“Rah, rah, rah! Ski-U-Mah! Hoo-Rah! Varsity! Varsity! Minn-e-so-tah!”
Lo slancio di un runnerback che a mezz'aria, senza quasi guardarsi alle spalle, agguanta la palla ovale per un touchdown acrobatico; un balzo verso il canestro che non sembra mai finire, che sembra quasi un volo, e che si chiude con una schiacciata a due mani e un boato dello stadio; il rumore secco del bastone, la palla che vola lontanissima, fuori campo. Ma tra le immagini capaci di raccontare in un istante il fascino indiscutibile dello sport americano ci sono anche loro, le cheerleader, con i loro costumi colorati e i loro pom pom, i cori ritmati, le acrobazie elaborate e complesse a bordo campo, show dentro lo show.
Ma fascino a parte, il cheerleading può essere considerato un vero sport, con tanto di campionati, con dignità di atleta, come il football e il baseball? Il dibattito è in pieno fermento negli Stati Uniti con due associazioni sportive che hanno chiesto formalmente alla National Collegiate Athletic Association, associazione che raggruppa circa 1.200 istituti, college e università americane, di riconoscerlo all’interno del suo programma. Sarebbe una rivoluzione.
Il cheerleading nacque il 2 novembre 1898 quando, lo studente di medicina, Johnny Campbell, diresse il tifo del pubblico che assisteva alla partita di football della squadra dell’università del Minnesota (il coro lo potete leggere all'inizio di questo articolo). Inizialmente, attività per soli uomini, dal 1923 in poi furono ammesse anche le donne. Oggi, circa il 97 per cento dei cheerleader è di sesso femminile.
Nel 1948 nacque la National Cheerleaders Association, mentre a partire dagli anni Sessanta la National Football League, il campionato professionista di football, cominciò a impiegare squadre di cheerleading organizzate, contribuendo enormemente alla sua popolarità. Con oltre un milione e mezzo di praticanti (esclusi i milioni di atleti delle scuole e dei college), il cheerleading è oggi uno degli sport più popolari negli Stati Uniti.
Col tempo, il cheerleading si è evoluto in un’attività che richiede un alto tasso di specializzazione. Sono cominciate a spuntare ovunque squadre di cheerleader professioniste e i campionati nazionali hanno cominciato ad attrarre le emittenti televisive. Nel 1983, l’emittente televisiva ESPN trasmise per la prima volta in tutto il mondo le competizioni nazionali studentesche e inevitabilmente sono cominciate a spuntare organizzazioni di cheerleading, come la American Association of Cheerleading Coaches and Advisors, che hanno iniziato a pretendere norme e standard di sicurezza per gli atleti.
Ma davvero è un'attività della quale andare orgogliosi? Per molte donne, in particolare quelle che si battevano per avere riconosciuta la parità dei sessi, la risposta è no. Il timore? Che a definirlo sport si finisse con il mandare un messaggio sbagliato – ovvero, a sostegno di una visione maschilista del mondo dove ragazzine vestite in modo succinto devono incitare i loro compagni maschi sul campo. Ma altre la pensano altrimenti: perché, visto che richieda abilità, preparazione e coraggio, il cheerleading non viene annoverato fra gli sport?
La prima proposta, quella di Usa Cheer, sostenuta dall’azienda Varsity Brands (che negli anni Ottanta e Novanta ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del cheerleading) si chiama “stunt” e si basa su confronti diretti fra due squadre. Il secondo formato, presentato dalla National Collegiate Athletics and Tumbling Association, propone di chiamare lo sport “acrobatics and tumbling” e di utilizzare un sistema di punteggio simile a quello adoperato nella ginnastica. Una delle differenze maggiori fra i due formati è la dimensione delle squadre.
Quella della National Collegiate Athletics and Tumbling Association prevede squadre composte da un minimo di 32 a un massimo di 36 atleti, con un limite di 12 borse studio. L’altra, recapitata alla Ncaa, mercoledì, prevede che i componenti delle squadre variano fra un minimo di 20 a un massimo di 30, con 24 borse studio. Quest’anno solo sei università hanno partecipato al primo formato, a fronte delle 22 squadre che hanno preso parte alla competizione di Usa Cheer.
La commissione della Ncaa che deve esprimersi sugli sport “in via di sviluppo” potrebbe decidere di approvare ambedue le versioni, sceglierne una o chiedere ai due di comprimere e sottoporre una proposta unica. Ma, anche se il cheerleading agonistico fosse nominato sport “in via di sviluppo” non c’è alcuna certezza che possa in futuro diventare uno sport. E rimane senza risposta la domanda: ma il cheerleading è uno sport?














