Scandalo Cambridge Analytica, Facebook denunciato in Usa

La procura di DC ha fatto causa ore dopo un'inchiesta del Nyt, secondo cui oltre 150 aziende hanno avuto accesso a informazioni degli utenti

Doppio imbarazzo per Facebook nel giro di 24 ore. Il social network è stato denunciato dalla procura del District of Columbia per avere "fallito" nel proteggere milioni di utenti le cui informazioni sono state sfruttate da Cambridge Analytica, che continua a perseguitare il gruppo anche se la società londinese di dati è ormai defunta. Inoltre, Facebook ammesso di avere permesso a grandi gruppi tech di accedere alle informazioni dei suoi utenti ma ha negato di averlo fatto senza il consenso di questi ultimi. 

La denuncia legata a Cambridge Analytica
Il procuratore generale del District of Columbia ha fatto causa contro il social network accusandolo di avere "fallito nel proteggere i dati dei suoi iscritti, consentendo abusi come quelli che hanno esposto quasi la metà dei dati di tutti i residenti di DC alla manipolazione a scopi politici durante le elezioni del 2016". La procura di DC punta a ottenere un'ingiunzione per garantire che il gruppo adotti protocolli e misure di sicurezza pensate per monitorare i dati degli utenti e facilitare il controllo da parte loro delle impostazioni sulla privacy. La procura stessa intende anche ottenere risarcimenti e punire Facebook con pene non specificate.

Lo scorso marzo il colosso tech fu travolto dallo scandalo legato a Cambridge Analytica, 'rea' di avere condiviso "impropriamente" i dati di 87 milioni di utenti della piattaforma. Nella causa legale, il procuratore Karl A. Racine sostiene che la supervisione "morbida" di Facebook e le impostazioni "fuorvianti" legate alla privacy hanno permesso, tra le altre cose, alle app di parti terze di usare la piattaforma per raccogliere informazioni personali di milioni di utenti senza il loro permesso. Non solo. La tesi è che poi quelle informazioni siano state vendute a quella che viene definita una "società di consulenza politica".

Stando al procuratore, "Facebook ha fallito nel proteggere la privacy dei suoi utenti e li ha fuorviati in merito a chi aveva accesso ai loro dati e come erano usati". Secondo Racine, "Facebook ha messo gli utenti a rischio di manipolazione permettendo ad aziende come Cambridge Analytica e ad app terze di collezionare dati personali senza il permesso degli utenti". Tra i vari modi con cui il gruppo di Menlo Park (California) ha "leso i consumatori" c'è il fatto che sapesse delle violazioni compiute Cambridge Analytica "da oltre due anni".

L'inchiesta del New York Times
L'azienda di Menlo Park (California) ha dovuto fornire spiegazioni in un blog post successivamente a un'inchiesta del New York Times, secondo cui per anni Facebook ha dato a società come Netflix, Spotify e Royal Bank of Canada la possibilità di leggere i messaggi privati degli iscritti alla piattaforma. Stando al Nyt, inoltre, per il motore di ricerca Bing (Microsoft) era possibile vedere i nomi di virtualmente tutti gli amici degli iscritti a Facebook senza il loro consenso. Citando centinaia di documenti interni a Facebook generati nel 2017 e interviste con oltre 50 ex dipendenti, il giornale sostiene anche che Facebook abbia permesso ad Amazon di ottenere i nomi degli utenti e i loro contatti attraverso i rispettivi amici. Non solo. Fino alla scorsa estate Yahoo poteva leggere il flusso di post degli amici di un iscritto.

Il Nyt crede che degli accordi di condivisione dei dati abbiano beneficiato oltre 150 aziende (soprattutto tech ma anche retailer online, siti per l'intrattenimento, gruppi auto e media). In cambio Facebook ha potuto conquistare più utenti e dunque generare più ricavi pubblicitari. Il più vecchio degli accordi, sostiene il Nyt, risale al 2010 ma essi erano ancora attivi nel 2017 e alcuni anche nel 2018.

Facebook si è difeso sostenendo che l'accesso alle informazioni degli utenti era pensato per permettere due cose: "Accedere agli account o alle funzioni di Facebook attraverso dispositivi e piattaforme di altre aziende come Apple, Amazon, Blackberry e Yahoo" e "avere esperienze più social - come vedere le raccomandazioni dei loro amici su Facebook - su altre app e siti popolari come Netflix, The New York Times, Pandora e Spotify". Facebook ha aggiunto: "Per essere chiari, nessuna di queste partnership o funzioni ha dato alle aziende l'accesso a informazioni senza il permesso della gente e non hanno violato il nostro patteggiamento del 2012 con la Federal Trade Commission" americana, che impedisce al social network di condividere dati degli utenti senza il loro permesso esplicito.

Spotify e Netflix hanno spiegato al Nyt di non essere stati a conoscenza dei poteri che il social network aveva dato loro. Royal Bank of Canada ha invece messo in discussione il fatto che avesse tali poteri. Alla Cnbc, un portavoce del sito di video in streaming ha precisato che nel 2014 lanciò una funzione, poi chiusa l'anno successivo, per permettere agli abbonati di consigliare film e serie tv ai loro amici su Facebook attraverso Messenger o Netflix. "Non abbiamo mai avuto accesso ai messaggi su Facebook", ha aggiunto il portavoce, "e non abbiamo mai chiesto di avere la capacità di poterlo fare". Un rappresentante di Microsoft ha detto all'emittente che "nel corso del nostro coinvolgimento con Facebook, abbiamo rispettato tutte le preferenze degli utenti".

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