Cinque motivi per non temere le tensioni tra Usa e Corea del Nord

Mentre lo scontro a parole sull'asse Washington-Pyongyang non sembra placarsi, come dimostrato dalle affermazioni prima di Donald Trump e del Pentagono e poi della Corea del Nord che vorrebbe lanciare missili nelle acque vicine all'isola di Guam, il mondo intero si domanda se ci si trovi sull'orlo di una guerra nucleare. Il presidente ha promesso il ricorso al "fuoco e furia" e ha ricordato che gli Usa vantano l'arsenale nucleare "mai così potente". Il 'cane pazzo' James Mattis ha garantito che il regime nordcoreano può essere annientato. E' toccato al pragmatico Rex Tillerson, il capo della diplomazia Usa, a dire che una "minaccia non è imminente" e che si può dormire sonni tranquilli. Poi però il regime di Kim Jong-un ha minacciato di nuovo quello che risulterebbe il primo lancio di missili vicino a un territorio Usa. E forse proprio perché due terzi degli americani non sa trovare sulla mappa la Corea del Nord, l'America resta in allerta. Secondo il New York Times, però, non bisogna avere paura. Per almeno cinque motivi.

1. Prima di tutto: è vero che Trump, come suo solito, si è espresso con toni molto accesi. Ma le sue non sono affatto le prime minacce fatte alla Corea del Nord da un presidente degli Stati Uniti. Prima di lui, sia Barack Obama sia George W. Bush avevano lanciato moniti al regime nordcoreano. La Corea del Nord ha sempre visto queste minacce per quello che erano: solo parole. E le parole non hanno mai portato l'America in guerra, così come non ne hanno mai diminuito la credibilità (almeno fino ad ora). Che Donald Trump adesso usi parole più forti, come mai successo nell'era moderna, non cambia le cose: le sue sono parole, non fatti. E infatti Tillerson ha spiegato che quelle dichiarazioni - secondo la Casa Bianca tutt'altro che improvvisate come invece ha insinuato il NYTimes - e i loro toni sono gli unici che Kim Jong-un può comprendere. A lui e al resto della diplomazia russa e cinese sta il compito di negoziare dietro le quinte.

2. Nelle relazioni internazionali, a contare sono appunto i fatti. Gli Stati non badano tanto alla politica interna dei Paesi rivali o a quello che questi dicono: possono cedere alle provocazioni e provocare a loro volta, certo, ma perché si scatenino azioni concrete serve un'altra azione concreta dall'altra parte. E in tutto questo, le azioni degli Usa contro la Corea del Nord rimangono invariate: "Nulla che ho visto e nulla di cui sono a conoscenza indica che la situazione sia cambiata notevolmente nelle ultime 24 ore", aveva detto Tillerson escludendo "minacce imminenti" mercoledì 9 agosto. Le truppe americane a Guam per il momento non si sono avvicinate ulteriormente alla penisola coreana. Idem la marina americana nel Pacifico, e per ora non ci sono segnali che facciano pensare a movimenti di alcun tipo. Le azioni concrete sono queste: non le parole dure di un presidente E, per quanto bizzarro possa sembrare, persino il regime nordocoreano lo sa. I segnali, in questo caso, stanno dicendo forte e chiaro che gli Usa per il momento vogliono evitare qualsiasi peggioramento delle tensioni.

3. Nessuna delle due parti ha interesse a far crescere le tensioni. La Corea del Nord, da un lato, non è certo intenzionata a dare effettivamente il via a una guerra che non potrebbe vincere; su questo Mattis non poteva essere più chiaro. Dal canto loro, gli Usa hanno tutte le intenzioni di evitare un conflitto che potrebbe portare a un qualche attacco nucleare rivolto a una qualunque città americana (soprattutto ora che Pyongyang pare possa produrre mini testate nucleare da caricare nei suoi missili).

4. A detta del NY Times, ci sono molte ricerche a sostegno della tesi secondo cui Pyongyang non sta predendo seriamente le minacce americane. Gli Stati, per gli esperti di geopolitica, sono di solito portati a credere che le altre nazioni faranno il possibile per mantenere lo status quo. I Paesi tendono anche a non prestare una vera attenzione a qualsiasi segnale che ritengano ambiguo o poco chiaro. Per far cambiare idea alla Corea del Nord sulla loro effettiva intenzione di entrare in guerra, gli Usa dovrebbero agire concretamente. E i tweet di Trump in questo senso non sono abbastanza, per fortuna. Quanto all'ambiguità, se gli americani stessi non riescono a capire che cosa Trump intenda ogni volta che twitta, di certo gli analisti di Pyongyang non hanno le idee più chiare.

5. La credibilità è una questione importante, ma fare la voce grossa, tra Stati, è più facile di quanto si pensi. Secondo il New York Times, anche in questo caso ci sono ricerche a sostegno della tesi secondo cui le minacce non danneggiano la credibilità di una nazione, né creano pressioni dall'altra parte per fare qualcosa.

Riassumendo: se Trump dovesse muovere migliaia di truppe da Guam alla penisola coreana, sarà il caso di iniziare a preoccuparsi. Fino ad allora, come direbbe Tillerson, "si può dormire sonni tranquilli".

