Finanziamenti elettorali, pessime notizie per Romney

Se i bilanci di Obama 2012 brillano meno di quelli del 2008, quelli dello sfidante repubblicano rivelano ben più gravi difficoltà

A giudicare dagli ultimi dati sulla raccolta di finanziamenti, le cose non vanno affatto bene per la candidatura alla Casa Bianca di Mitt Romney. Se infatti, come ben raccontava sabato Mario Platero,
il fundraising per la rielezione di Obama non brilla a confronto del 2008 (quando Obama aveva tagliato il traguardo dell'elezione avendo raccolto complessivamente 745 milioni, record storico assoluto), dato che il Presidente alla fine di marzo risulta aver raccolto solo 196 milioni di dollari quando quattro anni fa alla fine di marzo ne aveva raccolti 235, quello per l'elezione dello sfidante repubblicano ha problemi ancora più gravi.
Innanzitutto, il dato inerente il fundraising del comitato per la rielezione di Obama va mitigato sommandolo a quello dei soldi raccolti dal partito: il Comitato Nazionale Democratico ha infatti raccolto altri 150 milioni, circa il doppio di quelli raccolti nel 2008 .
Ma soprattutto, al netto dei soldi già spesi il comitato pro-Obama ha attualmente nelle proprie casse più di cento milioni di dollari, mentre quello pro Romney ne ha poco più di dieci milioni. In altre parole, oggi come oggi il budget a disposizione della campagna elettorale di Obama è ben dieci volte superiore a quello della campagna di Romney. Questo, beninteso, non perché Obama abbia raccolto dieci volte di più, ma perché Romney ha già dovuto spendere gran parte dei propri finanziamenti per sopravvivere a delle primarie molto lunghe nel corso delle quali ha spesso dovuto investire cifre da capogiro per sbaragliare Rick Santorum e gli altri antagonisti sul piano della propaganda (spot televisivi, ecc.). Comunque, anche al lordo di quanto poi speso, il comitato per la rielezione di Obama ha pur sempre raccolto più del doppio di quanto raccolto da quello per l'elezione di Romney (157 milioni contro 74). Un divario imbarazzante, che certo potrà essere colmato se qualcosa si metterà in moto ora che Romney ha sostanzialmente vinto le primarie, ma che per ora fa apparire il candidato repubblicano decisamente zoppo.

Ma dai bilanci dei rispettivi comitati elettorali si evince anche un altro divario, che forse dovrebbe preoccupare ancora di più il Grand Old Party. Obama sembra in difficoltà soprattutto nel raccolgiere finanziamenti dai “poteri forti”, visto che la maggioranza dei finanziamenti per la sua campagna elettorale proviene oggi da donazioni al di sotto dei 200 dollari; ma Romney ha il problema inverso, ossia risulta finanziato quasi solo dall'establishment. Questo dato era già emerso prima dell'inizio delle primarie: i bilanci dei rispettivi comitati elettorali rivelavano infatti che nel 2011 Romney aveva raccolto molti più finanziamenti dei suoi avversari, ma che appena un misero 10% consisteva in piccole donazioni inferiori a 200 dollari, mentre sia Rick Santorum, Newt Gingrich e Ron Paul, sia lo stesso Barack Obama, avevano attinto da queste piccole donazioni circa metà dei rispettivi finanziamenti. La incapacità di ottenere donazioni dai cosiddetti “small-dollar supporters” non è solo un problema finanziario: è anche e soprettutto un problema politico. Ottenere piccoli finanziamenti dalla gente qualunque significa infatti sapersi connettere emotivamente con l'uomo della strada, con l'americano medio, e soprattutto con quel ceto medio e medio-basso che può fare la differenza nelle urne. I grossi finanziamenti di pochi pezzi grossi di Wall Street o dell'industria petrolifera possono colmare un divario economico, ma non una mancanza di appeal verso la middle class.

Ebbene: i dati di marzo ci dicono che Romney non ha minimamente risolto questo problema - anzi. Per colmare il divario nell'ammontare complessivo del proprio budget, il candidato repubblicano continua a contare quasi solo su "grossi" donatori, non sull'uomo della strada. Non a caso all'inizio del mese è stato lanciato il fondo "Romney Victory" finalizzato alla raccolta di donazioni da 75.800 dollari l'una.
Per comprendere la diversa natura del flusso di denaro che sta entrando nelle casse dei due contendenti, basta osservare questo semplice grafico messo online dal sito BuzzFeed, che confronta il numero di donatori per la rielezione di Obama 2012 con quelli per la rielezione di Bush 2004 e con quelli di Romney:


Come si vede, il numero di persone che hanno aperto il portafogli e staccato un assegno per finanziare la campagna elettorale di Romney sono pari a circa un cinquantesimo di quelle che lo hanno fatto per finanziare quella di Obama.

