I pro e i contro di una mossa ad effetto, calcolata a lungo

Perché il "sì" di Obama ai matrimoni omosessuali, e quali scenari apre nella campagna elettorale

L'esternazione con la quale il presidente Obama, in una apposita intervista televisiva andata in onda nel pomeriggio di ieri (e poi con un apposito micro-dispaccio su Twitter e con una conseguente email fatta circolare per sollecitare donazioni), ha rivelato all'America di aver cambiato idea essendo divenuto favorevole al riconoscimento dei matrimoni omosessuali, può essere letta in almeno due modi, entrambi a proprio modo sensati. Ovviamente i media americani vecchi e nuovi sono invasi da ieri sera da uno Tsunami di analisi e commenti; per il lettore italiano può essere utile limitarsi alle sintesi reperibili in qualche blog non americano ma ben informato sulla politica a stelle e strisce.

La lettura celebrativa, ad esempio, è ben riassunta nel commento pubblicato ieri a caldo da Francesco Costa de Il Post: 

Una delle migliori qualità di Barack Obama è sapersi tirar fuori di slancio dai momenti di difficoltà. Dove gli altri politici minimizzano, si avvitano, cercano scappatoie e formule di circostanza, Obama sale sul podio, passa all’attacco e ribalta la situazione. [...] Ben Smith ha sintetizzato così questo approccio: “When in trouble, go big”. [...] Oggi Obama l’ha fatto di nuovo. Dopo anni di lotte e cambiamenti sociali, dopo mesi di battaglie politiche in ogni stato, alcune vinte e alcune perse, dopo la dichiarazione del fantastico Joe Biden, dopo l’orribile referendum di ieri in North Carolina, la Casa Bianca ha organizzato rapidamente un’intervista con la ABC e Obama è andato big sui matrimoni gay. Nonostante questa sia ancora una posizione tendenzialmente poco popolare, su un tema divisivo, nonostante manchino quattro mesi alle elezioni presidenziali e Obama non sia certo sicuro della rielezione: cose così normalmente non si fanno, a questo punto. Si fanno, forse, solo nel secondo mandato. E per questo oggi è un bel giorno anche per quelli che fanno politica.

E' vero che uscendo dall'ambiguità Obama sfida aprtamente una parte dell'opinione pubblica che gli serve avere dalla sua parte per essere rieletto. Negli ultimi 15 anni la questione dei matrimoni gay è stata sottoposta a referendum 33 volte nei vari Stati USA e la maggioranza dei votanti si è espressa contro in tutte - diconsi tutte - le 33 occasioni (da ultimo due giorni fa in North Carolina, non a caso lo Stato in cui i Democratici terranno la convention nazionale ai primi di settembre). I sondaggi dicono che ultimamente quasi metà degli elettori è favorevole, ma in quel "quasi" può risiedere la differenza tra la rielezione e la non rielezione. Inoltre la Casa Bianca si conquista Stato per Stato, quindi conta molto il modo in cui questo consenso è distribuito sul territorio. Ad esempio: ieri sera The Politico ha pubblicato un nuovo sondaggio condotto dalla democratica PPP stando al quale nel sempre cruciale e decisivo Stato dell'Ohio solo il 35% degli elettorin sarebbe favorevole, mentre i contrari sarebbero il 52%. 

La lettura critica la trovate invece sintetizzata nel commento che il direttore di IL Christian Rocca ha pubblicato ieri sera: 

Quella di adesso non è una posizione "coraggiosa", perché era coraggiosa quell'altra, per un politico liberal. C'è chi sostiene che la svolta improvvisa, al di là del percorso di "soul-searching" di cui parla la Casa Bianca in un provvidenziale memo, sia dovuta alla minaccia di uno dei top donors obamiano, riportata due giorni fa dal Washington Post, di tagliare i viveri alla sua campagna elettorale se non avesse, ahem, sposato le nozze gay. Che i primi Big donors obamiani siano gay, apertamente e orgogliosamente gay, deve aver aiutato. La sinistra radicale però non è soddisfatta in pieno. Mother Jones ricorda che anche Cheney, 8 anni fa per giunta, era a favore dei diritti degli stati a decidere se legalizzare o meno i matrimoni omosessuali. A Obama la sinistra rimprovera di aver sottolineato che la sua posizione è personale e di aver ricordato che la questione non è di competenza federale, ma locale. Obama, insomma, sostiene che il diritto alle nozze gay non è un diritto civile, ma una cosa controversa da lasciar decidere alle comunità locali (statali).

Anche questo è vero. Rispetto alla posizione dominante nel "suo" elettorato, nella "sua" coalizione, e soprattutto nel suo establishment e nel suo entourage (a cominciare dai suoi finanziatori), Obama non ha fatto che conformarsi, sbarazzandosi di una posizione scomoda, e cedendo alle pressioni sempre più incalzanti che da tempo subiva "dall'interno". Non aveva molta scelta, ormai: il suo ambiguo equilibrismo (con le parole di Francesco Costa potremmo dire: minimizzava, si avvitava, cercava scappatoie e formule di circostanza...) era ormai divenuto insostenibile, e alcuni settori dell'elettorato per lui vitali (uno su tutti: i giovani) si stavano disamorando, così come alcune tra le più ricche filiere di finanziamento (una su tutte: Hollywood), per cui urgeva fare, o meglio dire, qualcosa che rivitalizzasse l'immagine del presidente. Senza contare che, per dirla con le parole usate stamattina da Mike Halperin di TIME, questo è un tema sul quale l'establishment dei media è praticamente tutto a favore, e in questi casi "in una campagna elettorale presidenziale è molto difficile perderci, politicamente".

