Che ne sarà ora di Paul Ryan?

Il giovane candidato vicepresidente nel ticket di Romney sopravviverà alla sconfitta?

“Paul Ryan non può perdere”: così si intitolava il lunghissimo pezzo di Mark Leibovich uscito un mese fa sul New York Times Magazine come storia di copertina. La tesi cui alludeva il titolo è semplice: se il moderato opportunista Romney avesse vinto l’elezione, Ryan sarebbe diventato la sua garanzia per vincere le diffidenze dell’ala conservatrice del partito; se invece le avesse perse, sarebbe stato uno dei principali punti di riferimento nella necessaria rigenerazione del mondo repubblicano. La classica win-win strategy, insomma. Ora che si è avverata la seconda ipotesi, ci si interroga sulla possibilità che veramente Ryan esca vincitore da questa sconfitta, o quanto meno che riesca a sopravvivere politicamente conservando un ruolo di primo piano.

Naturalmente molto dipenderà anche dalla valutazione del ruolo che Ryan ha avuto in questa sconfitta: se la sua presenza al fianco di Romney abbia contribuito a contenerla o se abbia invece contribuito a cagionarla. Di certo i dati smentiscono quella che a lungo è stata la più pesante valutazione sul possibile impatto negativo della sua scelta come vice, ossia la teoria della perdita di voti di elettori anziani spaventati dalle sue proposte di tagli al piano di assistenza previdenziale Medicare: si era detto e ripetuto che a causa di ciò Romney si sarebbe giocato la Florida, stato dei pensionati per definizione, e invece nonostante alla fine in Florida il ticket Romney-Ryan abbia effettivamente perso, anche se per meno di un punto percentuale, gli exit polls ci dicono che non solo non ha perso tra gli elettori anziani del Sunshine State, ma anzi proprio tra questi ha vinto con un margine doppio rispetto a quello con il quale John McCain (anziano egli stesso) aveva vinto quattro anni fa (tra gli elettori senior della Florida McCain aveva prevalso su Obama con il 53% contro il 45% di Obama; Romney ha prevalso con il 58% contro il 41).

Ad ogni modo, è un fatto che storicamente la candidatura alla vicepresidenza degli Stati Uniti nel ticket risultato perdente non è mai stata un gran trampolino di lancio; anzi, tutt’altro. Degli ultimi venti politici che si sono trovati a giocare in quel ruolo, due terzi (tredici in tutto) non hanno nemmeno osato tentare poi la candidatura presidenziale (l’ultimo esponente di questo sottogruppo, in ordine cronologico, è Sarah Palin); dei sette che invece ci hanno provato, solo due sono arrivati ad essere candidati alla Casa Bianca, mentre gli altri cinque sono stati fatti fuori già nelle primarie (il caso più recente è quello di John Edwards, preceduto di poco da quello di Joe Lieberman); i due che sono riusciti a candidarsi, ossia il democratico Walter Mondale contro Reagan del 1984 e il repubblicano Bob Dole nel 1996, sono poi stati sconfitti pesantemente nell’elezione generale.

Le ambizioni di Paul Ryan sono quindi ora totalmente controcorrente rispetto alla storica fisiologia della politica a stelle e strisce. Più che sul suo recente tentativo vice presidenziale, quindi, egli dovrà ripartire da ciò che stava facendo sino ad agosto, ossia dalla sua carriera parlamentare. E’ in quell’ambito, infatti, che Ryan era divenuto un precoce leader del partito repubblicano, passando in pochi anni da giovane e sconosciuto deputato del Wisconsin a presidente della importantissima Commissione Bilancio della Camera, riuscendo ad imporre il suo personale e controverso piano di tagli alle tasse e alla spesa come piattaforma repubblicana. Da quella postazione parlamentare Ryan è divenuto uno dei leader del partito, ed è divenuto il punto di riferimento soprattutto di quell’ala più conservatrice che tanto ha spinto perché Romney scegliesse lui come vice. Ora Ryan, nello stesso giorno in cui mancava l’elezione a vicepresidente, è stato rieletto per l’ottava volta consecutiva alla camera nel primo distretto del Wisconsin; ieri in un articolo apparso sul New York Times si ipotizzava che il partito gli offrirà la riconferma alla presidenza della Commissione Bilancio, esentandolo dalla regola del mandato unico solitamente rispettata in queste nomine.

Intanto da ieri Ryan ha ripreso a twittare con il suo vecchio profilo da deputato, dismettendo di fatto quello da aspirante vicepresidente  utilizzato da agosto sino a martedì scorso. Solo nei prossimi mesi si capirà quanti follower sono ancora disposti a seguirlo, anche in senso lato.