Fed: Trump chiede tassi invariati, Powell messo alla prova

Attesa una stretta di 25 punti base e una revisione al ribasso di quelle previste nel 2019. I mercati chiedono una banca centrale "colomba" ma non troppo

Una Federal Reserve "dovish", ma non troppo. E' quello che gli investitori vogliono - e si aspettano - per chiudere un 2018 difficile senza troppa confusione.

Alla vigilia della fine della sua ultima riunione dell'anno, quasi tutti gli operatori di borsa si aspettano un rialzo del costo del denaro di 25 punti base al 2,25-2,5% e una revisione al ribasso della stima mediana dei rialzi di tassi previsti nel 2019 (magari a due da tre). Quello di domani sarebbe il quarto rialzo dei tassi dell'anno in corso e il nono da quando, nel dicembre 2015, l'allora governatrice Janet Yellen iniziò una normalizzazione della politica monetaria che l'attuale presidente americano Donald Trump vorrebbe fermare.

Non avendo potere di prendere decisioni per conto della Fed - la cui indipendenza è tutelata dal Congresso, che la creò nel dicembre del 1913 - il leader Usa da mesi non fa altro che criticare a colpi di tweet l'istituto centrale. Già a settembre, il mese a cui risale l'ultimo aumento del costo del denaro, si disse deluso. Da lì in poi Trump ha ammesso di essersi pentito di avere affidato a Jerome Powell, un repubblicano come lui, la guida della Fed. Già abituato a ignorare ogni protocollo, negli ultimi giorni l'inquilino della Casa Bianca ha martellato la Fed su Twitter. Se ieri aveva scritto che è "incredibile" che la banca centrale stia "anche solo pensando" ad un'altra stretta, oggi ha 'cinguettato' sostenendo che l'istituto dovrebbe "ascoltare il mercato" evitando un "nuovo errore".

Trump è chiaramente preoccupato dai sell-off registrati a Wall Street, dove DJIA e S&P 500 hanno iniziato dicembre in un modo che non si vedeva dal 1931. Il presidente teme inoltre che la crescita dell'economia americana su cui fa affidamento per galvanizzare la sua base elettorale possa frenare, anche alla luce della debolezza delle economie estere a cominciare da quella cinese.

Per quanto le modalità di Trump siano controverse, il suo messaggio è condiviso da più parti. Stando a un sondaggio di Wells Fargo/Gallup, il 61% degli investitori vuole tassi invariati. Anche Kevin Warsh e Stanley Druckenmiller, rispettivamente ex membro del board della Fed e investitore leggendario in Usa, credono che la Fed si debba prendere una pausa. Lo crede pure il 're dei bond' a Wall Street, Jeffrey Gundlach, convinto che i recenti sell-off siano l'inizio di un mercato "orso". Intanto Alan Greenspan, a capo della Fed dal 1987 al 2006, sostiene che il mercato "toro" sta iniziando a dare segni di cedimento e che gli investitori farebbero bene a "cercare riparo".

Quegli investitori ora ripongono le loro speranze in un Powell che sin da subito chiarì che la politica non lo influenza e nemmeno la rotta dell'azionario (e infatti a marzo alzò i tassi nonostante il sell-off di febbraio). Il governatore ha sempre sostenuto che la Fed fonda le sue decisioni sui dati macroeconomici. E' vero che recentemente il mercato immobiliare ha iniziato a scricchiolare ma l'economia Usa continua a crescere a un passo annualizzato del 3,5%, il tasso di disoccupazione a novembre si è confermato ai minimi del 1969 (3,7%) e la crescita dei salari ha continuato ad accelerare (del +3,1% annuale, top dal 2009).

Tutto ciò potrebbe giustificare un'altra stretta, senza la quale i mercati domani potrebbero reagire male perché sarebbero portati a pensare che la Fed è davvero preoccupata dall'outlook economico globale. Anche un taglio a uno da tre del numero delle strette previste nel 2019 sarebbe un segnale negativo. Ecco perché gli investitori chiedono una Fed "colomba" ma senza eccessi. A loro basta sapere che Powell non stringerà la cinghia durante un eventuale rallentamento congiunturale. Questo Powell dovrà spiegare nella sua conferenza di domani, un appuntamento che nel 2019 seguirà ogni riunione. E questo la Fed potrebbe segnalare ritoccando il testo del suo comunicato. Come? Eliminando la parole "ulteriore" in riferimento al rialzo dei tassi futuri. L'assenza di quell'aggettivo indicherebbe la pausa che Trump chiede. E che i tassi a marzo potrebbero non essere toccati. In quel mese si scoprirà se Stati Uniti e Cina avranno trovato o no un accordo commerciale senza il quale la volatilità è garantita.