Questa settimana il Film Forum di Manhattan ha presentato il documentario “Jean Michel Basquiat. The radiant child” firmato dalla regista, non che amica dell'artista, Tamra Davis che, dopo oltre 20 anni, ha riesumato una preziosa intervista inedita filmata nel 1985. L'intervistatore è Becky Johnson, amico di Basquiat e Davis. La traccia dell'85, inizialmente presentata come cortometraggio al Sundance, è diventata la base per un lungometraggio di un'ora e mezza che Davis aveva già annunciato alla fiera Art Basel di Miami nel 2009 per poi presentarlo in anteprima mondiale al Sundance nel gennaio 2010.
L'attesa era forte anche perché i filmati in circolazione su Basquiat si contano sulla punta delle dita. Ci sono dei video a camera fissa che lo riprendono nel seminterrato della galleria di Annina Nosei, interessanti perché fanno intuire il susseguirsi degli interventi sulla tela prima di arrivare al lavoro finito (i video sono visibili fino al 5 settembre 2010 nell'accurata retrospettiva che la Fondazione Beyeler di Basilea ha dedicato all'artista). Poi ci sono due film. In “Downtown 81”, del fotografo svizzero Edo Bertoglio, che racconta l'emergere scena No Wave a new York, Jean Michel recita se stesso, un diciannovenne di colore appena sfrattato di casa che cerca un modo per vendere i proprio quadri e per divertare famoso. Sul suo cammino incontra una serie di personaggi eclettici come Arto Linsay, Fab Five Freddy e Blondie. Nella biografia “Basquiat” di Julian Shnabel del 1996 molte scene sono di pura finzione. Quello di Davis dunque in qualche modo può essere considerato il primo documentario.
Perché ci ha messo così tanto a tirare fuori del materiale cosi importante? La regista alla presentazione del film sosteneva di essersi a lungo trattenuta dalla pubblicazione di questo materiale perché Jean Michel era sempre rimasto deluso dagli amici che vendevano i quadri che lui regalava loro e che sfruttavano la sua notorietà per il proprio tonaconto. Davis non voleva essere come loro.
La personalità esuberante e il fascino del beautiful loser di Basquiat sono talmente forti che il documentario non riesce a sottrarsi alla formula dell'omaggio al genio bello e dannato, scomparso a soli 28 anni. Secondo il New York Times traspare uno sguardo romantico, che dimentica di analizzare alcuni passaggi critici della vita dell'artista, come il motivo per cui, appena adolescente, si sia allontanato dalla sua famiglia, rinnegando le sue radici borghesi, e la dipendenza dalle droghe che lo ha portato all'autodistuzione e alla morte. Tra i frammenti più interessanti del film spiccano i contributi della gallerista Annina Nosei e di Suzanne Mallouck, un'amica che aveva accolto Jean Michel in casa quando era ancora un perfetto sconosciuto. É attraverso queste testimonianze che il personaggio sembra lasciare il posto alla persona, per il resto prevale il liguaggio poetico della commemorazione. “Se “The Radiant Child” impreziosisce la leggenda in moltissimi modi, la sua manovra più intelligente é quella di mantenere il soggetto a una distanza tale da accrescerne il mito. Dovrebbe aiutare a mantenere alti i prezzi dei suoi lavori” conclude con un po' di malizia il New York Times.
America24, 23 luglio 2010, 13:16
Tags: cinema
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