Brasile, un gigante in crisi economica e di identità, ma che cerca il riscatto

Nel 2015 il Pil si è contratto del 3,8% e non andrà meglio quest'anno. La tempesta politica è profonda. Ma il Paese lavora a riforme per ripartire
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Il Brasile era la stella dei Brics, il Paese in più rapida crescita tra i maggiori cinque emergenti. Ora la maggiore economia dell'America Latina è un gigante stanco, in forte crisi economica e di identità, soprattutto dopo lo scandalo corruzione che ha travolto il colosso petrolifero Petrobras e dopo l'inizio del processo di impeachment del presidente Dilma Rousseff, sospesa dal suo incarico, passato ad interim a Michel Temer. Ma il Brasile è anche una nazione orgogliosa e per questo in cerca di riscatto, che pure al momento appare difficile e non ancora a portata di mano, nonostante gli sforzi dal punto di vista politico, macroeconomico e strutturale.

I numeri non dipingono un quadro incoraggiante. Dopo la rapida espansione registrata nel primo decennio del Duemila, con tassi di crescita arrivati al 7,5% nel 2010, l’economia verdeoro prima ha rallentato il passo (+2,7% nel 2011, +1,3% in media nei tre anni successivi) e poi ha frenato bruscamente, finendo in recessione con una contrazione del 3,8% nel 2015, il dato peggiore in 25 anni. Le stime per il 2016, con un -3,5% atteso, sono poco meno disastrose, complice il calo della domanda straniera, Cina in testa, soprattutto per quanto riguarda agricoltura e materie prime, in passato motore trainante dell’export e, di conseguenza, della congiuntura. A questo si aggiungono un'inflazione attesa oltre il 7% nel 2016, un tasso di disoccupazione salito al 10,9% nel primo trimestre e che potrebbe aumentare ancora, una frenata del 4,4% dei consumi, un deficit primario allo 0,9% e un debito pubblico in aumento.

Al di là dei problemi politici interni, sull'economia del più grande e popoloso Paese del Sudamerica pesa come un macigno il difficile contesto internazionale, caratterizzato da una crescita lenta, se non addirittura inesistente, e da forti tensioni geopolitiche. Il peggioramento della ragioni di scambio delle materie prime, la progressiva inversione di rotta da parte della Federal Reserve, che sta andando da una politica super espansiva a una normalizzazione dei tassi di interesse (a dicembre scorso c'è stato il primo aumento del costo del denaro dal 2006 e nel corso dell'anno è atteso un ulteriore inasprimento) e il quantitative easing varato dalla Banca centrale europea hanno inciso sull'economia brasiliana, determinando un netto peggioramento del saldo delle partite correnti e un forte deprezzamento del cambio. Il real, la valuta locale, sta perdendo valore ed è di recente scivolata ai minimi in oltre quattro mesi, attestandosi a circa 3,5 contro il dollaro (con un ribasso del 34% in dodici mesi, è una delle monete più svalutate del 2015).

I numeri non sono dalla parte del Brasile, ma il Paese si sta impegnando per ritrovare la via della crescita, facendo leva su alcuni importanti punti di forza, come la dimensione del mercato interno, destinato a crescere ulteriormente nel lungo periodo, la disponibilità di notevoli risorse naturali (si pensi per esempio a oro, ferro, petorlio e acciaio), un’industria locale, un mercato del lavoro relativamente dinamico, seppur piagato dall’alto tasso di disoccupazione, un alto livello di riserve internazionali (circa 357 miliardi di dollari a fine 2015) e l'alto livello di investimenti diretti esteri, che superano i 575 miliardi di dollari e sono tra i più consistenti a livello globale.

Brasilia sta lavorando (e in parte ha già varato) a riforme amministrative e strutturali volte a sostenere gli investimenti, a ridurre una burocrazia spesso macchinosa, a semplificare un sistema fiscale estremamente complesso e a ridurre gli squilibri attualmente esistenti tra le varie regioni del Paese, che conta oltre 200 milioni di abitanti. Vanno in questo senso, per esempio, il programma di investimento e logistica volto a incrementare gli investimenti pubbici e privati in infrastrutture, quello studiato per agevolare gli scambi commerciali e quello per snellire il sistema fiscale e tributario e risolvere contenziosi amministrativi. Inoltre, il Paese intende puntare sulle piccole e medie aziende, quelle con reddito lordo inferiore a una cifra pari a circa un milione di dollari, gartantendo un regime di tassazione semplificata e più leggera (per le aziende è prevista un’aliquota del 15%, a cui si aggiungono altre imposte che portano il totale dovuto al Fisco a circa il 34%).

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