Il 15 ottobre 2008 a Holland, nell’Ohio, un certo “Joe l’idraulico” fermò per strada il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama, e - al cospetto di alcune telecamere - gli chiese una spiegazione semplice della crisi economica che lo stava rovinando e della proposta del candidato su come uscirne. «Ma lei crede nel sogno americano?» chiese ad Obama.Il cuore di quella conversazione fu il passaggio in cui "Joe" spiegò che il suo sogno era mettersi in proprio e rimproverò al futuro presidente l'intenzione di alzare le tasse per chi guadagnava più di 250mila dollari, boicottando progetti come il suo; Obama rispose che quell'aumento di tasse nell'immediato poteva sembrare penalizzante ma nel lungo periodo avrebbe portato a redistribuire la richhezza a vantaggio un po' di tutti ("When you spread the wealth around, it’s good for everybody").
Chissà se fu un gesto spontaneo o preparato, chissà se faceva davvero l’idraulico, chissà se si chiamava davvero Joe. Quel che è certo è che improvvisamente divenne l’icona nazionale dell'uomo qualunque preoccupato per una crisi economica che non capiva e, soprattutto, per la tendenza dei politici di affrontare la situazione con ricette del tipo "tassa e spendi". John McCain lo fece partecipare ai suoi comizi e lo menzionò diffusamente nei dibattiti televisivi.
Quest'anno l'icona uguale e contraria è Debbie, la segretaria di Warren Buffet, il supermiliardario che si è detto favorevole all'aumento delle tasse per i ricchi proposto da Obama in ragione del fatto che, per l'appunto "la mia segrataria paga più di me" (nel senso dell'aliquota ovviamente, non della somma finale). Debbie è stata addirittura invitata a presenziare all'ultimo Discorso sullo Stato dell'Unione che il Presidente ha tenuto davanti al Congresso, a testimoniare la nuova venatura populista che la Casa Bianca intende imprimere alla sua linea in materia fiscale in vista della campagna elettorale.
Chi riuscirà a conquistare la fiducia della classe media tartassata ed angosciata? Se lo chiede Dorothy Wickenden in un interessante pezzo sul nuovo numero del New Yorker, intitolato non a caso "Joe e Debbie" - a questo link














