Guardate cosa legge Obama (e cosa non legge più)

Il Presidente vuol far sapere che stavolta sta leggendo Robert Kagan, non Fareed Zakaria

Vi ricordate che cosa leggeva - che cosa voleva che noi sapessimo che leggeva - Barack Obama quando era solo un aspirante candidato alla presidenza?
Era il maggio di quattro anni fa, e lui pensò bene di mostrarsi ai giornalisti mentre brandiva una copia del saggio di Fareed Zakaria “L'Era Post-Americana”Strano titolo da esibire in campagna elettorale per un futuro presidente degli Stati Uniti.
L'autore, all'epoca direttore dell'edizione internazionale di Newsweek, teneva a precisare che il suo “non è un libro sul declino dell’America, ma sull’ascesa di tutti gli altri” (in seguito avrebbe ribadito il concetto anche su Twitter: “ho intitolato il libro “Il Mondo Post-Americano” proprio perché non penso che stiamo andando verso un mondo cinese, o indiano”).
Eppure è difficile non percepire una inclinazione “declinista” in quel libro:
Gli americani” osserva Zakaria “sentono che un nuovo mondo sta per nascere, ma hanno paura che esso sia disegnato in paesi lontani e da popoli stranieri. Guardatevi attorno. Il più alto grattacielo del mondo è a Taipei. La società a più elevata capitalizzazione di Borsa è a Pechino. La più grande raffineria del mondo è in costruzione in India.… Quello in atto è il terzo grande spostamento di potere nella storia moderna. Il primo fu l’ascesa dell’Occidente, attorno al XV secolo. Il secondo, alla fine del XIX secolo, fu l’ascesa degli Stati Uniti. Il terzo è l’ascesa degli altri”.
Ma questa ascesa, sostiene Zakaria, non va vissuta con preoccupazione, mettendosi sulla difensiva: Trattandosi di qualcosa di ineluttabile, bisogna accettarla e, con buona dose di realpolitik, fare buon viso a cattivo gioco:
“Il mondo post-americano turba gli americani, ma non dovrebbe. … Se il mondo che si va creando ha più centri di potere, quasi tutti divengono responsabili di ordine, stabilità e progresso. Invece che inseguire l'ossessione per i nostri interessi a breve termine , la nostra principale priorità dovrebbe essere quella di portare queste forze emergenti nel sistema globale, per integrarle ...Se la Cina, l’India, la Russia e il Brasile sentono di essere parte dell’ordine globale esistente, ci saranno meno pericoli di guerra, depressione, panico e crisi”.

Preso atto che Obama aveva scelto questo libro come manifesto della nuova politica estera che prometteva di dare all'America (un messaggio magari non per l'elettore medio, ma certamente per le classi dirigenti più istruite), Dwight Garner del New York Times chiese: “qualcuno sa con quale libro va in giro John McCain?”
La risposta non tardò a venire: il libro-simbolo dell'antagonista repubblicano era “Il Ritorno della Storia e la Fine dei Sogni”, scritto dal politologo neoconservatore Robert Kagan che della campagna presidenziale del senatore dell'Arizona era anche consulente per la politica estera.
La tesi di Kagan è perfettamente antitetica a quella di Zakaria: il ridimensionalmento della potenza americana non è affatto una prospettiva ineluttabile. E' semmai una scelta. L'ascesa di una nuova potenza va quindi valutata e gestita caso per caso: se si tratta di un Paese democratico sarà bene farselo alleato, ma se si tratta di una dittatura sarà un problema da affrontare a testa a alta, anche a costo di creare attriti.

Il libro di Zakaria e quello di Kagan si contrapponevano quindi in una singolare rappresentazione allegorica delle due presidenze possibili; le critiche che i due autori formulavano reciporcamente più che ad una disquisizione accademica davano luogo ad una campagna elettorale parallela (Kagan: "Barack Obama è davvero il candidato del declino americano? A stare a sentire alcuni dei suoi sostenitori tra gli opinionisti di politica estera si potrebbe pensarlo. Ogni settimana Fareed Zakaria celebra il “realismo” di Obama, intendendo la sua passiva accettazione di “un mondo post-americano”. […] E’ vero che, come nota Zakaria, la ruota panoramica più alta del mondo è a Singapore e il casinò più grande a Macao. Ma se guardiamo a indicatori di potere più seri, gli Stati Uniti non sono in declino, nemmeno relativamente alle altre potenze […] Il pericolo del declinismo di oggi non sta nel fatto che sia vero, ma nella possibilità che il prossimo presidente agisca come se lo fosse”).

Tutto questo, però, accadeva un'elezione ed una Grande Recessione fa. Il mese scorso Zakaria (che nel frattempo è passato a scrivere per TIME) osservava che “se il 2011 ci insegna qualcosa, quel qualcosa è l'incapacità [dei Paesi “emergenti”] di esercitare più di tanto un'influenza al di fuori dei loro confini. Continuano a veder crescere le loro economie, ma si trovano tutti alle prese con sfide interne ed esterne che li rendono meno interessati e meno capaci di esercitare un potere su scala internazionale o anche solo regionale”.
La versione 2.0 della sua teoria quindi è che gli USA perdono terreno per propri problemi interni, non perché costretti a cedere il passo a nuove potenze emergenti: il “Mondo Post-Americano” è un mondo che soffre di un “vuoto di leadership”.

Questa seconda versione è stata formulata da Zakaria in una apposita seconda edizione del libro; ma stavolta non è questo il volume che vedrete in mano a Barack Obama durante la campagna elettorale.
La settimana scorsa, in occasione del Discorso sullo Stato dell'Unione ed in vista della imminente campagna per la sua rielezione, il presidente è tornato ad esibire l'interesse per un saggio; ma stavolta l'autore non è più Fareed Zakaria, bensì proprio quel Robert Kagan che quattro anni fa fungeva da alter ego intellettuale – oltre che da consulente – del suo avversario. Il nuovo libro di Kagan, che si intitola “Il Mondo che l'America ha Creato”, per la verità non è ancora uscito (sarà in libreria il 14 febbraio), ma è uscita sulla rivista The New Republic una corposa anticipazione che il Presidente ha appassionatamente citato in lungo e in largo, paragrafo dopo paragrafo, in un incontro “riservato” con alcuni importanti giornalisti.

Obama, insomma, ci tiene a farci sapere che adesso non la pensa più come Zakaria, ma al contrario la pensa proprio come Kagan: cioé che bisogna guardarsi dalla tentazione “declinista”, e credere che da questa crisi si uscirà, come dalle precedenti, con una leadership globale americana forte e chiara.
Peccato solo che anche stavolta Kagan sia consulente del suo (probabile) avversario, essendo ufficialmente uno degli advisor della campagna elettorale di Mitt Romney.