Gerusalemme capitale d'Israele? Per Trump è una "realtà"

Il presidente pronto al riconoscimento e al trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv (che richiederà anni)

Donald Trump lo aveva detto: con lui alla Casa Bianca "le cose saranno diverse".  Il miliardario di New York fresco di vittoria elettorale aveva pronunciato queste parole quando, il 23 dicembre 2016, gli Stati Uniti ancora guidati da Barack Obama avevano optato per una storica astensione favorendo l'approvazione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che chiedeva uno stop immediato agli insediamenti israeliani nei territori occupati della Palestina in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Quasi un anno dopo, quelle parole non suonano più come una minaccia ma come un atto concreto e dalle conseguenze gravi.

Non curante delle critiche internazionali arrivate dal mondo arabo e musulmano, e che rischiano di allontanare ulterioremente gli Stati Uniti dagli alleati europei, il 45esimo presidente americano pare abbia deciso: salvo un cambio di idea dell'ultimo minuto, che funzionari della Casa Bianca escludono, Trump si appresta ad annunciare due decisioni destinate a creare ulteriori tensioni in Medio Oriente. Mettendo fine a una tradizione americana di lunga data, il Commander in Chief è pronto a riconoscere Gerusalemme come la capitale di Israele e a spostare in quella città (ma in futuro) l'ambasciata americana, ora a Tel Aviv. 

In una call con la stampa, i funzionari della Casa Bianca hanno spiegato che la decisione sulla capitale non è altro che "il riconoscimento di una realtà storica", come se la storia del mondo arabo su quelle terre non sia mai esistita, ma anche "attuale": da Gerusalemme, è la tesi, il governo israeliano opera, quindi è "naturale" che la capitale dello Stato ebraico sia là.

"Sebbene il presidente Trump riconosca che lo status di Gerusalemme sia una questione molto delicata", è stato spiegato nella call, "lui non crede che sarà risolta ignorando la semplice verità che Gerusalemme dà casa al sistema legislativo, alla Corte Suprema e al primo ministro israeliani e in quanto tale è capitale d'Israele". Peccato che molti quartieri di Gerusalemme siano palestinesi e diano casa a quasi 300.000 palestinesi.

Non è un caso che lo status della città sia al centro dell'infinito processo di pace israelo-palestinese. Israele considera Gerusalemme come la sua capitale e ha pretese sovrane sulla sua interezza. I palestinesi vogliono che sia la capitale di un loro futuro Stato e la comunità internazionale vede Gerusalemme Est come un territorio occupato. Come se non bastasse, Gerusalemme ospita luoghi sacri onorato da ebrei, cristiani e musulmani, cosa che rende la disputa politica una mina vagante.

Per l'amministrazione Trump, in una simile scelta "non c'è in gioco la sovranità" né di Israele né della Palestina, tra i quali "la pace è ancora possibile". Il punto è che le mosse del presidente Usa possono rendere ancora più inafferrabile la pace. A chi gli ha chiesto se Trump creda ancora in una soluzione a due Stati, il funzionario americano ha risposto che è pronto a sostenerla se le due parti la vogliono.

Il trasferimento dell'ambasciata Usa, una delle promesse elettorali di Trump, non è immediato: "E' praticamente impossibile farlo domani (il 6 dicembre, ndr)", ha spiegato un funzionario nella call. "Ci vuole tempo per trovare la nuova sede, progettarla e costruirla", un iter su cui l'amministrazione Trump promette aggiornamenti come sostiene di fare in tutti i casi simili: "La nuova ambasciata di Londra, per esempio, aprirà a gennaio". Alla luce di questioni di carattere pratico, Trump non fornirà una tempistica del trasferimento (che protebbe richiedere anni). Ecco perché è attesa una sua firma su una deroga che di sei mesi in sei mesi ogni presidente americano - repubblicano e democratico - ha fino ad ora sottoscritto al fine di posticipare per motivi di sicurezza nazionale quel trasferimento, chiesto dal Congresso per legge nel 1995. Trump ha firmato la deroga a giugno ma lunedì a fatto passare la scadenza.

Nessuna nazione ha un'ambasciata a Gerusalemme e la sola idea di un trasferimento di quella Usa ha sollevato le critiche anche degli unici due Stati arabi che hanno relazioni diplomatiche formali con Israele. Il re di Giordania ha avvertito: la mossa "potrebbe avere ripercussioni pericolose per la sicurezza e la stabilità del Medio Oriente, cosa che minerebbe gli sforzi Usa per riprendere il processo di pace e che ferirebbe sia i cristiani sia i musulmani". La Turchia, un membro Nato, ha ventilato il taglio delle relazioni diplomatiche che ha con Israele. Persino l'Arabia Saudita - uno stretto alleato degli Usa che non ha relazioni formali con lo Stato ebraico, a cui sembra sempre più vicino - almeno a parole ha fatto notare che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele "avrà serie implicazioni e sarà una provocazione per tutti i musulmani".

Ora ci si prepara alle proteste di Hamas, che controlla Gaza, e del partito di Abu Mazen. Gli Usa si stanno organizzando. Nel frattempo hanno ordinato ai suoi dipendenti pubblici di evitare la Città Vecchia di Gerusalemme e la Cisgiordania. "Viaggi ufficiali" in quelle due località sono permessi ai funzionari americani "solo se essenziali e con misure di sicurezza addizionali".

 


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