Econo-Mitt, tra “Wall Street” e “Pretty Woman”

Il favorito per la nomination repubblicana alla Casa Bianca alle prese con il suo curriculum ai vertici di Bain Capital. Vizio o virtù?

Tra i giornali di stamattina, spicca la nuova copertina dell’Economist dedicata a Mitt Romney: il settimanale britannico si chiede se sarà “Il nuovo amministratore dell’azienda America”, e la cover story tenta di mettere in luce positiva le sue passate esperienze manageriali.

Anni fa l’argomento sarebbe stato terribilmente banale: in tempi di crisi economica, ovvio considerare la competenza in quell’ambito un punto di forza per un candidato alla Casa Bianca. Oggi, invece, si tratta di un argomento sorprendentemente controverso.

Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, Romney fu tra i fondatori e dirigenti della Bain Capital, prestigiosa multinazionale di consulenza manageriale e finanziaria con sede a Boston. In quegli anni la Bain conduceva molte operazioni di “private equity”, nel cui contesto le ristrutturazioni societarie si basavano anche sui licenziamenti a tappeto.

Questo tipo di operazioni, che ha una sua storia tutta americana, è stata spesso dipinta come cinica e vagamente immorale. Basti pensare alla popolarissima commedia rosa Pretty Woman (1990, epoca di transizione dall’era di Reagan a quella di Clinton) nella quale Richard Gere interpretava un “corporate raider” che si innamora di una prostituta (Julia Roberts). Il lieto fine del film era giocato sul fatto che ciascuno dei due redime l’altro da ciò che di immorale c’è nella sua vita, laddove la prostituzione cui era dedita lei fa il paio con quella di lui: come lei smette di battere ed impara ad amare, lui smette di succhiare il sangue alle imprese in difficoltà, ed impara ad aiutarle a rialzarsi.

Hollywood è certamente un sensore (e un generatore) dell’immaginario collettivo americano, ma spesso ne rappresenta una versione iperbolica e di parte, particolarmente vicina alla sensibilità “californiana” di quella parte del popolo americano più incline a votare per i democratici. In realtà, sino a poco tempo fa quel modo di fare business era sì deprecato, ma anche ben tollerato, soprattutto da quella parte dell’opinione pubblica più vicina alle posizioni del partito repubblicano.

Ultimamente, però, qualcosa è cambiato. In America licenziare è sempre stato molto più agevole di quanto sia qui, ma fino a poco tempo fa la cosa era ben tollerata perché rientrava nella fisiologia di un sistema nel quale era altrettanto facile trovare impiego. Ma ora, nell’epoca della Grande Recessione, gli americani sono alle prese con un fenomeno di disoccupazione di lungo periodo che non conoscevano da generazioni. Sta cambiando la loro percezione di cosa significhi perdere il proprio posto di lavoro. Hanno paura e sono arrabbiati: con la casta degli “speculatori” di Wall Street quanto con quella dei politici di Washington.

La paura e la rabbia, si sa, fanno gola in campagna elettorale. Negli ultimi giorni sia Newt Gingrich che Rick Perry hanno attaccato duramente Romney per il suo passato, tacciandolo di essere stato il protagonista di un capitalismo degenerato, immorale, uno speculatore sulla pelle della povera gente, “un avvoltoio”.
Gingrich ha addirittura fatto realizzare – per tramite del solito comitato fiancheggiatore, in modo da poter poi comodamente prendere le distanze come poi ha puntualmente fatto – non un semplice spot, ma un vero e proprio documentario di mezz’ora in stile Michael Moore , in cui Romney viene ritratto come uno squalo della finanza e un serial killer di quei posti di lavoro che i suoi avversari promettono di creare, non di tagliarli come faceva lui.

Gli attacchi di Gingrich (e di Perry) sono decisamente inconsueti per due sedicenti “reaganiani” di ferro: un segno dei tempi, diciamo. Per ora non hanno prodotto altro risultato che quello di allontanare da loro, ed avvicinare a Mitt, i sostenitori e i finanziatori che hanno più a cuore l'affinità fra il partito repubblicano e la libera impresa, caposaldo del Grand Old Party quanto meno dai tempi della opposizione alle politiche socialdemocratiche dell'amministrazione Roosevelt negli anni Trenta del secolo scorso.
Ieri, per dire, Rudy Giuliani – che era sempre apparso piuttosto ostile a Romney, e più vicino a Gingrich (e a Perry, che gli aveva dato il suo endorsement nelle primarie del 2008) - su Fox News si è prodotto in una filippica contro quegli attacchi che ha definito “stupidi, ignoranti e populisti” (“di questo passo" ha aggiunto "ci ridurremo ad andare a scuola di capitalismo dai cinesi”).

Resta però il dubbio che, se Romney sarà il candidato repubblicano, quegli attacchi verranno rispolverati con miglior fortuna dallo staff di Obama.
In effetti già l’anno scorso, ben prima che Romney riuscisse a conquistare la attuale solida posizione di favorito per la nomination, i Democratici avevano servito un assaggio, con uno spot satirico nel quale Mitt viene sarcasticamente appaiato al mitologico Gordon Gekko, incarnazione della finanza senza scrupoli nel Wall Street di Oliver Stone (1987, piena era Reagan), quello che “o si funziona o si è eliminati”, che “l’avidità è bene, l’avidità è giusta, l’avidità funziona” e - attenzione - “l’avidità salverà quella azienda dissestata che risponde al nome di Stati Uniti d’America”.

Con questa citazione si apre oggi l'editoriale dell'economista liberal Paul Krugman sul New York Times, il quale d'apprima si trasulla con l'idea che in fondo in Romney un po' di Gordon Gekko c'è, ma poi ammonisce: il punto è un altro, l'America non è un'azienda.