Giudice contro Trump: sì all'ingresso (parziale) di rifugiati in Usa

Il via libera non vale per chi non ha una relazione "bona fide" con qualcuno in America

I rifugiati in arrivo da nazioni prevalentemente di fede musulmana possono tornare a mettere piede negli Stati Uniti. Sempre che abbiano una relazione in "bona fide" con una persona o un'entità in Usa. Lo ha deciso un giudice federale di Seattle (nello Stato di Washington) facendo venire parzialmente meno il divieto di ingresso voluto da Donald Trump e imposto ad ottobre con un ordine esecutivo.

Scelto dall'ex presidente George W Bush (un repubblicano come Trump), il giudice James Robart ha deciso che il governo federale dovrebbe gestire le domande di determinati rifugiati, in arrivo da 11 nazioni (Egitto, Iran, Iraq, Libia, Mali, Somalia, Sudan, Yemen, Sud Sudan Siria e Corea del Nord), permettendo loro di unirsi a famigliari che già vivono legalmente in Usa. Robart - il primo a schierarsi contro la versione originaria del 'muslim ban' - ha dato ragione a due organizzazioni, l'American Civil Liberties Union (Aclu) e il Jewish Family Service, che avevano fatto causa contro la mossa del presidente Usa sostenendo che metteva le persone a rischio. Secondo i legali dell'amministrazione, invece, la decisione era pensata per proteggere la sicurezza nazionale.

Aclu si era schiarata contro un memo inviato al presidente dal segretario di Stato Rex Tillerson, dal segretario ad interim alla Sicurezza nazionale Elaine Duke e dal direttore della National Intelligence Daniel Coats; in base al memo, a determinati rifugiati doveva essere impedito l'ingresso in Usa a meno che le procedure di controllo non fossero potenziate. Per Aclu, l'amministrazione Trump non ha fornito prove a sufficienza sul perché più controlli fossero necessari.

Il giudice ha spiegato che "ex funzionari hanno descritto concretamente come il memo leda la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e gli interessi di politica estera". Anche per questo la sua decisione ha riattivato "i programmi e le procedure riguardanti i rifugiati laddove si trovavano prima" dell'invio di quel memo. Lo stesso giudice ha sottolineato come le procedure di controllo fossero già severe.

Il Jewish Family Service ha spiegato al Seattle Times che "il ricollocamento dei rifugiati è uno dei nostri risultati umanitari di cui siamo più orgogliosi". Secondo il gruppo "in quanto americani non possiamo permettere a questa amministrazione di distruggere il nostro programma per rifugiati e ripetere il peggio della storia del nostro Paese permettendo all'intolleranza di respingere coloro che hanno più bisogno".

In questa battaglia legale, Aclu rappresentava un uomo di origini somale che vive nello Stato di Washington e che sta cercando di portare la sua famiglia in Usa. I suoi famigliari avevano superato tutti i controlli medici e per la sicurezza; avevano bisogno soltanto dei documenti per potere mettersi in viaggio verso gli Usa. Quei documenti furono loro negati con il divieto imposto da Trump. Il Jewish Family Service invece rappresentava due ex interpreti iracheni usati dall'esercito americano e le cui vite sono a rischio per via dei servizi forniti; a loro si era aggiunta una donna transessuale in Egitto. "Le sue condizioni di vita erano così pericolose che persino il governo Usa ha accelerato la sua domanda fino a quando il divieto è entrato in vigore", ha spiegato l'organizzazione.

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