Ora, con lo stesso metodo si può osservare l'ammontare medio del tipico finanziamento pro-Romney a confronto con quello del finanziamento pro-Obama, e anche con quello pro-Bush 2004:

Come si vede, Romney continua a non raccogliere quasi nulla dai piccoli finanziatori: le singole donazioni per la sua rielezione hanno un ammontare medio di oltre seicento dollari, il che significa che provengono per lo più da “grandi benefattori”; la gente qualunque continua invece a non donare. Al contrario, la donazione tipica per Obama 2012 ammonta mediamente a circa 50 dollari - e quella per Bush 2004 rimaneva comunque sotto la soglia dei 100.

Un'infografica del Wall Street Journal fornisce dati ancora più precisi: nel caso di Obama, le donazioni da meno di 200 dollari rappresentano tutt'ora quasi la metà del totale (45%); per Romney invece continuano ad essere meno del 10% mentre ben il 65% è rappresentato da donazioni da 2.500 dollari, che è il massimo importo consentito dalla legge. Oltre alla implicazione sullo scarso appeal rispetto agli elettori meno benestanti, questo dato ne induce una rispetto alla possibilità di ottenere ulteriori finanziamenti da parte di chi ha "già dato": se il 65% dei donatori pro-Romney ha già raggiunto il tetto dei 2500 dollari, significa che la maggior parte di chi lo ha finanziato non potrà dargli più nulla. Al contrario, nel caso di Obama oltre il 90% dei donatori ha ancora margine per donare nuovamente. Per i repubblicani questo è un dato davvero allarmante, e se le cose non cambieranno nei prossimi mesi rischia di rappresentare una debolezza fatale.


Altri Servizi

L'ex consigliere Flynn ha mentito all'Fbi

Secondo il Washington Post, avrebbe negato di avere discusso di sanzioni con l'ambasciatore russo in Usa prima dell'arrivo di Trump alla Casa Bianca

Michael Flynn, l'ex consigliere per la Sicurezza nazionale dell'amministrazione Trump, avrebbe mentito durante un interrogatorio con gli agenti dell'Fbi.

Iguatemi Group

Valentino raddoppia a San Paolo. E dopo il negozio all'interno dello Shopping Cidade Jardim la maison italiana ha inaugurato il suo secondo store nella città brasiliana nell'Iguatemi Mall São Paulo, il primo shopping center della catena, il primo mai aperto in America Latina e che nel 2016 ha festeggiato il cinquantenario dall'inaugurazione.

Sul NyTimes la storia del giudice italiano che separa i figli dai padri mafiosi

Per Roberto Di Bella tagliare i legami tra i figli di famiglie mafiose e i parenti possa dare loro maggiori possibilità di avere una vita normale.

La storia di Roberto Di Bella, magistrato italiano di 53 anni, impegnato nella lotta alla mafia e dal settembre 2012 presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, è finita sul New York Times. Il quotidiano, che lo ha intervistato, racconta la convinzione del giudice che tagliare i legami tra i figli di famiglie mafiose e i genitori possa dare loro maggiori possibilità di avere una vita normale.

A Wall Street torna la cautela

Solo il Dj è riuscito a mettere a segno il sesto record di fila
AP

Tarullo lascia la Fed mentre Trump smantella la riforma finanziaria

E' l'uomo che ha creato un nuovo framework volto a garantire la sicurezza e la tenuta del sistema finanziario Usa. La sua uscita spiana la strada alla nomina di un amico delle banche

Mentre il governo repubblicano di Donald Trump si prepara ad allentare la riforma finanziaria adottata negli Stati Uniti dopo la crisi del 2008, uno dei suoi creatori ha deciso di lasciare il Board della Federal Reserve guidata da Janet Yellen. Si tratta di Daniel K. Tarullo. Dal 5 aprile prossimo non farà più parte dell'organo che governa la banca centrale americana e in cui era entrato nel 28 gennaio 2009, quando fu nominato dal 44esimo presidente americano Barack Obama (un democratico). Il suo incarico doveva terminare il 31 gennaio 2022.

