Dazi Trump: al via attività di lobby per evitarli

Incontro sabato a Bruxelles tra Ue, Usa e Giappone. L'Australia tratta. Brasile, Cina, Corea del Sud, Giappone, Germania e Turchia i più a rischio
AP

E adesso inziano le intense attività di lobby. In vista dell'introduzione, dal 23 marzo, di dazi del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio in arrivo negli Stati Uniti da "tutti i Paesi fatta eccezione per il Messico e il Canada", i governi stranieri si preparano a fare nuovamente pressione. L'obiettivo è uno solo: essere esentati dalla misura controversa voluta da Donald Trump. In prima fila potrebbero esserci Brasile, Cina, Corea del Sud, Giappone, Germania e Turchia, i cui ordini potrebbero subire il colpo più duro visto che la prima economia al mondo importa da loro l'acciaio di cui necessita.

Mentre vuole sostenere i volumi produttivi delle aziende metallurgiche americane 'nascondendosi' dietro la foglia di fico della sicurezza nazionale, la Casa Bianca di Trump tira dritto con la sua linea improntata al protezionismo e che ha portato alle dimissioni del consigliere economico pro business Gary Cohn (definito ieri dal presidente "un globalista" ma "a suo modo" un "nazionalista, perché ama il suo Paese").

Tenendo fede alle promesse fatte in campagna elettorale, il presidente americano vuole mettere in pratica il suo motto "America First" usando le tariffe controverse come una leva per ottenere qualcosa in cambio di esenzioni che potrebbero essere concesse a quelli che sono considerati "davvero nostri amici". Nel caso dell'Unione europea, che sperava in una esenzione dei suoi 28 Paesi membri, Trump potrebbe essere disposto a rimuovere o ritoccare i dazi se, per esempio, otterrà una riduzione delle tariffe sulle auto Made in Usa che finiscono in Europa.

L'approccio dell'inquilino della Casa Bianca poteva essere peggiore e più restrittivo. La sua intenzione originaria, infatti, era quella di imporre quei dazi su tutti senza alcuna eccezione. Il pressing esercitato nei sette giorni trascorsi tra l'annuncio delle tariffe e la loro ufficializzazione ha, almeno in parte, funzionato. Nelle due proclamazioni firmate ieri da Trump viene spiegato che "qualsiasi Paese con cui abbiamo una relazione per la sicurezza è benvenuto a discutere con gli Usa modalità alternative per affrontare" il caso. In pratica una nazione dovrà dimostrare che la vendita di alluminio e acciaio in Usa "non pone" rischi alla sicurezza nazionale americana. Nel caso in cui "alternative soddisfacenti" vengano trovate, allora Trump potrà "rimuovere o modificare" i dazi.

Nonostante questa flessibilità, Trump ha ignorato le critiche arrivate non solo dagli alleati come la Ue - che ha ventilato ritorsioni su prodotti americani come le motociclette Harley-Davidson, i jeans Levi's e il burro di arachidi - ma anche da business leader e legislatori. Paul Ryan, lo speaker repubblicano alla Camera, ieri è tornato alla carica dicendo di "temere le conseguenze indesiderate" delle tariffe. Lui - così come i 107 deputati che hanno firmato una lettera inviata al presidente - vuole che Trump si "focalizzi solo su quei Paesi e su quelle pratiche che violano le leggi commerciali".

Il Fondo monetario internazionale, attraverso il suo direttore generale, ha detto che "le guerre commerciali non si vincono". Il governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha giudicato le mosse unilaterali "pericolose"; nella conferenza stampa post riunione dell'istituto centrale, Draghi ha dichiarato: "Se si impongono dazi sui propri alleati, ci si domanda chi siano i nemici".

Mentre nel partito dello stesso Trump, quello repubblicano, monta la frustrazione, il Canada e il Messico tirano sì un sospiro di sollievo ma hanno fatto capire di non volere alterare la loro strategia nell'ambito dei negoziati per riscrivere il North American Free Trade Agreement, l'accordo di libero scambio siglato nel 1994. Nelle proclamazioni, del Nafta non si fa cenno esplicito. I documenti spiegano i "casi speciali" dei due Paesi confinanti con gli Usa dicendo che "almeno per ora" per loro le tariffe non valgono. E' stato il presidente Usa a indicare durante la cerimonia alla Casa Bianca che i dazi scatteranno "se non raggiungiamo un accordo sul Nafta e mettiamo fine al Nafta perché loro non sono in grado di raggiungere un accordo equo". Per Chrystia Freeland, ministra canadese degli Esteri, l'esenzione rappresenta comunque "un passo avanti". Ricordando che il Messico ha imposto dazi sui prodotti in acciaio in arrivo da Paesi che producono più acciaio di quanto necessitino, il ministro messicano dell'economia Ildefonso Guajardo ha spiegato che "è possibile affrontare questo problema e rispettare gli impegni internazionali nell'ambito del framework dell'Organizzazione mondiale del commercio".