Altri Servizi

Non c'è accordo sui fondi, Stati Uniti in shutdown: bloccate le attività federali

Il Senato non ha approvato la legge di rifinanziamento provvisorio per quattro settimane. Trump attacca: "I democratici vogliono svilire il grande successo dei tagli alle tasse". Possibile riduzione del Pil di 6,5 miliardi alla settimana

Gli Stati Uniti sono in shutdown. Il Senato non ha trovato un accordo per approvare il finanziamento provvisorio del governo federale, necessario entro la fine del 19 gennaio. La prima conseguenza è che migliaia di lavoratori federali saranno in congedo non retribuito e che circa 1,3 milioni di militari resteranno senza stipendio finché non si troverà una soluzione a questo stallo. Secondo un rapporto di S&P Global Ratings, lo shutdown potrebbe far scendere il Pil degli Stati Uniti dello 0,2% ogni settimana, ovvero 6,5 miliardi di dollari.

In Usa è scattato lo shutdown: cosa è e cosa comporta

Per la prima volta dall'ottobre 2013, il governo federale subisce una paralisi parziale. La Casa Bianca accusa i democratici

Per la prima volta dall'ottobre 2013, quando il presidente era Barack Obama, il governo federale degli Stati Uniti  è protagonista di una paralisi parziale. Per trovare una soluzione c'era tempo fino alla mezzanotte del 19 gennaio 2018 di Washington, le sei del mattino di sabato 20 gennaio in Italia. Come successo oltre quattro anni fa, il cosiddetto "shutdown" ha visto repubblicani e democratici scontrarsi sulla legislazione che andava approvata per continuare a finanziare le attività del governo.

S&P promuove la Grecia, prima volta in due anni

Il rating passa a B da B-, comunque cinque gradini sotto l'investment grade. L'outlook resta positivo
iStock

Per la prima volta in due anni, S&P Global Ratings ha migliorato il suo giudizio sulla tenuta creditizia della Grecia, portato a "B" da "B-" (comunque cinque gradini al di sotto dell'investment grade). L'outlook è rimasto "positivo", cosa che implica un'altra possibile promozione.

Svolta storica al Los Angeles Times, arrivano i sindacati

Sono gli stessi che rappresentano già NY Times, Washington Post e Wsj. Il proprietario Tronc: aperto a discussioni produttive. Al via formazione di un comitato per trattare aumenti salariali
L'edizione del 5 novembre 2008 del giornale AP

Per la prima volta nei suoi 136 anni di storia, al "Los Angeles Times" entrano i sindacati. Il quotidiano controllato dal gruppo editoriale Tronc fa cos" storia e si prepara a vivere tensioni crescenti non solo con la proprietà del giornale ma anche con il suo management. I due fronti si sono già scontrati su licenziamenti, cambi di vertice e priorità di un gruppo che punta sul giornalismo digitale.

Un avvocato di Trump: "Il presidente è molto impaziente di parlare con Mueller"

Il procuratore speciale che indaga sulle interferenze russe nelle scorse elezioni potrebbe presto ascoltare il capo di Stato

Un avvocato di Donald Trump ha detto che il presidente degli Stati Uniti è "molto impaziente" di sedersi a parlare con il procuratore speciale Robert Mueller, che indaga sulle interferenze russe nelle scorse elezioni.

JP Morgan: per il Ceo Dimon, compensi 2017 per 29,5 milioni di dollari

Sono saliti del 5,4% sul 2016 ma restano sotto il record da 30 milioni del 2007. Salario di base fermo a 1,5 milioni; a lui azioni vincolate per 23 milioni di dollari
Wikimedia Commons

Nel 2017 il Ceo di JP Morgan Chase ha portato a casa compensi per 29,5 milioni di dollari, il 5,4% in più sul 2016 ma meno del record da 30 milioni del 2007 ossia l'anno precedente allo scoppio della peggiore crisi finanziaria dagli anni '30 del secolo scorso.

Wall Street ignora il rischio shutdown

Ieri chiusure in calo, ma Dow Jones oltre 26.000 punti
AP

Shutdown vicino, Trump: "Colpa dei democratici, vogliono gli immigrati irregolari"

Oggi serve l'ok del Senato alla proposta di legge per una copertura di spesa mensile, ma l'accordo è lontano
AP

Il Washington Post tiene il conto alla rovescia in testa all'homepage del proprio sito: mancano ormai poche ore allo shutdown, ovvero la paralisi della pubblica amministrazione statunitense, che potrà essere evitata solo con un accordo tra democratici e repubblicani.

Ibm: ultimo trimestre del 2017 chiuso con ricavi in rialzo, prima volta da inizio 2012

Traino del cloud e degli "imperativi strategici". Il periodo è finito in perdita. Hanno pesato oneri da 5,5 miliardi di dollari legati alla riforma fiscale Usa.
Ibm

L'opera di trasformazione di International Business Machines (Ibm), iniziata cinque anni fa, sta forse cominciando a dare i suoi frutti. Il gruppo informatico ha chiuso il periodo ottobre-dicembre del 2017 con ricavi in rialzo annuo per la prima volta dopo 22 trimestri di fila in calo. Il Ceo Ginni Rometty può finalmente tirare un sospiro di sollievo anche se il mercato resta scettico del fatto che il business legato a cloud computing, intelligenza artificiale e sicurezza bastino per rendere sostenibile quella crescita.

Usa vogliono l'estradizione di due italiani, sono accusati di traffico illecito di oppiacei

Si chiamano Luca Sartini, 58 anni, e Luigi Palma, 51. Entrambi sono di Roma. Arrestati nella capitale italiana