Powell rassicura, Trump riaccende venti di guerre commerciali. Sell-off a Wall Street

A partire dalla prossima settimana, Washington imporrà tariffe del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio. Ue e Canada promettono ritorsioni. I mercati non sanno se temere di più l'ottimismo della Fed o i dazi voluti dal presidente
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I mercati finanziari non sanno se temere di più una Federal Reserve ottimista sull'andamento dell'economia americana o Donald Trump, che la settimana prossima imporrà tariffe del 25% sull'accaio e del 10% sull'alluminio. Dettagli ancora mancano e la portavoce della Casa Bianca non ne ha voluti fornire.  Non è dunque ancora chiaro se le tariffe verranno imposte su scala globale o se invece ci saranno esenzioni. Gli investitori, da inizio febbraio preoccupati da una ripresa dell'inflazione e dunque da una potenziale politica monetaria più stringente in Usa, hanno paura di una guerra commerciale tra le due super potenze mondiali: gli Stati Uniti e la Cina.

Dopo avere registrato a febbraio il peggiore calo mensile da inizio 2016, gli indici a Wall Street sono precipitati non appena il presidente americano ha detto che i dazi verranno introdotti e dureranno "per un lungo periodo di tempo". Il carattere indefinito delle misure riguardanti due industrie che secondo Trump sono state "decimate" da politiche cattive e da pratiche commerciali ingiuste, preoccupa. Quelle misure vanno ad aggiungersi alle tariffe imposte a gennaio su pannelli solari e lavatrici, che però erano a tempo determinato.

Powell si riscopre "colomba"
Forse senza volerlo, e senza nemmeno saperlo, Trump ha rubato la scena a Jerome Powell, il numero uno della banca centrale Usa che per il secondo e ultimo giorno si è presentato al Congresso per essere 'interrogato' dai legislatori sull'andamento dell'economia e soprattutto dell'inflazione e dei tassi. E che per altro nella sua testimonianza ha difeso i benefici del libero scambio e - in modo molto diplomatico - ha detto che le tariffe potrebbero non essere il modo migliore per risolvere squilibri commerciali. 

Il successore di Janet Yellen è suonato più "colomba" rispetto a martedì scorso, quando al suo debutto pubblico aveva mandato in tilt i mercati finanziari dicendo che la sua visione dell'outlook economico americano era migliorata dallo scorso dicembre, quando la Fed ancora guidata da Yellen aveva annunciato la terza stretta del 2017. Con quelle parole fece temere nuovamente quattro rialzi dei tassi nel corso del 2018 anziché i tre fino ad ora messi in conto dai mercati. 

Due giorni dopo, Powell è sembrano meno "falco" dicendo che i salari stanno  "cominciando a crescere ma a un ritmo che non segnala un'accelerazione dell'inflazione. Quella frase ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli investitori che dal 2 febbraio scorso hanno fatto scattare il sell-off nell'azionario (e anche nei Treasury, che perdono valore con un aumento dei prezzi al consumo): in quel giorno fu pubblicato il rapporto sull'occupazione Usa a gennaio da cui emerse il maggiore balzo annuo dei salari dal giugno del 2009 (+2,9%).

Secondo Powell, i salari cresceranno ma senza fare scattare la tanto temuta inflazione. Inoltre, il mercato del lavoro in generale ha ancora spazio di miglioramento (attualmente il tasso di disoccupazione è al 4,1%, minimi del 2000).

Powell ha evitato di sbilanciarsi sul numero dei rialzi dei tassi previsti nel corso del 2018. Si è limitato a dire che le strette saranno "graduali", che l'economia è "più forte" e che non rischia di surriscaldarsi.

Ci ha pensato William Dudley, numero uno uscente della Fed di New York, a dire che ci sarebbe gradualità anche con quattro strette da 25 punti base l'una nell'anno in corso. Le nuove stime sui tassi della banca centrale - calcolate tenendo conto delle attese dei suoi vari membri - arriveranno al termine della riunione del 20 e 21 marzo prossimi. In quell'occasione Powell verrà messo nuovamente alla prova, non più dai legislatori ma dalla stampa che per la prima volta gli farà domande. Wall Street - la cui performancenel 2017 era stata la migliore dal 2013 - lo ascolterà con attenzione.

Ue e Canada contro i dazi di Trump
Nel frattempo anche l'amministrazione Trump è sottoposta a vari test. Le sue politiche fiscali, in primis la riforma fiscale con tagli alle tasse da 1.500 miliardi di dollari in 10 anni, faranno lievitare il deficit e il debito. Su questo il presidente è stato indirettamente messo in guardia da Powell così come prima di lui aveva fatto Yellen: "La rotta della politica fiscale Usa non è sostenile".

Le politiche commerciali di Trump inoltre rischiano di accontentare alcuni (i produttori di acciaio e alluminio come US Steel, Steel Dynamics e Tenaris festeggiano in borsa) e deludere molti altri (come l'Auto Alliance di cui fa parte anche Fiat Chrysler Automobiles). Trump potrebbe presto fare i conti con le ritorsioni di altri Paesi, per quanto la Casa Bianca - almeno a parole - le escluda. 

L'Unione europea e il Canada hanno messo in guardia. "Siamo fortemente contrari a questa mossa, che sembra rappresentare un intervento palese per proteggere l'industria Usa e non sembra basarsi su alcuna giustificazione relativa alla sicurezza nazionale", ha detto Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Ue, promettendo nei prossimi giorni di presentare una proposta compatibile con le regole della Wto contro le mosse Usa "per aggiustare la situazione".

Già impegnati nei difficili negoziati per rivedere Nafta, anche il Canada e gli Usa hanno un nuovo elemento su cui scontrarsi. Francois-Philippe Champagne, ministro canadese del commercio, ha detto che qualsiasi tariffa sull'alluminio e sull'acciaio canadese "sarebbe inaccettabile". Per lui, "ogni decisione avrebbe un impatto su ambo i lati dei confini" delle due nazioni.

Mentre spirano i venti di guerra commerciale, Dudley non ha dubbi. Per lui, qualsiasi mossa verso politiche commerciali protezionistiche condurrebbe le nazioni che provano ad attuarle in "un vicolo cieco", anche perché spesso sono come un boomerang, finiscono per "danneggiare i lavoratori e rallentare la crescita". Per lui l'isolazionismo "fallirà".

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