Caso Khashoggi: aumenta il pressing sull'Arabia Saudita, Trump chiede alla Turchia i file audio "se esistono"

Il presidente dice di non coprire Riad ma ne esalta gli acquisti di armi Usa. Pompeo difende l'inchiesta "completa" di Riad ma gli uomini parte del commando che avrebbe ucciso il giornalista sembrano vicinissimi a Mbs. Lagarde diserta la Davos nel deserto

Gli Stati Uniti non intendono coprire le eventuali responsabilità che l'Arabia Saudita ha nella scomparsa di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita di cui si sono perse le tracce dal 2 ottobre scorso quando entrò nel consolato del suo Paese a Istanbul (Turchia). E' il presidente americano Donald Trump a dire che "niente affatto", lui non intende chiudere un occhio sul caso pur di salvare la relazione con un "alleato molto importante" che per altro è un "incredibile" acquirente di armi e "altre cose" americane.

Mentre Ankara sostiene che il reporter (in auto esilio da un anno in Usa) sia stato fatto a pezzi dentro quel consolato e mentre Riad si prepara a salvare la faccia puntando il dito contro funzionari che hanno agito senza autorizzazione in un interrogatorio finito male, Washington continua in realtà a difendere il Paese del Golfo. Oggi dalla Turchia, dove è arrivato all'indomani della tappa a Riad, il segretario americano di Stato Mike Pompeo ha ribadito l'impegno dell'Arabia Saudita a un'indagine "completa". E mentre sostiene di "volere scoprire cosa sia successo", Trump nella notte ha rispolverato la stessa linea difensiva usata per il controverso giudice nominato alla Corte Suprema: tutti sono innocenti fino a quando non viene dimostrato che sono colpevoli. Questo è valso per il giudice Brett Kavanaugh (accusato da tre donne di molestie sessuali e tentato stupro quando era giovane) e ora vale anche per il principe saudita erede al trono, Mohammed bin Salman.

Peccato che i media americani e arabi, alimentati da fonti turche, continuino a diffondere indiscrezioni che, se fossero confermate, inchioderebbero direttamente proprio Mbs. A quel punto Washington non potrebbe non reagire, magari con delle sanzioni come chiedono sempre più persone al Congresso Usa. Gli uomini parte del commando saudita sospettato di avere ucciso il giornalista sembrano infatti vicinissimi al 33enne che ha voluto conquistare l'Occidente con un'immagine riformista ma che è sempre più offuscato dal suo lato oscuro. Non a caso continuano le defizioni alla sua "Davos nel deserto", la conferenza prevista dal 23 al 25 ottobre prossimi a Riad da cui si sono defilati speaker, sponsor, media partner, Ceo di banche americane ed europee e anche il direttore generale del Fondo Monetario internazionale, Christine Lagarde.

Mentre gli inquirenti turchi si preparano a ispezionare l'abitazione del console saudita a Istanbul, Trump chiede loro i file audio che dicono di avere e che dimostrerebbero l'uccisione di Khashoggi. "Sempre che esistano", ha detto il leader Usa parlando dallo Studio Ovale. Di certo l'inquilino della Casa Bianca non intende inviare l'Fbi per indagare sulla scomparsa del reporter che scriveva per il Washington Post e che era particolarmente critico di Mbs. "Non era un cittadino del nostro Paese", ha affermato Trump.

La patata bollente resta dunque nelle mani di Ankara mentre Riad a sua volta indaga. Per salvarsi. Intanto l'Iran - l'arci nemico dell'Arabia Saudita che gli Usa vogliono ulteriormente isolare con nuove sanzioni che scatteranno a novembre - resta in silenzio. Il timore di Teheran, già espresso da vari analisti, è che gli Stati Uniti, la Turchia e l'Arabia Saudita stiano complottando per chiudere il caso. A patto che a guadagnarci siano loro. Il filo rosso che (formalmente) li accumuna: la lotta al terrorismo.