Corea del Nord risponde alle minacce di "fuoco e furia" di Trump

Il regime di Kim Jong-un sta valutando se attaccare Guam, un'isola nel Pacifico
AP

Mentre la Corea del Nord si avvicina sempre di più alla 'linea rossa' tracciata da Donald Trump, il presidente americano ha lanciato un avvertimento: è meglio che Pyongyang "non faccia più minacce" agli Stati Uniti perché altrimenti a quelle minacce Washington risponderà con "il fuoco e la furia". Qualche ora dopo il regime di Kim Jong-un ha risposto con un'altra minaccia: un attacco a Guam, isola nell'Oceano Pacifico occidentale e che ha uno statuto di territorio incorporato degli Usa. E' bene che l'America di Trump "non si penta della giornata odierna in futuro", ha fatto sapere il regime guardando a un'isola di 544 Km quadrati di cui un terzo sono coperti da una base militare Usa dove lavorano 6mila americani. Per Pyongyang è un target logico: da Guam due caccia Usa all'inizio della settimana erano partiti per unirsi a quelli sudcoreani e giapponesi per una missione sulla penisola coreana. E da là a luglio erano partiti dopo due test missilistici balistici intercontinentali della Corea del Nord.

La reazione del leader Usa era arrivata dopo indiscrezioni secondo cui la Corea del Nord sarebbe riuscita a miniaturizzare le testate nucleari con l'intento di caricarle in missili pensati per colpire la prima economia al mondo. E' quanto riferito da fonti dell'intelligence Usa al Washington Post, che tra l'altro hanno alzato il numero stimato di bombe parte dell'arsenale atomico di quella nazione (sarebbero 60 ma secondo altri calcoli sono molte di meno).

L'indiscrezione non significa che Pyongyang abbia già prodotto missili balistici intercontinentali capaci di trasportare testate nucleari ma, se confermata, dimostrerebbe come il regime di Kim Jong-un sia sempre più vicino a diventare una potenza nucleare a tutti gli effetti; e questo, nonostante Trump a gennaio avesse detto che ciò non sarebbe mai successo e nonostante il pressing internazionale.

Sabato 5 agosto l'Onu aveva imposto nuove sanzioni contro la nazione più isolata al mondo per via dei suoi programmi missilistici e nucleari. Due giorni dopo Pyongyang aveva minacciato gli Usa di usare armi nucleari contro Washington nel caso di provocazioni militari e aveva detto che "in nessuna circostanza" avrebbe negoziato su quei programmi.

Questa mattina, in un tweet, Trump aveva scritto che con la Corea del Nord serve essere "duri e risoluti" e aveva re-twittato Fox News, il canale conservatore da lui preferito che citando un funzionario Usa riferiva il trasferimento di missili antinave nordcoreani a bordo di un pattugliatore. (quel retweet ha fatto piovere le critiche contro il leader Usa, accusato di essere ipocrita visto che dice di avere tolleranza zero per la fuga di notizie dalla sua amministrazione).

E mentre la Corea del Sud, insieme al Pentagono, rivede le direttive sulla dimensione delle testate dei missili che può lanciare,  il Giappone ha alzato il livello di allerta. Come Trump negli Usa, anche il premier nipponico Shinzo Abe è messo sotto pressione mentre i rating di gradimento calano.

Il punto è che l'amministrazione Trump valuta tutte le opzioni, anche quella militare (come detto nel fine settimana da H.R. McMaster, consigliere per la sicurezza nazionale). Gli Usa inoltre potrebbero decidere di riportare le sue armi nucleare nella penisola coreana, da dove le aveva rimosse nel 1991.

E' il segretario di Stato, il pragmatico Rex Tillerson, che dall'Asia preme sui canali diplomatici mentre chiede alle nazioni di quella regione di tagliare ogni legame commerciale con Pyongyang. Anche perché forse in pochi ricordano come gli Usa abbiano giustificato l'invasione dell'Iraq sulla base di materiale d'intelligence secondo cui il regime di Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa (che non c'erano).

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