Donald Trump spiegato dai suoi detrattori. Intervista con Federico Rampini

Confermato il blocco al decreto immigrazione, ma Donald Trump promette battaglia. Dopo l’intervista con Maria Giovanna Maglie, America24 da' spazio - par condicio - anche ai critici del presidente. La parola al corrispondente di Repubblica

Donald Trump incassa la sconfitta. La Corte d’Appello del nono distretto di San Francisco ha infatti confermato la decisione del giudice James Robart di Seattle: il decreto sull’immigrazione resta sospeso. Il verdetto è stato emesso da tre giudici, due democratici e un repubblicano, ed è stato preso all’unanimità; respinto dunque il ricorso dell’Amministrazione, che aveva puntato sulla ragione della sicurezza nazionale la sua linea di difesa. Donald Trump ha immediatamente commentato la decisione con i 140 caratteri: “Ci vediamo in tribunale”, ha twittato in maiuscolo. Si tratta ora di capire quale Corte diventerà il prossimo terreno di scontro, la stessa Corte d’Appello, con la presenza questa volta di 11 giudici, o addirittura la Corte Suprema.

Flynn si dimette. Trump a caccia di nuovo consigliere sicurezza nazionale. Spunta nome Petraeus

E' finito nella bufera per le rivelazioni della stampa americana sui suoi contatti, giudicati inappropriati, con l'ambasciatore russo negli Stati Uniti
AP

Alla fine Michael Flynn ha mollato il colpo e si è dimesso da consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Donald Trump. Si è fatto da parte dopo quattro giorni di fuoco, in cui è finito nella bufera per le rivelazioni della stampa americana sui suoi contatti, giudicati inappropriati, con l'ambasciatore russo negli Stati Uniti, mentre Barack Obama era ancora in carica.

Harward, Kellogg, Petraeus: chi prenderà il posto di Flynn?

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, deve scegliere il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, dopo le dimissioni del generale a tre stelle
Defense Intelligence Agency

Dopo le dimissioni di Michael Flynn, Donald Trump è alla ricerca di un nuovo consigliere per la sicurezza nazionale. Secondo Fox News, la tv certamente più vicina al presidente degli Stati Uniti, la rosa dei candidati è ridotta a tre nomi: l'ammiraglio in pensione Robert Harward, il generale a tre stelle Joseph Kellogg e l'ex direttore della Cia, nonché generale a quattro stelle, David Petraeus.

Montano le pressioni per un'inchiesta sui legami Russia-Trump

Dopo le dimissioni del consigliere per la Sicurezza nazionale Flynn, i senatori chiedono nuove indagini. Alla Casa Bianca domina la confusione

Un fantasma russo continua ad aggirasi per i corridoi della Casa Bianca. E questa volta la colpa è di Michael Flynn,  il consigliere per la sicurezza nazionale che dopo 24 giorni dal suo giuramento è stato costretto a dimettersi il 13 febbraio. Il motivo? Telefonate con l'ambasciatore russo in Usa nelle quali - ha ammesso dopo avere sempre sostenuto il contrario -  aveva discusso di sanzioni imposte al Cremlino dall'amministrazione Obama. Le sue dimissioni - chieste da Trump - probabilmente non basteranno ad archiviare l’ennesimo scandalo legato alla Russia: Mosca era già stata al centro delle polemiche per le sue presunte interferenze nella campagna elettorale Usa. Non solo. A Washington è circolato un dossier (dai contenuti tutti da dimostrare) secondo cui il Cremlino sarebbe in possesso di informazioni esplosive su Trump.

Trump accoglie Netanyahu: focus su una soluzione dei due Stati

Ha promesso di essere il presidente americano più vicino a Tel Aviv ma punta a ottenere la pace tra Israele e Palestina. Il forte legame tra i due alleati verrà ribadito così come gli attacchi all'Iran
AP

E' arrivato il giorno di Benjamin Netanyahu, in visita alla Casa Bianca di Donald Trump. Il premier israeliano è il quarto leader straniero ad essere accolto dal nuovo presidente americano dopo Theresa May, Shinzo Abe e Justin Trudeau, premier rispettivamente britannico, giapponese e canadese.