I quarant'anni del Watergate

Il 17 giugno del 1972 scoppiava lo scandalo che avrebbe cambiato per sempre la storia. Il duo Woodward-Bernstein di nuovo assieme per ricordarlo

Sono passati quarant'anni. Alle due e mezza del mattino del 17 giugno del 1972, grazie alla segnalazione di un guardiano, cinque uomini vennero arrestati dalla polizia al quinto piano dell'Hotel Watergate a Washington DC, colti sul fatto mentre armeggiavano clandestinamente negli uffici della sede del Partito Democratico. Vennero trovati in possesso di microsipe, radio in grado di intercettare le frequenze della polizia ed altre diavolerie elettroniche per intercettazioni e registrazioni, e delle pistole a gas lacrimogeno. Uno di loro aveva il portafogli zeppo di banconote con numeri di serie in perfetta sequenza. Che non fossero semplici ladri era più che evidente. Ben presto si seppe che uno di loro era un ex dipendente della CIA che all'epoca lavorava nel comitato per la rielezione di Nixon, e che l'operazione di spionaggio che i cinque stavano conducendo era stata ordinata dallo staff del presidente. Di lì a poco si apprese anche che la Casa Bianca aveva tentato di insabbiare il tutto, e a quel punto la posizione del presidente, bel frattempo rieletto a gran maggioranza, risultò talmente compromessa da costringerlo alle dimissioni per scampare all'empeachement, primo ed unico caso nella storia degli Stati Uniti.

Tutto ciò lo sappiamo da quasi quarant'anni; quello che invece sappiamo solo da sette è che a far trapelare il coinvolgimento del presidente e del suo entoruage fu il numero due dell'FBI. Per decenni l'America e il mondo hanno creduto che il merito dell'indagine fosse principalmente di due aitanti reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, che conducendo una paziente e sagace inchiesta avrebbero intuito, scovato e portato alla luce la verità. All'inizio pareva avessero fatto tutto da soli: nei numerosi articoli che i due cofirmarono tra il 1972 e il 1974 sul Washington Post non si accennava ad alcuna fonte particolare. Poi, ad inchiesta conclusa, i due – insigniti del premio Pulitzer – pubblicarono un libro dal titolo “Tutti gli uomini del presidente” (che in un paio d'anni – giusto il tempo di girarlo - sarebbe stato prontamente trasfuso nel celeberrimo film interpretato da Robert redford e Dustin Hoffman), nel quale per la prima volta rivelevano l'esistenza di un informatore “chiave”, proteggendolo con l'anonimato ed individuandolo con il nomignolo “Gola Profonda”. Il soprannome veniva dal titolo di un famoso film porno che era uscito al cinema proprio in quel giugno del 1972. Woodward e Bernstein avrebbero pubblicato assieme un altro libro nel 1976, sempre sulla fine di Nixon, poi non avrebbero più scritto nulla a quattro mani - ed avrebbero fedelmente mantenuto il segreto sull'identità della loro fonte.

Fino al 31 maggio del 2005, quando la rivista Vanity Fair pubblicò sul suo sito web un articolo scritto direttamente dal legale del diretto interessato, nel quale si poneva fine ad “una delle grandi ossessioni del giornalismo del ventesimo secolo” rivelando che il misterioso informatore altri non era se non William Felt, il vicecapo del FBI all'epoca del Watergate. Non sapremo mai se le motivazioni di Felt siano state nobili (impedire che Nixon costringesse l'FBI a collaborare nell'insabbiamento) o meno (vendicarsi del presidente che non lo aveva nominato a capo del Bureau dopo la morte del mitico J. Hedgar Hoover del quale egli era stato a lungo un fedelissimo braccio destro – da notare che Hoover era morto appena sei settimane prima del Watergate, quindi in quell'estate del 1972 la frustrazione di Felt doveva essere bruciante). Gravemente malato - due ictus e l'Alzheimer - Felt dopo 33 anni aveva deciso di gettare la maschera, per non portarsi il suo segreto nella tomba e forse anche per regalare con i diritti per le interviste un po' di benessere economico ai suoi eredi (sarebbe morto 95enne nel dicembre del 2008).
Per il mito del Watergate come archetipo dell'impresa eroica del giornalista d'inchiesta quella rivelazione fu un duro colpo: Woodward (che anche sulla storia di Felt ha poi scritto un libro - “The Secret Man: The Story of Watergate's Deep Throat”) e Bernstein non avevano fatto che seguire le dritte di Felt, che dell'inchiesta era stato dall'inizio alla fine il deus ex machina. Da soli i due giornalisti non avrebbero fatto molta strada: il loro ruolo era stato principalmente quello di “buca delle lettere” per le soffiate di Felt, che li avevano messi a parte di quella che era, in realtà, l'indagine dell'FBI.

