Capire l'intelligenza. Ecco la missione di Tomaso Poggio, uno scienziato italiano a Boston.

"Investire nella ricerca è fondamentale per l'economia di una nazione"

Tomaso Poggio non ha dubbi: capire l’intelligenza è il più grande problema della scienza. Comprendere il funzionamento del cervello porterebbe alla risoluzione di grandi questioni scientifiche e tecnologiche, così come di altri problemi più pratici in campo socio-economico. Ecco perchè al recente World Economic Forum di Davos, in Svizzera, c’era anche lui.
Da trent’anni neuroscienziato al MIT, il Massachusetts Institute of Technology di Boston, dove attualmente è a capo del Center for biological and computational learning, Poggio studia come riprodurre l’intelligenza umana su macchine e computer. “È più che altro per provare di aver capito come funziona, è una forma di controllo sulla comprensione del meccanismo” spiega. Ma intanto la sua ricerca è stata determinante per alcune delle più straordinarie scoperte nel campo della visione computerizzata. Un esempio su tutti: da un suo studio degli anni Novanta è stato possibile sviluppare la funzione, ormai presente in quasi tutte le macchine fotografiche digitali, di riconoscimento e messa a fuoco dei volti umani.
"Ritengo che l'investimento nella scienza e nella ricerca sia fondamentale per lo sviluppo e l'economia di una nazione" racconta a proposito del meeting di Davos. "Basti vedere cosa accade nel mondo negli ultimi 15 anni: le nazioni in crescita sono quelle che hanno investito di più nella ricerca. La lista comincia con Israele, e continua con Singapore, Svezia, Finlandia e Norvegia. Poi seguono la Svizzera e la Germania, che si piazza un po' meglio della media europea. Gli Stati Uniti, in questo momento, sono sotto la Germania". Parlando dell'America, nonostante l'amministrazione Obama stia puntando anche sulla formazione di insegnanti in materie scientifiche, Poggio non è troppo ottimista. "Il futuro degli Stati Uniti non è molto incoraggiante, vive ancora degli investimenti fatti decenni fa". Diverso è il caso di Israele e Singapore, "due Paesi piccoli, senza risorse naturali. Ma ora Singapore è una specie di super Svizzera in Asia, mentre Israele, che conta appena 5 milioni di abitanti, ha più società quotate al Nasdaq che qualsiasi altra nazione, e investe 4-5 volte l'Italia nella ricerca". E le grandi università statunitensi? Che ruolo hanno? "Continuerannno a fare bene per un po' perchè sono indipendenti, e frequentate da studenti per lo più educati all'estero. Attualmente direi che il 50 per cento dei nuovi iscritti al MIT viene dall'Asia. Ci sono anche diversi studenti italiani che lavorano con me, molto bravi. Al di là degli investimenti, in Italia ci sono persone capaci. Ma per la crescita della nazione, in una prospettiva a lungo termine, non bastano poche persone eccezionali". Anche perchè, come Poggio, poi finiscono a Boston.
Dopo essersi formato come fisico teorico a Genova, la sua città natale, Poggio si è trasferito a Tubinga, vicino a Stoccarda, dove per quasi dieci anni ha lavorato all'Istituto Max Plank. "In Germania l'oggetto dei miei studi era come funzionava il sistema visivo della mosca" spiega Poggio. "Se la mosca ha circa un milione di neuroni, la nostra corteccia, per dare un'idea, è circa un milione di mosche". Da Tubinga ha poi cominciato a lavorare con dei ricercatori del MIT di Boston, tra cui il neuroscienziato David Marr, "purtroppo scomparso molto giovane". Nel 1980 è arrivata poi dal MIT "un'offerta che, come si suol dire, non potevo rifiutare. E da trent'anni sono lì, anche se torno spesso in Italia per piacere e per la mia famiglia. Adesso ho poi avviato anche una collaborazione con l'Università e l'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova".
"Al momento stiamo cercando di sviluppare una teoria che sembra quasi troppo bella per essere vera” racconta Poggio. “Si tratta di uno studio sullo sviluppo cognitivo dei bambini che permetterebbe di capire come la loro mente impara dall’esperienza”, come per esempio si acquisisce il linguaggio o si interpretano i gesti altrui. È uno studio sull’apprendimento, “sui principi che regolano certe proprietà della corteccia visiva”. Ci sono infatti parti del cervello specializzate in determinate attività "intelligenti", come il riconoscimento degli oggetti, che si sviluppano e funzionano in maniera indipendente dalle qualità misurate nell IQ test. La grande ironia nel campo dell'intelligenza artificiale, racconta Poggio, è che le funzioni che ci sembrano più semplici e spontanee, come apprendere una lingua e provare emozioni, sono quelle più difficile da riprodurre nelle macchine, che invece possono essere programmate per effettuare operazioni e calcoli molto difficili per il cervello umano.
Ma non si prova alcun timore all'idea che l'intelligenza umana possa essere riprodotta in una macchina? "La scienza e la tecnologia possono fare paura, basti pensare alle implicazioni etiche di certe ricerche nel campo della genomica e della genetica - spiega - quasi ogni braccio della ricerca può rivelarsi pericoloso, ma sembra che per ora il discorso non valga per la neuroscienza. Tutto poi dipende chiaramente dall'uso che ne fanno gli scienziati. Personalmente non trovo inconcepibile che macchine più intelligenti di noi possano essere il prossimo passo dell'evoluzione".

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