Comey contro Trump: "Ha mentito e diffamato me e l'Fbi"

L'ex direttore del Federal Bureau ha parlato davanti alla commissione Intelligence del Senato. "Nessun dubbio" che la Russia abbia interferito nelle elezioni statunitensi, ma "sono fiducioso" che "nessun voto sia stato alterato"
AP

Trump "ha mentito" agli americani e ha "diffamato me e l'Fbi". "Non ci sono dubbi" che la Russia abbia interferito nelle elezioni presidenziali statunitensi dello scorso anno, ma "ho fiducia" che "nessun voto sia stato alterato". Questi i passaggi più significativi della testimonianza dell'ex direttore dell'Fbi, James Comey, davanti alla commissione Intelligence del Senato, durata quasi tre ore, attesa e seguita dai media e dalla popolazione come si trattasse del Super Bowl, la finale del campionato di football americano, l'evento più popolare negli Stati Uniti.

Nella prima apparizione dal suo licenziamento, avvenuto un mese fa, Comey ha attaccato l'attuale amministrazione sin dalle sue prime parole: "L'amministrazione ha scelto di diffamare me e, ancor più importante, l'Fbi", affermando che il Bureau era "nel caos". "Sono state dette bugie, mi dispiace per gli americani". L'Fbi "è e sarà sempre indipendente", ha detto Comey, che ha spiegato che "le motivazioni date per il mio licenziamento erano ambigue, non avevano senso, mi hanno confuso e preoccupato".  Comey ha poi detto di credere che le indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali statunitensi siano state un fattore decisivo nella decisione di Trump di licenziarlo. "Qualcosa nel modo in cui stavo conducendo" le indagini ha "fatto sentire al presidente una pressione che voleva alleviare". "Sono stato licenziato - ha affermato ancora - per cambiare...il modo in cui erano condotte le indagini sulla Russia".

L'ex direttore dell'Fbi ha scritto nella sua testimonianza, resa pubblica ieri e non ripetuta davanti alla commissione, che aveva cominciato a prendere nota delle sue conversazioni con il presidente Trump, prendendo un'abitudine che non aveva mai avuto. E lo ha fatto, ha spiegato, perché "ero onestamente preoccupato che [Trump] potesse mentire sulla natura dei nostri incontri e ho pensato fosse importante documentarli".

Comey ha dichiarato che "non ci sono dubbi" che la Russia abbia interferito nelle elezioni presidenziali statunitensi dello scorso anno, spiegando comunque di avere fiducia nel fatto che "nessun voto sia stato alterato" come conseguenza delle ingerenze di Mosca. Comey ha poi aggiunto che l'Fbi ha scoperto le intrusioni informatiche russe verso la fine dell'estate del 2015.

Comey ha detto che Trump "sembrava voler ottenere qualcosa" da lui, durante il loro incontro del 27 gennaio; l'ex direttore dell'Fbi ha detto di essere rimasto "sorpreso" e "innervosito" che Trump gli avesse chiesto se volesse rimanere al suo posto, perché aveva già detto chiaramente di volerlo fare. Comey ha detto di essere andato via da quella cena con la sensazione che Trump "volesse ottenere qualcosa in cambio della mia richiesta di restare in carica".

Comey non ha voluto ripetere la dichiarazione iniziale resa pubblica ieri, lunga sette pagine e composta da 3.100 parole, in cui ha confermato che Trump gli chiese "lealtà" e di "lasciar correre", quindi di chiudere, l'inchiesta su Michael Flynn, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale che aveva mentito sulle sue conversazioni con l'ambasciatore russo a Washington, Sergey Kislyak. Un'altra richiesta di Trump a Comey fu quella di affermare pubblicamente che il presidente "non era personalmente sotto inchiesta", ma Comey non lo fece per rispettare i protocolli.

