Elezioni, investitori sull'attenti

Mentre gli italiani sono chiamati alle urne, i mercati finanziari guardano agli effetti su spread, euro e listini azionari

Mentre gli italiani sono chiamati alle urne, gli investitori americani (ma non solo) sembrano certi di una cosa: danno per scontata - e di conseguenza già inclusa nei prezzi - la vittoria del leader del Partito Democratico Pier Luigi Bersani ma con un risultato tale al Senato che forzerà lo stesso Bersani ad allearsi con Mario Monti. Tale scenario, considerato in generale il migliore da esperti come gli economisti di CIBC World Markets, permetterebbe al nuovo governo di portare avanti le riforme di cui la Penisola necessita, ma non senza scontri.

La conseguenza per i mercati finanziari? In Europa, dicono gli esperti, i listini azionari rischiano di restare vulnerabili - c'è chi si aspetta una correzione del 5% in caso di esiti elettorali deludenti - mentre quelli americani potrebbero cavarsela senza troppi scossoni. Lo hanno dimostrato nell'ultima seduta prima della elezioni tricolore gli investitori statunitensi, che hanno spinto il Dow Jones nuovamente oltre la soglia psicologica dei 14.000 punti. L'S&P 500 ha chiuso la prima ottava in rosso ma era da sette settimane consecutive che correva, complici una serie di fattori che hanno avuto poco a che fare con l'evoluzione della crisi del debito in Europa. Certo è che la mancanza di notizie preoccupanti proprio dall'Eurozona ha rimosso una fonte costante di paura dai mercati.

Quanto al cross euro-dollaro, gli esperti di UniCredit credono sia poco probabile un balzo oltre quota 1,35 in caso di esiti elettorali soddisfacenti per gli investitori (i problemi per tutta l'Eurozona d'altra parte restano), mentre un impasse politico potrebbe facilmente spingere il cross sotto 1,30 e mettere alla prova il livello 1,28. Gli analisti di JP Morgan vedono un potenziale al rialzo fino a quota 1,35 nel caso di un'ampia vittoria del centro-sinistra e una caduta fino a quota 1,27 in caso di elezioni deludenti. All'inizio del mese, la divisa europea aveva toccato i massimi di 15 mesi a 1,37 dollari ma si è poi riportata sotto 1,32 in scia ai timori legati proprio a una valuta troppo forte - e al suo impatto negativo sull'export - per un'economia ancora alle prese con la recessione.

Insomma, salvo sorprese dell'ultim'ora e dando per scontata la vittoria del PD, la vera variabile in gioco è un Parlamento diviso, che "condizionerebbe sicuramente la fiducia degli investitori visto che il futuro politico del Paese rimarrebbe incerto", hanno spiegato in una ricerca gli economisti di RBC Capital Markets Norbert Aul e James Ashley.

"Crediamo l'Italia sia destinata all'instabilità post-elezioni, con disaccordi sul passo e la direzione delle riforme economiche", ha spiegato a Marketwatch Nicholas Spiro, direttore generale di Spiro Sovereign Strategy. "Paradossalmente", ha aggiunto Spiro, "più confuso è il risultato elettorale, maggiore sarà la pressione sui politici italiani per formare un governo stabile e ben disposto verso il mercato - specialmente se [Silvio] Berlusconi sfodererà una vittoria inattesa".

"C'è la possibilità che le elezioni finiscano con un risultato meno chiaro e positivo di quanto i mercati sembrano aspettarsi", ha avvertito in una ricerca Peter Schaffrik, a capo di European Rates Strategy.

Insomma, gli operatori di borsa tornerebbero a nutrire dubbi non solo sulla capacità dell'Italia di onorare i propri impegni con i suoi creditori ma anche sul programma di acquisto di titoli di stato della Banca centrale europea. Vale la pena ricordare che tra il 2011 e il 2012, quando intervenne comprando i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà, l'istituto di Francoforte guidato da Mario Draghi ha acquistato 102,8 miliardi di euro di bond italiani, la quota maggiore fra i Paesi dell'Eurozona. Seguono Spagna (44,3 miliardi), Grecia (33,9 miliardi), Portogallo (22,8 miliardi) e Irlanda (14,2 miliardi).

Un primo termometro dell'umore degli investitori domani sarà lo spread - il differenziale del rendimento tra i titoli decennali italiani e l'equivalente tedesco. Da gennaio, stando ai dati di FactSet, il decennale tricolore ha visto rendimenti in ripresa al 4,4% di venerdì 22 febbraio. Si tratta comunque di un valore lontano dal 7,5% circa visto nel novembre 2011, quando l'allora presidente del Consiglio Berlusconi si dimise lasciando la strada al governo tecnico del professore bocconiano Monti. Poi lo scorso luglio Draghi assicurò "tutto quello che serve" per placare il panico degli investitori e salvare l'euro. Così venne meno il timore che l'Italia - terza economia del Vecchio Continente - dovesse ricorrere a un salvagente di salvataggio.

La morale della favola - o bottom line, come dicono qui negli Stati Uniti? L'Italia ha ancora tanta strada da fare.

"L'Italia ha estremamente bisogno di riforme strutturali volte a spingere la sua competitività e migliorare la crescita economica", hanno scritto gli economisti di RBC Capital Markets facendo notare che gli unici Paesi ad essere cresciuti più lentamente dell'Italia negli ultimi 12 anni sono stati Zimbabwe, San Marino e Portogallo.

Insomma, i mercati chiedono che chiunque vinca le elezioni, si rimbocchi le maniche. Al più presto.

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