E ora, Obama sarà "il Reagan della sinistra"?

Dopo il discorso di inaugurazione di lunedì, opinionisti ed analisti insistono nel leggere una ambizione "reaganiana" nelle mosse del 44esimo presidente. Riuscirà a lasciare il segno come fece Ronnie?

La blogstar Andrew Sullivan, forse l’ultimo obamiano sfegatato non-di-sinistra rimasto su piazza, lo aveva ipotizzato già a settembre, a campagna elettorale più aperta che mai: se Barack Obama avesse vinto la rielezione, avrebbe potuto tentare di essere “Il Reagan dei Democratici” (Newsweek ci fece una delle sue ultime copertine prima di abbandonare l’edizione cartacea). Nel senso di un “transformational president”, un presidente che non si limita a governare il paese ma si spinge molto oltre, lo trasforma, determina con la propria leadership uno smottamento non solo nel voto ma persino nella mentalità di gran parte degli elettori – anche fra i simpatizzanti del partito avversario – destinato a durare ben più del suo mandato, per almeno una generazione.

Ora, dopo il suo discorso di inaugurazione di lunedì, nel quale molti hanno letto un audace spostamento a sinistra rispetto ai compromessi del primo mandato, sono in molti a riprendere questa immagine.

Oggi da sinistra lo fa E. J. Dionne sulle colonne del Washintgon Post: dopo aver ricordato come Nel gennaio del 2008, l'aspirante candidato Obama confessò ai giornalisti di ammirare Reagan, perché "aveva cambiato la traiettoria dell'America in un modo in cui non lo aveva fatto Richard Nixon, e nemmeno Bill Clinton", Dionne afferma che oggi “Come Reagan, Obama tenta di attuare il suo programma non cercando il sostegno dei leader del partito di opposizione, bensì conquistando una minoranza dei repubblicani meno intransigenti – specialmente i parlamentari del Nordest, della Coste Ovest e di parte del Midwest che sentono da che parte tira il vento della politica dalle loro parti”

Ma anche da destra c’è chi la vede in termini sostanzialmente analoghi: Rich Lowry, direttore della rivista conservatrice National Review, ieri in un corsivo su The Politico notava che nel proclamare, inaugurando il proprio secondo mandato, la sua visione a favore di “più intervento statale e politiche più di sinistra sui temi sociali”, “Obama sta recitando la sua parte, come vuole il nuovo cliché, per arrivare ad essere il Reagan della sinistra”. Lowry aggiunge però una importante nota di scetticismo: "Per diventare un personaggio di perpetua trasformazione come Reagan, però, serve ben altro. Dovrà terminare il proprio mandato venendo adorato. Dovrà consolidare la sua eredità vincendo di fatto una sorta di terzo mandato” (l’allusione è al mandato presidenziale di Bush padre, ndt). “E le sue politiche dovranno funzionare, come fece Reagan vincendo la guerra fredda e rilanciando l'economia”.

A voler essere pignoli, c’è anche un ulteriore elemento a lasciare perplessi rispetto alla ipotesi di un “percorso reaganiano” per la presidenza Obama. Quando nel 1984 Reagan venne rieletto trionfando in 49 Stati su 50, ottenne il 26% del voto democratico, esattamente lo stesso di quattro anni prima, e ben il 63% - più del doppio - di quello degli elettori indipendenti: tanto che da allora è divenuto usuale parlare di Raegan democrats (democratici reaganiani) per indicare quegli elettori di sinistra (prevalentemente bianchi del Sud e operai del Nord e del Midwest) spesso disponibili a votare per un candidato repubblicano.
Di un equivalente a parti invertite, di un consistente pezzo di America estraneo all’area del Partito Democratico ma ciò nondimeno incline a dare la propria adesione alla visione, anche ideale se non ideologica, della quale Barack Obama si propone come interprete ed ispiratore, ad oggi non si vede traccia.