Inoltre, a costringere Nixon a rendere conto del suo operato scorretto era stato anche un altro personaggio, sconosciuto ai più anche perché non direttamente coinvolto nelle rivelazioni giornalistiche di Woodward e Bernstein e nelle relative mitizzazioni cinematografiche, ma determinante nella vicenda più di tanti articoli di giornale. Il suo nome era Alexander Butterfield , un giovane funzionario della West Wing dell'epoca, che testimoniando davanti alla commissione d'in chiesta del Senato nel luglio del 1973- e rispondendo alle domande di Fred Thompson, giovane senatore repubblicano del Tennessee nonché futura star della serie tv “Law & Order” e anche futuro aspirante candidato alla presidenza degli Stati Uniti, con pochissima fortuna - rivelò che Nixon alcuni mesi prima del Watergate aveva attivato un sistema di registrazione audio permanente in tutte le stanze della Casa Bianca
Ne scaturì un braccio di ferro per costringere la Casa Bianca a mettere a disposizione degli inquirenti le registrazioni dei giorni del Watergate, richiesta contro la quale Nixon e i suoi opposero una strenua resistenza invocando il segreto di stato, finché la Corte Suprema non lo costrinse a capitolare. Due settimane dopo che gli fu ingiunto di consegnare le registrazioni si dimise dalla presidenza degli Stati Uniti. Guarda caso, su quei nastri magnetici, proprio nel punto che documentava la discussione del presidente con i suoi assistenti sull'operazione Watergate, gli inquirenti avrebbero trovato 18 minuti e mezzo di fruscìo per una “accidentale” cancellazione.

Al netto di tutte le mitizzazioni eccessive e parziali, resta il fatto che quegli articoli del Washington Post fecero del bene, contribuirono alla resa dei conti persone che avevano passato il segno nell'esercitare il potere violando le regole, trasferendo a sproposito nella politica interna americana il metodo delle “operazioni coperte” che in quegli anni era divenuto usuale negli affari esteri per combattere la Guerra Fredda. Il ruolo della stampa come anticorpo, come parte integrante del sistema utile a curare da sé le proprie tossine, resta confermato. Woodward (che sta terminando il suo secondo libro sull'amministrazione Obama) e Bernstein per 36 anni non avevano più firmato niente a quattro mani; una settimana fa sono eccezionalmente “tornati assieme” per la ricorrenza, come in una di quelle reunion di vecchi gruppi rock, cofirmando sul loro vecchio Washington Post un lungo articolo con il quale hanno rievocato e rivendicato la loro impresa.

C'è un passaggio in questo loro scritto d'occasione, in cui si ripesca uno di quei dialoghi autointercettati di Nixon alla Casa Bianca. E' un nastro del 1971, il Presidentre parla con il capo di Stato Maggiore, l'ammiraglio Thomas Moorer. E gli spiega: “La stampa è il nemico. Il nemico, capisci? Ora, non devi darlo a vedere. Offri loro da bere, trattali bene, come se li adorassi, come uno che cerca di essere disponibile. Ma non dare aiuto a quei bastardi. Mai. Perché quello che stanno cercando di fare è di ficcarci un coltello dritto nell'inguine”. In un certo senso, aveva ragione.