Brexit, Cina, petrolio e Trump: i responsabili delle altalene di Wall Street nel 2016

Il 2016 è stato un anno volatile per il mercato azionario americano che, come anche le piazze internazionali, ha risentito, nel bene e nel male, di una serie di eventi che hanno determinato forti ribassi e repentini aumenti

Il 2016 è stato un anno particolarmente volatile per il mercato azionario americano che, come anche le piazze internazionali, ha risentito, nel bene e nel male, di una serie di eventi che hanno determinato forti ribassi (come a gennaio sulla scia dei timori di rallentamento della crescita cinese) e altrettanto repentini aumenti, come nella fase attuale, con i listini di Wall Street arrivati a livelli record dopo l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Ripercorrendo il 2016, sono almeno quattro gli eventi che hanno maggiormente influenzato i mercati, ovvero le sorti dell'economia cinese e dello yuan, il voto sulla Brexit di giugno, l'andamento del petrolio e le decisioni dell'Opec e le elezioni americane per la Casa Bianca.

Guardando indietro, gennaio è stato un mese pessimo per gli investitori: dopo soli dieci giorni di contrattazioni i mercati globali avevano perso oltre 4.000 miliardi di valore, a causa del crollo determinato dai timori sul rallentamento della congiuntura cinese e sul deprezzamento dello yuan. Viceversa, il mercato obbligazionario aveva puntato verso l'alto, complice la corsa agli investimenti più sicuri, cosa che aveva fatto finire i rendimenti dei bond ai minimi storici: i rendimenti dei titoli di Stato decennali americani, benchmark del settore, erano calati attorno all'1,5% a inizio anno, salvo poi risalire progressivamente ai valori attuali, attorno al 2,6%.

A inizio anno un altro fattore che aveva inciso sui forti ribassi di Wall Street era stata la debolezza dei prezzi del petrolio: tra gennaio e febbraio il barile era sceso sotto i 30 dollari, a un minimo di 27,10 dollari, trascinando a fondo con sé anche i titoli del comparto energetico. L'Arabia Saudita aveva definito un valore attorno a 30 dollari al barile come "irrazionale", ma all'epoca i Paesi Opec avevano rifiutato di intervenire per riequilibrare i prezzi, cosa invece successa a dicembre, quando i Paesi del cartello e quelli che non ne fanno parte hanno concordato un taglio della produzione che ha fatto risalire il barile con decisione, riportandolo al di sopra della soglia dei 50 dollari, dove si trova ora.

Sempre a gennaio a penalizzare i mercati era stata anche la decisione della Banca centrale del Giappone, che aveva scosso banche e listini avviando una politica di tassi di interesse negativi: le ripercussioni erano state immediate, con una fuga dai titoli bancari e finanziari e una corsa degli investitori giapponesi verso il debit a più alto rendimento di Eurozona, Regno Unito e Stati Uniti.

Un altro shock, che si è rivelato poi di portata minore, se non altro in termini di durata, è stato quello provocato dal referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea: il verdetto delle urne ha colto di sopresa tutti, compresi i mercati, visto che i sondaggi davano in vantaggio il fronte del "remain" e un addio di Londra all'Ue era considerato improbabile. La Brexit, e il successivo Qe lanciato dalla Banca centrale europea, hanno dato ulteriore sostegno all'obbligazionario: ad agosto, i rendimenti dei benchmark globali erano ai minimi storici, con il Gilt decennale allo 0,51% e quelli dei bond svizzeri finiti per un breve periodo sotto lo zero. Nell'estate, l'universo del debito con rendimenti negativi era volato a 13.400 miliardi di dollari di valore.

Dall'estate in poi, Wall Street ha guardato anche all'Italia, prima per la crisi del settore bancario e poi con il referendum costituzionale di dicembre, che a dicembre ha visto trionfare i "no" alla riforma e ha portato alle dimissioni di Matteo Renzi dalla carica di presidente del Consiglio. A fare puntare nuovamente verso l'alto Wall Street nel finale di anno è stata l'elezione di Donald Trump, che a sorpresa ha sconfitto l'ex first lady Hillary Clinton: lo shock negativo, temuto alla vigilia del voto, in realtà non c'è stato (nel premercato, subito dopo l'annuncio dell'esito del voto, i future dei listini erano arrivati a cedere più del 5%, ma già in apertura avevano recuperato e poi virato in positivo nel corso della seduta), anzi Dow Jones, Nasdaq e S&P 500 hanno inanellato una serie di record.

Le Blue Chip marciano ora verso la soglia psicologica dei 20.000 punti, mai toccata prima. La scommessa dei mercati è che la politica economica e fiscale di Trump, se attuata, possa sostenere l'economia, grazie in particolare alle azioni a favore della produttività e per la riduzione della pressione fiscale alle aziende. Ulteriori passi avanti dell'economia potranno spingere la Federal Reserve ad alzare ancora il costo del denaro, aumentato una sola volta nel 2016 a un range tra lo 0,50 e lo 0,75%: l'istituto guidato da Janet Yellen ha anticipato altri tre rialzi nel 2017, ma le strette saranno dipendenti dall'andamento della congiuntura.

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