Quanto alla Ue, la commissaria per il commercio Cecilia Malmstrom su Twitter ha chiesto "più chiarezza sulla questione" anche perché la Ue, in quanto "stretta alleata degli Usa", dovrebbe essere esclusa dai dazi. Malmstrom sabato a Bruxelles incontrerà il rappresentante commerciale degli Usa, Robert Lighthizer e l'equivalente giapponese. Si discuterà dei nuovi dazi e di come l'alleanza a tre può contrastatare le politiche economiche della Cina. L'Australia - che Trump aveva indicato come un potenziale Paese da esentare - intanto punta a ottenere a sua volta concessioni. Ecco perché le attività di lobby sono appena iniziate.

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World Bank

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Xi Jinping AP

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Piccoli segnali di disgelo tra Stati Uniti e Cina sul fronte commerciale. A fare un primo passo è stato il segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin, che ha parlato alla stampa durante gli Spring Meetings del Fondo monetario internazionale che stanno per concludersi a Washington. Mnuchin starebbe valutando un viaggio in Cina nell'ambito dello scontro fra Washington e Pechino sulle tariffe doganali, dicendosi poi "cautamente ottimista" su una possibile risoluzione delle tensioni commerciali con la seconda economia al mondo.

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Un uomo seminudo è entrato in un locale della catena Waffle House alla periferia di Nashville, in Tennessee, aprendo il fuoco sui presenti con un fucile d’assalto AR-15. Il bilancio è di 4 morti e due feriti. Il killer, ancora in fuga è stato identificato dalla polizia che ha lanciato un appello per individuarlo e catturarlo: si tratterebbe di Travis Reinking, 29enne di Morton, in Illinois.

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AP

Da Washington, Pier Carlo Padoan ha rivendicato il lavoro fatto al ministero delle Finanze dal febbraio 2014 a oggi. E preparandosi a dire addio al suo incarico, ha lanciato un messaggio al prossimo governo (che fatica a prendere forma): "Non ci sono scorciatoie, la strada intrapresa [delle riforme] è quella giusta". Su questo è d'accordo il Fondo monetario internazionale, che ci chiede un piano "credibile e ambizioso" per portare avanti un consolidamento fiscale. Perché è vero che l'istituto guidato da Christine Lagarde ha rivisto leggermente al rialzo le stime di crescita dell'Italia. Ed è vero che il debito sta migliorando, ma resta alto mettendo l'Italia tra i Paesi che - come ha avvertito il d.g. del Fondo Christine Lagarde - "potrebbero essere colpiti di più se le condizioni di mercato", ora favoravoli, "cambiano".

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E' certamente un "notevole progresso", come ha detto Donald Trump. Ma per esserlo, l'annuncio arrivato ieri dalla Corea del Nord di un alt ai suoi test missilistici e nucleari deve essere genuino. Per scoprirle se lo sia, serve tempo e dunque un cauto ottimismo - quello consigliato dagli osservatori - sembra necessario.

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Washington - E' essenziale che la crescita in Italia non subisca una battuta d'arresto. E che non si dimentichino i vincoli "formali e sostanziali" che vanno rispettati in termini di conti pubblici. E' questo il messaggio lanciato dal governatore di Banca d'Italia al futuro governo del nostro Paese, che non potrà non tenere conto del debito pubblico. Da Washington, dove si sono conclusi i lavori primaverili del Fondo monetario internazionale, Ignazio Visco si è detto "fiducioso" che nella futura classe dirigente italiana "ci sarà un grande senso di responsabilità nell'indirizzare la politica economica dei prossimi anni". La speranza è che chiunque sarà al governo prenda atto dei vincoli che "non si possono dimenticare" e di un debito che resta alto, anche se il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan si aspetta che scenda maggiormente tra il 2018 e il 2020 passando al 123,9% dal 131,8% del 2017.