Elon Musk pensa a un delisting di Tesla. Arabia Saudita scommette sul gruppo

I tre motivi per cui il Ceo vorrebbe che il gruppo non sia più quotato. Il Ceo ha violato regolamentazioni finanziarie con i suoi tweet?
AP

Ennesima boutade o no? E' quello che si sono domandati per ore gli investitori dopo un tweet in cui Elon Musk, il Ceo e fondatore di Tesla, ha scritto che "sta valutando" se effettuare un delisting del produttore di auto elettriche acquistando le azioni in circolazione a 420 dollari, un'offerta che valuterebbe il gruppo 82 miliardi di dollari (debito incluso). E' bastato questo cinguettio a mettere il turbo al titolo, già sostenuto da indiscrezioni raccolte dal Financial Times secondo cui il fondo sovrano saudita ha comprato una quota del 3-5% che vale 1,7-2,9 miliardi di dollari. 

Non è stato subito chiaro se il tweet, scritto dall'account personale dell'irriverente top manager, fosse reale o frutto di un'intrusione illecita (che però sarebbe già stata smentita dall'azienda). Non è stato nemmeno chiaro se il 47enne Musk stesse facendo sul serio o se la sua fosse l'ennesima provocazione come quella del primo aprile scorso, quando scrisse su Twitter che il gruppo era finito in bancarotta. Certo è che la capitalizzazione del gruppo è schizzata a 62 miliardi di dollari grazie a un messaggio di pochi caratteri concluso con "Finanziamenti garantiti". 

Solo mezz'ora prima della fine degli scambi a Wall Street si è capito che "una decisione finale non è stata ancora presa" ma quella del delisting resta un'opzione concreta. Musk ha scritto ai dipendenti che secondo lui quella "è la strada migliore" da percorrere e ha precisato che Tesla resterebbe slegata da SpaceX, l'azienda aerospaziale di proprietà di Musk. Oltre ai piani futuri del gruppo, va capito se il Ceo ha violato le regolamentazioni finanziarie con quella serie di tweet.

A chi su Twitter aveva chiesto a Musk se, una volta compiuto l'ipotetico delisting di Tesla, lui "manterrebbe il controllo dell'azienda", il Ceo aveva risposto che "al momento" non ha una quota tale da avere il maggiore potere di voto "e non mi aspetterei che nessun socio lo abbia se diventiamo un'azienda privata". Musk aveva comunque precisato che non intende vendere le sue quote.

In un'altra risposta a chi chiedeva delucidazioni, Musk aveva detto: "La mia speranza è che tutti gli investitori restino con Tesla anche se diventiamo privati. Verrebbe creato un fondo speciale permettendo a chiunque [sia già socio] di rimanere in Tesla".

In un altro tweet Musk aveva poi aggiunto che "i soci potrebbero vendere a 420 o tenere i loro titoli" nel caso in cui l'azienda non sia più quotata e che lui non si aspetta cambiamenti al vertice di Tesla, indicando che intende rimanerne amministratore delegato.

Alla luce del linguaggio usato dal Ceo, erano iniziati a venire meno i dubbi che il suo non sia altro che uno scherzo. Sul social media c'è chi aveva fatto notare che il numero 420 e sue variazioni è associato alla cultura della cannabis: il 20 aprile, scritto in Usa 4/20, è il giorno celebrato dagli amanti della marijuana. In attesa di conferme, il titolo Tesla è stato sospeso dagli scambi alle 20.08 italiane quando guadagnava il 7,39% a 367,25 dollari. Alle 21.45 ha ripreso le contrattazioni, finite con un +11% a 379,57 dollari.

Sono tre i motivi per cui Musk vorrebbe che la sua Tesla fosse un'azienda privata. Il Ceo non sarebbe più costretto a rispondere alle domande degli analisti, le esigenze di finanziamento dell'azienda non sarebbero più una questione di cui discutere pubblicamente, gli short seller sarebbero puniti se il delisting si verificasse davvero a 420 dollari. Lo stesso Musk lo ha spiegato nel memo ai dipendenti: "Sto cercando di raggiungere un risultato in cui Tesla può operare al meglio, libera il più possibile da distrazioni e da un modo di pensare orientato al breve termine e in cui ci sono cambiamenti minimi per gli investitori e i dipendenti".

Gli analisti hanno spesso mostrato dubbi sulle esigenze finanziarie dell'azienda ma nell'ultima call a commento dei conti migliori delle stime - quella in cui ha fatto un mea culpa con gli analisti - Musk aveva detto che Tesla non aveva bisogno di un'iniziezione di capitali e che dal trimestre in corso il gruppo sarebbe diventato redditizio. Forse Musk ora può stare tranquillo dopo il presunto investimento del Public Investment Fund (PIF) saudita in Tesla.

Stando all'FT, il PIF supervisionato dal principe Mohammed bin Salman, ha rastrellato una quota del 3-5% nel produttore di auto elettriche. E lo ha fatto nell'anno in corso, probabilmente dopo il tour americano dell'erede al trono a Riad. Essendo inferiore al 5%, la partecipazione nel gruppo di Elon Musk non deve essere necessariamente comunicata. Quella quota fa del fondo saudita uno degli otto più grandi soci di Tesla. PIF ha già scommesso su Uber, di cui ha comprato una quota nel giugno del 2016 da 3,5 miliardi di dollari. Il fondo ha investito 45 miliardi nel Vision Fund della giapponese SoftBank e ha promesso 20 miliardi in un fondo infrastrutturale gestito da Blackstone.

Nel frattempo, altre indiscrezioni di stampa sostengono che Tesla ha iniziato a reclutare personale per la sua fabbrica a Shanghai - la prima fuori dagli Usa - un mese dopo avere siglato accordi con le autorità locali per il progetto da 2 miliardi di dollari. Senza commentare direttamente sul caso, la Casa Bianca aveva commentato dicendo che vorrebbe vedere le aziende Usa investire nella loro nazione.

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