Il Discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln compie 150 anni

"Of the people, by the people, for the people": cosa significano quelle parole e perchè furono tanto importanti
Il monumento ad Abraham Lincoln

Si riesce a malapena ad individuarlo, Abraham Lincoln, nell’unica fotografia ufficialmente riconosciuta come scattata nel pomeriggio di 150 anni fa, quel 19 novembre del 1863 a Gettysburg, in Pennsylvania, mentre pronunciava il più celebre dei suoi discorsi: quello per la cerimonia con la quale il campo di battaglia ove poco più di quattro mesi prima si era combattuta la battaglia decisiva della Guerra Civile veniva trasformato nel cimitero nazionale in ricordo delle migliaia di soldati, sia nordisti che sudisti, caduti in quei tre giorni di massacro (più di 3.500 nordisti, circa 7.000 sudisti). E’ una foto sfuocata, confusa, con un’inquadratura infelice; pare quasi uno scatto accidentale.

Il fatto è che il fotografo non era pronto: all’epoca scattare una fotografia era un’operazione molto più lenta e complessa rispetto ad oggi, ma solitamente se ne aveva tutto il tempo, perchè le orazioni che venivano pronunziate in quelle occasioni erano lunghissime, duravano ore e ore.

E invece quel giorno il presidente, sorrendendo il fotografo ma certamente non solo lui, tenne un discorso-lampo di meno di trecento parole, che presumibilmente durò meno di tre minuti sebbene interrotto per cinque volte dagli applausi: quasi come se oggi un discorso solenne stesse tutto in un “tweet”.

Probabilmente la eccezionale brevità di quel discorso, del quale martedi' l’America celebra il centocinquantennale, contribuì al suo successo: ne agevolò la diffusione e la memorizzazione, nell’immediatezza e nelle generazioni a seguire. Quelle parole riecheggiano ancora, persino da questa parte dell’ Atlantico, anche se il loro significato e la ragione della loro importanza tende da queste parti ad essere sconosciuto ai più (come del resto accade per quasi tutto ciò che attiene la Guerra Civile Americana).
Non si può capire il senso e lo spirito di quel discorso senza fermarsi prima per un istante a riflettere su quanto poco scontata fosse, all’epoca, l’idea che l’America dovesse considerarsi un’unica “nazione”, e non semplicemente una grande aggregazione di Stati, e che i suoi abitanti costituissero un unico “popolo degli Stati Uniti d’America”, e non una alleanza tra il popolo della Virginia, quello del Vermont, quello del Sud Carolina, quello del Massachusetts e cosi’ via. Può suonare scontato alle nostre orecchie ora; ma a quell’epoca era un problema, tanto grave che in un certo senso era anche per via di quel problema che si era finiti per combattere una Guerra Civile terrificante, nella quale erano morti più americani di quanti non ne sarebbero morti nelle due Guerre Mondiali messe assieme.

La Guerra Civile non era scoppiata per una disputa sulla abolizione della schiavitù (questione dalla quale anche Lincoln, come tutti i suoi predecessori, si era tenuto alla larga il più possibile, e che infine aveva affrontato per ragioni tattiche più che strategiche); ciò su cui l’America si era divisa fino allo scontro armato (e al bagno di sangue) era una questione ben diversa, ossia fino a che punto quella nuova e strana Unione che si stava sperimentando privasse i singoli Stati che ad essa partecipavano della loro sovranità e della loro autonomia. Se l’Unione era solo un patto fra Stati, allora era come un matrimonio civile, che contemplava la separazione dei beni e financo il divorzio. Se invece era da considerare come una fusione irreversibile, allora nessuno Stato membro poteva chiamarsi fuori: sarebbe stato come lo smembramento di un corpo.

La generazione precedente aveva dibattuto su questo con una intensità intellettuale impressionante. Chi, con l’ex vicepresidente John C. Calhoun, era convinto che la sovranità fosse rimasta ai singoli Stati, vedeva il governo federale come una sorta di amministrazione di un titanico condominio; ed oggettivamente aveva dalla propria parte la realtà costituzionale delle origini (Alexis de Tocqueville, nel suo celebre “La Democrazia in America” scritto proprio negli anni di quella grande disputa, aveva notato che coloro che avevano scritto la Costituzione degli Stati Uniti “si erano sforzati di dare al governo federale un’esistenza a parte e una forza preponderante”, ma più di tanto non lo avevano potuto fare “poiché non erano incaricati di costituire il governo di un popolo unico, ma di regolare l’associazione di parecchi popoli”).

Lincoln apparteneva invece alla fazione opposta, quella di chi, come il Segretario di Stato Daniel Webster, era convinto che gli americani si fossero uniti in un unico popolo prima ancora di dotarsi di una Costituzione, e che l’Unione cui essi avevano dato vita era un organismo del quale il governo federale rappresentava non una derivazione, bensì il cervello e la spina dorsale.

Nel discorso inaugurale della sua presidenza, pronunciato il 7 marzo del 1862 davanti ad un Campidoglio ancora privo della cupola, Lincoln si era pronunciato contro l’idea di vedere gli Stati Uniti come “un’associazione di Stati basata semplicemente su un contratto”, ed aveva giurato fedeltà a “il mio vero, legittimo padrone: il popolo americano”.

E’ lì tutto il senso del mitico discorso di Gettysburg. Lincoln aveva capito che non bastava vincere la guerra degli eserciti: occorreva vincere anche quella delle idee. Quel giorno di centocinquanta anni fa, su quel campo di battaglia trasformato in cimitero di caduti del Nord e del Sud, il presidente – in un’epoca nella quale i presidenti si affidavano ancora al proprio talento, senza ricorrere a tanti speechwriter e ghostwriter – spiega in breve che nella guerra in corso si deciderà se la traiettoria del grande esperimento americano dovrà prendere la direzione della dissoluzione o quella del consolidamento; e spiega che se quella che si è consumata su quel campo di battaglia non è solo una vittoria militare, allora quello americano dovrà considerarsi un unico popolo, e non “l’associazione di parecchi popoli” raccontata da Tocqueville.

La chiave di quel discorso sta quindi già nella sua apertura, che rinvia ad ottantasette anni prima, ossia al 1776 della Dichiarazione di Indipendenza, quasi a sottolineare che l’atto di nascita dell’Unione è quello, e non la Costituzione:

«Sedici lustri e sette anni or sono i nostri padri diedero vita su questo continente una nuova nazione, concepita nella Libertà e guidata dal principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, che proverà se quella nazione, o qualunque nazione così concepita e guidata, possa vivere a lungo»

Su questa premessa, bastano poche frasi per far esplodere l’epilogo trionfale:

«Tocca ora a noi qui il votarci al grande compito che abbiamo davanti: che da questi morti onorati ci venga un'accresciuta dedizione a quella causa per la quale essi diedero l'ultima estrema misura di dedizione; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, sotto la guida di Dio, abbia una nuova nascita nella libertà; e che l’idea di un governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo, non scompaia dalla terra».

Fino ad allora, “The United States of America” era un termine plurale, come lo è ancora per noi che non avendo vissuto quel conflitto non vediamo ragione di fare diversamente;  ma là, da allora in poi, la grammatica cedette il passo alla Storia, e “The United States of America” è stato ed è considerato un termine singolare: “The United States of America is” (non “are”) “a Free Government”. Christopher Hitchens qualche anno fa riassunse tutto ciò in quattro parole: “no Lincoln, no nation”.