quando vogliono. Non chiediamo niente, perchè sono convinta che non chiedendo niente spesso si ottiene di più. È come donare del tempo. Tempo per pensare”.

Da oltre dieci anni la scelta degli artisti spetta alla curatrice italiana, che tra i criteri di selezione cita l’importanza di cercare linguaggi diversi. “Per esempio nel caso di Daniel Zezelj mi interessava che avesse lavorato con il linguaggio iper moderno delle graphic novel, al tempo della sua residenza qui (2004) considerate ancora una forma d'arte secondaria. Io invece trovo che sia fortissima”. A Boston Zezelj iniziò a lavorare ai disegni di una delle sue graphic novel più celebri "Stray Dogs" (la versione italiana si intitola Cani sciolti), esposti poi al museo in una mostra personale nel 2005. Alcuni artisti, pur lavorando con media più "tradizionali", si sono trovati a sperimentare nuovi linguaggi durante la residenza.“Quando ho invitato Luisa Rabbia pensavo che avrebbe realizzato una scultura, non glielo dissi, ma è quello che speravo inizialmente. Invece ha fatto per la prima volta un lavoro sull'animazione, un lavoro meraviglioso”.

Ma come si annaffia un museo in fiore? Il ricavato dalle vendite dei biglietti e dall'attività del negozio interno non è irrisorio, ma certamente non basta. “La Gardner lasciò l'edificio con la collezione, insieme a un patrimonio liquido che fu gestito in modo molto oculato e conservatore. Non aumentò in modo esponenziale, ma ancora oggi copre il 49% delle spese", spiega Pieranna. "Il consiglio d'amministrazione è formato da membri molto attivi, che pagano per farne parte, e considerano il loro ruolo come un dovere civile. Alcuni sono in pensione, la maggior parte sono grossi imprenditori e professionisti. Per esempio chi si occupa della tesoreria è particolarmente in gamba e il ritorno degli investimenti è il doppio di quello che in media ha un museo. E poi ci sono dodici persone incaricate per il fundraising, che ricercano sia finanziamenti statali che donazioni di privati, anche perchè in America sono detraibili dalle tasse".

A rendere il quadro ancora più incoraggiante, c'è la consapevolezza che l’Isabella Gardner Museum non è un fiore nel deserto. “Boston è una fucina di creatività, dove si stanno facendo una serie di grandi investimenti per la cultura e dove lavorano una serie di curatori molto bravi, in sinergia tra loro", racconta Pieranna. "Sono meravigliata dall'investimento che la gente è riuscita a fare, è straordinario. Nel contemporaneo vero e proprio non ci sono ancora grosse gallerie, o almeno non molte. Ma le collezioni non mancano, e credo che nel giro di 4 o 5 anni si assisterà a un cambiamento radicale". Siamo in pieno inverno, ma si respira aria di primavera

 

Per la foto in copertina: courtesy Isabella Stewart Gardner Museum. Le altre sono di Dave Luca.

Commenta su America 24

Se vuoi contattare Francesca Berardi puoi lasciare un commento su questa pagina o sulla bacheca .

Per farlo devi creare un account gratuito su America24, a questo link. Se hai già un account fai il login

0