Fmi: lancia allarme, aziende Usa vulnerabili a espansione fiscale targata Trump

Si tratta di uno scenario avverso: in gioco asset per 4mila mld $
AP

Gli stimoli fiscali promessi da Donald Trump potrebbero non essere necessariamente positivi per le aziende americane. Se è vero che un taglio delle aliquote potrebbe portare a un aumento degli investimenti e delle assunzioni, sostenendo di conseguenza la crescita, c'è anche uno scenario in cui i piani della nuova amministrazione Usa risultano economicamente "non produttivi". In gioco ci sono asset per 4.000 miliardi di dollari. A ipotizzarlo è il Fondo monetario internazionale, che sottolinea come "i bilanci delle aziende private Usa siano solidi a livello aggregato" ma "il flusso di cassa ha rallentato recentemente e i profitti si sono allontanati dai picchi".

Nella sua analisi biannuale chiamata Global Financial Stability Report, il Fondo è chiaro: se i piani di Trump porteranno a deficit in rialzo (come previsto dall'istituto di Washington) e a un'inflazione in aumento, la Federal Reserve sarà costretta a una stretta monetaria più rapida del previsto. Ciò potrebbe portare a un apprezzamento del dollaro e ad un incremento di 130-230 miliardi di dollari del debito a rischio per le aziende più deboli dei mercati emergenti. A risentirne sarebbe anche la Corporate America, "che tende a preferire finanziamenti a debito con 7.800 miliardi di dollari di debiti e altri oneri creati dal 2010".

Nella conferenza a commento del Gfsr, Tobias Adrian - neo direttore del dipartimento Monetario e dei mercati dei capitali del Fondo - ha precisato che "il settore aziendale Usa è in salute" ma che ci sono gruppi a rischio. Per il Fondo, le aziende americane sono "vulnerabili" a condizioni di prestito più stringenti che potrebbero venire a crearsi proprio nel caso di uno scenario avverso dato dalla politica fiscale di Trump. In pratica, un aumento repentino dei tassi di interesse a fronte di una crescita "tiepida" degli utili, "potrebbe compromettere ulteriormente la capacità delle aziende di finanziare il proprio debito".

D'altra parte, precisa il Fondo, "gli utili sono scesi a meno di sei volte le spese sugli interessi, un multiplo che si trova vicino al livello più debole dallo scoppio della crisi finanziaria globale". Nell'ambito dello scenario avverso, "gli asset combinati dei gruppi che si ritroverebbero colpiti raggiungerebbe quasi i 4.000 miliardi di dollari". A rendere particolarmente cauto l'Fmi è un segno comune di stress: "il numero di aziende con un interest coverage ratio molto basso (misura della capacità degli utili attuali a coprire le spese sugli interessi, ndr) è già molto alto. Attualmente i gruppi che rappresentano il 10% degli asset aziendali sembrano incapaci di onorare le spese sugli interessi con i propri profitti".

Il Fondo aggiunge che sono le aziende energetiche ad avere subito un forte aumento dei problemi con cui si ritrovano a fare i conti, frutto in parte della volatilità dei prezzi del petrolio negli ultimi due anno. "Ma la proporzione di aziende in difficoltà si è allargata ad altri settori come quello immobiliare e delle utility. Insieme, queste tre industrie rappresentano a oggi circa la metà delle aziende che fanno fatica a onorare i propri obblighi sul debito e a fare i conti con costi di finanziamento in aumento".

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