Come Trump, il Pentagono minaccia la Corea del Nord. Tillerson tranquillizza

Il generale Mattis promette la fine del regime se agirà. Il segretario americano di Stato esclude una "minaccia imminente" per l'isola di Guam, un territorio Usa nel Pacifico, e un'opzione militare. Conta su "influenza" Russia e Cina.

Mentre il presidente Donald Trump si vanta di un arsenale nucleare "mai così potente" e il segretario di Stato Rex Tillerson tranquillizza dicendo di "dormire tranquilli", nel duello verbale sull'asse Usa-Corea del Nord si è inserito anche il segretario alla Difesa. Con la Cina che ha chiesto uno stop alle provocazioni.

Pentagono: Pyongyang eviti azioni che la annienterebbero
Jim Mattis ha ribadito "l'impegno inamovibile" di Washington a difendere sé stessa e gli alleati da un attacco di Pyongyang, che ha minacciato di lanciare un missile sull'isola Guam. Il leader nordcoreano Kim Jong-un "dovrebbe prestare attenzione alla voce unita dell'Onu", che sabato scorso ha imposto nuove sanzioni contro il regime, e ai governi nel mondo che sono d'accordo sul fatto che la Corea del Nord "rappresenta una minaccia alla sicurezza e alla stabilità globali". Per questo, ha continuato Mattis, la nazione "deve decidere di smettere di isolare sé stessa e rinunciare a ottenere armi nucleari". E dovrebbe smettere anche di prendere in considerazione azioni "che porterebbero alla fine del suo regime e alla distruzione del suo popolo". Mentre il dipartimento di Stato "sta facendo ogni sforzo per risolvere" la situazione per vie "diplomatiche", Mattis ha voluto precisare che "gli eserciti combinati degli alleati ora possiedono i mezzi offensivi e difensivi più robusti sulla Terra". Per questo Pyongyang perderebbe "ogni corsa all'armamento o un conflitto a cui darebbe inizio".

Dipartimento di Stato: nessuna minaccia imminente
Intanto il segretario americano di Stato, Rex Tillerson, aveva tranquillizzato dopo gli scambi di minacce tra Usa e Corea del Nord. "Credo che gli americani dovrebbero dormire tranquilli durante la notte e non dovrebbero essere preoccupati da questa particolare retorica degli ultimi giorni", ha detto. Alla stampa che gli ha chiesto se per Washington un'opzione militare stesse diventando sempre più concreta, lui ha risposto: "Nulla che ho visto e nulla di cui sono a conoscenza indica che la situazione sia cambiata notevolmente nelle ultime 24 ore".

Dopo avere difeso il linguaggio duro di Trump contro la Corea del Nord, per gli storici senza precedenti nell'era moderna, Tillerson ha detto di non credere che a Guam ci sia una "minaccia imminente" di attacco da parte di Pyongyang: il giorno precedente il regime di Kim jong-un aveva fatto sapere di valutare un lancio missilistico sulla piccola isola nel Pacifico occidentale diventata territorio americano nel 1898. E questo dopo l'avvertimento pronunciato dal presidente Usa (in modo totalmente improvvisato): la Corea del Nord smetta di minacciare gli Usa altrimenti Washington risponderà con "il fuoco e la furia".

Parlando a bordo dell'aereo diretto dalla Malesia a Guam - una tappa pianificata prima degli ultimi sviluppi geopolitici - il segretario americano di Stato ha precisato che "la capacità missilistica della Corea del Nord punta in varie direzioni, quindi Guam non è l'unico posto minacciato".

Tillerson ha anche echeggiato quanto detto ore prima da Trump, secondo cui l'arsenale nucleare Usa non è mai stato così potente, per dire che gli Stati Uniti "possono difendesi senza alcun dubbio e difenderanno sé stessi e gli alleati". Proprio per questo, secondo l'ex Ceo di Exxon Mobil, era "importante" che il leader Usa inviasse un messaggio chiaro.

Il ruolo di Cina e Russia
A chi gli ha chiesto se ci sia una minaccia di lungo termine contro la regione asiatica in generale e contro Guam in particolare, Tillerson ha risposto: "Spero di no. Siamo fiduciosi che questa campagna di pressing a cui si è unito ora tutto il mondo e il coinvolgimento di Cina e Russia - due dei vicini più stretti della Corea del Nord - possano iniziare a persuadere il regime a...pensare che deve farsi coinvolgere in un dialogo su un futuro diverso".

Secondo Tillerson - che ha detto di non avere parlato con i colleghi cinese e russo nell'ultimo giorno e mezzo - Mosca e Pechino "hanno canali di comunicazione aperti molto buoni per essere in grado di parlare con il regime nordcoreano". La speranza di Washington è che convincano Pyongyang a fermare i suoi programmi e a rispettare le risoluzioni Onu. Insomma, gli Usa contano su Russia e Cina affinché usino la loro "influenza per portare la Corea del Nord al dialogo, con le giuste aspettative" sul contenuto di quel dialogo.

Ecco perché "le nostre linee telefoniche restano aperte alla Cina e alla Russia così come ai nostri alleati", ha aggiunto Tillerson, che esclude serva una nuova strategia perché "quella in atto sta funzionando". A questo proposito ha citato un sostegno internazionale diffuso affinché la Corea del Nord non sia una minaccia alla stabilità nella Regione. Per lui "il pressing sta diventando evidente. Credo che sia per questo che la retorica in arrivo da Pyongyang sta iniziando a essere più minacciose e più rumorosa". E' tuttavia ancora "presto" per dire se il regime nordcoreano "è stato messo in un angolo" e sia così costretto a negoziare, cosa che solo due giorni prima aveva detto non avrebbe fatto "in nessuna circostanza".

Rex Tillerson, segretario di Stato
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