La versione che la Casa Bianca ha fatto studiatamente trapelare ieri sera è che egli aveva da tempo in animo di esprimere questo revirement, aveva programmato di farlo dopo l'estate - ma prima del voto - ed è stato indotto ad accelerare i tempi dalla sortida di tre giorni fa del vicepresidente Biden. Forse non è vero; può darsi benissimo che in realtà Obama non avesse intenzione di fare la mossa se non dopo il voto, o che comunque si stesse semplicemente riservando di attendere un momento opportuno che ieri ha intravisto e colto.

Sta di fatto che ora gli unici ad intravedere delle conseguenze concrete - positive - sono gli addetti alla raccolta fondin per finanziare la sua campagna elettorale (e non ne fanno mistero).

L'altra questione da tener presente è che per la Casa Bianca operativamente non cambia un bel nulla, perché - come ben evidenziato dall'articolo della testata progressista Mother Jones citato da Rocca, uscito immediatamente l'esternazione del presidente - Obama si è limitato ad esprimere una "opinione personale" e si è ben guardato dall'affermare che l'accesso al matrimonio per gli omosessuali sia un diritto civile, quindi un diritto fondamentale da garantire in tutti i cinquanta Stati. L'insoddisfazione espressa in ogni rigo del pezzo di Mother Jones non è nemmeno quella più estrema che si legga in queste ore: se volete qualcosa di più radicale, leggete il celebre blog Gawker, che senza mezzi termini definisce quello di Obama un "annuncio-stronzata", facendo presente che se ci si fosse fermati all'antico rispetto per l'autonomia dei singoli Stati, in molti di essi ci sarebbe ancora la segregazione razziale e l'aborto sarebbe fuorilegge (è un grande classico della polemica politica americana).

Toni polemici a parte, è un fatto che sul piano concreto il presidente sta lasciando le cose esattamente come stanno; sta lasciando che la politica faccia il suo corso caso per caso, nel rispetto dell'autonomia federalista di ogni singolo Stato. Tanto per essere chiari: se in ballo non c'è una questione di competenza dell'autorità federale, allora sono perfettamente legittimi (ancorché "discriminatori", secondo la definizione che pure lo stesso Obama ha espresso in entrambi i casi) sia il referendum la cui approvazione ha sbarrato la strada ai matrimoni gay in North Carolina due giorni fa, sia quello analogo che nel 2008 aveva fatto altrettanto in California, donde il caso aperto che potrebbe portare la questione davanti alla Corte Suprema

La posizione della Casa Bianca è in questo senso la medesima che si sarebbe avuta se nel 2008 le elezioni presidenziali le avesse vinte il candidato repubblicano John McCain, il quale nel 2006 era stato uno dei quarantotto senatori a far mancare la maggioranza qualificata al “Federal Marriage Amendment”, la proposta di emendamento che avrebbe introdotto il divieto di nozze gay nella Costituzione USA: pur dicendosi nel merito "personalmente" favorevole al divieto (pochi mesi dopo sarebbe apparso come testimonial in uno spot tv a sostegno del referendum che chiedeva di introdurre un emendamento del tutto simile nella costituzione dell’Arizona), McCain aveva votato contro spiegando che per lui una decisione su questa materia non può essere imposta a livello federale, perché è e deve restare di esclusiva competenza della legislazione di ciascun singolo Stato membro - esattamente quello che ha detto ieri Obama, passando "solo a titolo personale" alla posizione favorevole.

Sotto questo profilo, cioé quello del conseguente impegno politico, la mossa di Obama è tutto fuorché eroica. E' il più classico degli espedienti nella politica americana: personalmente sarei  favorevole (o contrario, a seconda dei casi), ma nel rispetto dell'autonomia deli Stati non mi intrometterò (il che non è avvenuto, ad esempio, nel caso della riforma del sistema sanitario: in quel caso la Casa Bianca ha spinto per una legge federale che impone l'obbligo di assicurarsi su tutto il territorio nazionale... ed è proprio per quanto che la legge rischia ora di essere falcidiata dalla Corte Suprema).

Ad ogni modo, da ieri si è davvero aperta la campagna elettorale. Lo sfidante Mitt Romney per ora non sembra per nulla ansioso di cavalcare il suo curriculum - una volta tanto lineare e coerente - di strenuo oppositore dei metrimoni gay. Il che conferma che la mossa di Obama è complessa e - come nelle migliori partite a scacchi - la contromossa richiede meditazione, circospezione per capire se l'avversario ti sta spingendo in un angolo. Staremo a vedere.

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