L'era Yellen è finita, Fed pronta ad alzare i tassi a marzo

La banca centrale americana prevede strette graduali ma i trader ne temono quattro e non solo tre
AP

L'era di Janet Yellen alla Federal Reserve è finita con tassi invariati ma pronti a salire da marzo, quando al comando della banca centrale americana sarà arrivato Jerome Powell. A lui, la prima donna ad avere conquistato il vertice dell'istituzione finanziaria più importante al mondo passa dal 3 febbraio il compito di portare avanti la normalizzazione della politica monetaria iniziata nel dicembre 2015. Allora ci fu il primo aumento del costo del denaro dal giugno 2006.

L'ultima riunione della Fed con al comando Yellen non ha sorpreso sul fronte dei tassi ma lo ha fatto su quello dell'inflazione. Dopo avere chiuso il 2017 dicendo che "l'inflazione è scesa quest'anno", la Fed si aspetta che il dato salga "quest'anno e si stabilizzi nel medio termine intorno all'obiettivo [di crescita annua] del 2%". Questa affermazione - unita a quella secondo cui le pressioni inflative sui compensi "sono salite negli ultimi mesi", pur rimanendo "basse" - è bastata per mandare in tilt le varie asset class: a Wall Street, gli indici hanno annullato i guadagni virando in calo; il rendimento del Treasury a 10 anni è balzato sui massimi di seduta e il dollaro ha cambiato rotta puntando al rialzo. Il motivo di una simile reazione? Gli investitori temono che la Fed possa alzare i tassi più rapidamente del previsto nel corso del 2018 proprio per via di una ripresa dell'inflazione, alimentata magari dall'ottimismo su spese e consumi legato alla riforma fiscale approvata in Usa prima di Natale.

Alla fine della riunione dello scorso dicembre, la Fed disse di aspettarsi tre strette nell'anno in corso e due nel 2019. Bisognerà attendere il termine del meeting del 20 e 21 marzo per conoscere le nuove previsioni. Nel frattempo, le probabilità che ci siano quattro rialzi dei tassi nel 2018 sono salite al 28% dal 10% di fine 2017. Stando ai future sui Fed Funds, le chance che a marzo il costo del denaro salga sono aumentate all'86% dal 74% di sette giorni fa. D'altra parte, nel suo comunicato odierno la Fed ha promesso ancora una volta rialzi "graduali" dei tassi, che comunque non fermeranno un ulteriore miglioramento dell'economia e del mercato del lavoro già "forti".

Per saperne di più sulla rotta dei tassi, gli investitori dovranno aspettare il 21 febbraio prossimo, quando la Fed diffonderà i verbali della riunione conclusa oggi. Nel frattempo, Yellen se ne va consapevole di avere alzato i tassi cinque volte nel corso del suo mandato quadriennale, dopo che il suo predecessore Ben Bernanke li portò nel dicembre 2008 - in piena crisi - ai minimi storici pari allo 0-0,25%. Yellen ha anche avviato senza scossoni la storica riduzione del bilancio della banca centrale, gonfiato negli anni della cosiddetta Grande Recessione da tre round di programmi di acquisto di Treasury e bond ipotecari.

Ora i fari si spostano su Powell, il primo governatore della Fed in 30 anni a non avere un dottorato in economia. Parte dell'eredità di Yellen dipenderà dalla rotta dell'inflazione: se non si materializzerà, si potrà dire, perché allora ha alzato i tassi? Il posto nella storia di Yellen sarà legato anche a eventuali bolle finanziarie: anche se per Wall Street, il 2017 è stato l'anno migliore dal 2013 e l'inizio del 2018 il migliore dal 1987, di bolle non si parla. Ma la storia offre un monito: Alan Greenspan lasciò il vertice della Fed con un ottimo gradimento. Ma poi nel 2008 esplose una crisi immobiliare residenziale con ripercussioni su tutto il mondo che portarono a rivalutare il suo operato.

Per il momento, il presidente americano Donald Trump può continuare a vantarsi della ripresa dell'economia statunitense. Proprio come ha fatto anche durante il suo primo discorso sullo stato dell'Unione. Poi si vedrà. Lui e la Fed dovranno adeguarsi a spese federali in aumento per via della riforma fiscale e magari ad asset finanziari che iniziano a sembrare costosi.

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