Fed: incertezza sugli effetti della riforma fiscale voluta da Trump

C'è chi non esclude strette più rapide per via degli stimoli fiscali

Pochi giorni prima dell'approvazione al Congresso Usa della maggiore riforma fiscale dagli anni '80, la Federal Reserve ha faticato nel valutare l'impatto del provvedimento diventato legge prima di Natale grazie alla firma del presidente americano Donald Trump. E' quanto emerso dai verbali della riunione della banca centrale Usa del 12 e 13 dicembre scorsi. In quell'occasione i tassi furono alzati per la terza volta nel 2017 di 25 punti base all'1,25-1,5% e Janet Yellen tenne la sua ultima conferenza stampa da governatore; per la prima donna arrivata al vertice della Fed c'è ancora il meeting del 30 e 31 gennaio prossimi (senza conferenza); poi a inizio febbraio passerà il testimone a Jerome Powell.

Il mese scorso, i membri della Fed hanno discusso delle ricadute che potrebbero avere i tagli alle tasse per 1.500 miliardi di dollari previsti in 10 anni. La banca centrale sembra tuttavia più cauta dell'amministrazione Trump, convinta che la riforma fiscale porterà il Pil Usa a crescere del 4% annuo. La Fed ha sì rivisto al rialzo le stime di crescita per il 2018 e il 2019 ma non ai livelli sognati dall'inquilino della Casa Bianca,

Nel loro dibattito, i vari membri della Fed hanno fatto capire di aspettarsi un incremento modesto delle spese per capitale "anche se la portata di tali effetti è incerta". Altrettanto incerte sono le ricadute sulla fiducia dei consumatori. Secondo alcuni "le aspettative per la riforma fiscale potrebbero già avere alzato le spese dei consumatori nel senso che quelle aspettative hanno alimentato incrementi nelle valutazioni degli asset e nei patrimoni delle famiglie". Citando poi contatti con le aziende, la Fed sembra inoltre pensare che grazie a un taglio permanente dell'aliquota aziendale al 21% dal 35%, la liquidità che verrà a crearsi "sarà probabilmente usata per fusioni e acquisizioni o per la riduzione del debito o programmi di riacquisto di titoli propri".

Secondo i membri della Fed, rispetto alla riunione del 31 ottobre e 1 novembre scorsi, a dicembre l'attività economica e il mercato del lavoro in Usa sono rimasti forti "in parte come riflesso di una spinta modesta data dal passaggio atteso della riforma fiscale", approvata al Congresso dopo la riunione di dicembre della Fed.

Altra fonte di incertezza per la Fed è l'inflazione, che da ormai cinque anni viaggia sotto il target di crescita annua del 2%. La maggioranza dei membri dell'Fomc continua a credere che il dato si risolleverà nel medio termine verso il target prefissato con il venire meno di fattori considerati transitori. Su questo fronte la Fed resta divisa: c'è chi teme che l'inflazione resti debole portando eventualmente "a una traiettoria più piatta dei tassi" e c'è chi invece non esclude che uno "stimolo fiscale o condizioni accomodanti di mercato possano richiedere un rialzo dei tassi più rapido" se porteranno a un rafforzamento inatteso dell'inflazione.

Escludendo sorprese, gran parte dei membri della Fed "ha ribadito il suo sostegno a un approccio graduale nell'alzare i tassi, facendo notare che questo approccio ha aiutato a riequilibrare i rischi alle prospettive per l'attività economica e l'inflazione". Resta da vedere se nel 2018 ci saranno tre strette come previsto dalla banca centrale Usa che sta per finire nelle mani di colui che viene considerato la versione repubblicana di Yellen.

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