Gli italoamericani immortalati (troppo tardi) da Weegee


Esposte le immagini degli omicidi nella New York anni Trenta: una strage di italoamericani


23.01.12

14:59

Dominick Didato, Joseph Gallichio, Angelo Greco, Anthony Esposito, Peter Mancuso e Anthony Izzo. Se un italiano visita la mostra che l'International Centre of Photography di New York dedica al fotoreporter Weegee (1899-1968) non può non sentirsi coinvolto: sulle didascalie delle immagini compare una carrellata di cognomi italiani. La mostra si intitola "Weegee: Murder is my business" (Weegee, l'omicidio è il mio lavoro) e raccoglie le fotografie, scattate dal fotoreporter di origine austriaca, degli omicidi compiuti per le strade di New York nel corso di un decennio a partire dal 1936: quasi tutte le vittime sono italoamericane. Si tratta di uomini coinvolti nella criminalità organizzata, venditori di dolci che si scoprono trafficanti di droga (Joseph Gallichio), ladri accusati dell'omicidio di agenti della polizia (Anthony Esposito), ricercati sorpresi, e uccisi, da agenti in borghese (Anthony Izzo). Sembrerebbe quasi che lo stereotipo dell'italiano che, sbarcato in America, si dedica alla criminalità, sia fondato su basi concrete!

Aldilà della strage di italoamericani, la mostra è estremamente affascinante. Weegee, all'anagrafe Arthur Fellig, è stato infatti uno dei più abili interpreti della New York degli anni Trenta e Quaranta. Armato di una Speed Graphic, la macchina fotografica a cui bisogna cambiare la lampadina ogni volta che si scatta con il flash, ha catturato, con occhio coraggioso e attento, talvolta ironico, immagini che rappresentano in modo crudo e poetico, le tensioni e i problemi di una città che stava cercando di risollevarsi dalla Grande Depressione, ma che ancora ne porta i segni evidenti. Risse notturne, incendi, omicidi e incidenti stradali erano il suo pane quotidiano.

Lavorando come freelance per i quotidiani più letti del momento, dal Herald Tribune al Daily News, Weegee si è fatto conoscere per la sua straordinaria capacità di arrivare sul luogo del crimine contemporaneamente alla polizia, se non addirittura qualche minuto prima. Nel 1938 ha ricevuto l'esclusivo permesso di installare il sistema radio della polizia sulla sua automobile Chevrolet, dove aveva montato anche la sua attrezzatura fotografica e teneva pronta una macchina da scrivere: una curiosa immagine in mostra, lo ritrae mentre utilizza il bagagliaio quasi fosse la scrivania del suo ufficio.

Il percorso espositivo, in cui si susseguono immagini forti della cronaca newyorkese, si chiude con un sospiro di sollievo. Su un grande schermo scorrono le immagini della Coney Island di quegli anni, sulla cui spiaggia si riversavano migliaia di newyorkesi in cerca di un pò di svago. Qui Weegee ha dato sfogo a tutta la sua ironia, che tuttavia si scopre latente, ma soffocata, anche nelle immagini più cruente. A Coney Island ha ritratto una signora che cuce i pantaloni bucati sul sedere di un'altra, un bambino che si dispera sotto un cartello con la scritta "bambini smarriti" e giovani coppie di innamorati alle prese con i primi approcci. A guardare quelle immagini non c'è dubbio che gli italiani immigrati fossero anche lì, con gli sguardi vispi e spensierati, e i piedi a bagno nell'oceano su cui si affaccia New York.

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