Comey si è rifiutato di dichiarare se consideri la richiesta di Trump di chiudere le indagini su Flynn un tentativo di ostruire la Giustizia, ma l'ha definita "una cosa molto inquietante e preoccupante". Ha poi aggiunto di aver preso le parole di Trump "come una 'direzione'...l'ho presa come quello che voleva che io facessi". E a proposito delle indagini, Comey ha ribadito di aver detto a Trump "che non era sotto indagine dell'Fbi durante il nostro primo incontro". "Prima dell'incontro del 6 gennaio, discussi con i leader dell'Fbi se dovessi prepararmi a rassicurare il presidente eletto Trump che non stavamo indagando su di lui. Era vero. Non avevamo un caso aperto su di lui. Fummo d'accordo che dovessi avvertirlo. Durante il nostro incontro faccia a faccia alla Trump Tower, gli diedi questa rassicurazione".

Durante la testimonianza, Comey ha dichiarato di aver condiviso delle copie delle sue note sulle conversazioni con il presidente degli Stati Uniti con un amico - un professore della Columbia Law School, Daniel Richman - in modo che potesse consegnarle ai giornalisti. Comey ha detto di averlo fatto nella speranza che si arrivasse alla nomina di un procuratore speciale sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali statunitensi, come poi successo (Robert Mueller). Comey ha detto di sperare che "ci siano davvero le registrazioni delle conversazioni" con il presidente e ha invitato a "pubblicarle tutte. Mi va bene", facendo riferimento a un tweet in cui Trump lasciava intendere che ci potessero essere delle registrazioni degli incontri.

L'ex direttore dell'Fbi ha poi rivelato che Trump non è stato l'unico componente dell'amministrazione statunitense a comportarsi in modo "preoccupante" nell'ultimo anno. Ha detto che Loretta Lynch, segretario alla Giustizia dell'amministrazione Obama, gli chiese di definire la questione dellsulle e-mail di Hillary Clinton un "caso", non "un'indagine". Le sue parole, ha detto Comey, "mi confusero e mi preoccuparono". Comey ha detto che questa è stata una delle ragioni per cui sentì la necessità di annunciare pubblicamente le novità emerse sul caso, che per i democratici avrebbero danneggiato Clinton alle elezioni. L'altro fattore determinante fu l'incontro in aeroporto tra l'ex presidente Bill Clinton e la stessa Lynch, che creò grosse polemiche negli Stati Uniti. Comey ha detto di aver annunciato le novità sul caso per proteggere la credibilità dell'Fbi e del dipartimento di Giustizia. L'audizione di Comey è proseguita nel pomeriggio americano, ma a porte chiuse.

La testimonianza di James Comey davanti alla commissione Intelligence del Senato è servita a "stabilire che [il presidente] Trump non era indagato per collusione o per aver cercato di ostruire le indagini dell'Fbi". A dirlo è stato Marc Kasowitz, l'avvocato personale di Trump, nella sua prima apparizione pubblica, intervenuto poco dopo la conclusione della testimonianza pubblica dell'ex direttore dell'Fbi. Trump "non ha mai richiesto o suggerito" a Comey di fermare le indagini su qualcuno, nemmeno su Flynn; Kasowitz ha poi detto che Trump non ha mai detto a Comey: "Ho bisogno di lealtà, mi aspetto lealtà", come dichiarato dall'ex direttore dell'Fbi. Inoltre, Comey ha "ammesso" di aver "unilateralmente e di nascosto divulgato alla stampa, senza autorizzazione, delle comunicazioni confidenziali con il presidente".

Per ora, Trump ha risposto solo indirettamente, parlando a un evento organizzato da un gruppo di evangelici. "Nulla che valga la pena fare è facile, ma sappiamo come combattere e non molleremo mai. Combatteremo e vinceremo". "Siamo sotto assedio...ma ne usciremo - ha detto - più grandi e forti che mai". Sarah Huckabee Sanders, vice portavoce della Casa Bianca, ha invece dichiarato, rispondendo a Comey, che Trump "non è un bugiardo".

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