Il duello Erdogan-Trump

La crisi turca preoccupa gli investitori. Obbligatorio un rialzo dei tassi di almeno il 10% per fermare la caduta libera della lira. Il presidente turco minaccia quello Usa: cercheremo nuovi amici. Alleanza Nato a rischio
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Quanto sarà disposto Recep Tayyip Erdogan a sopportare la "guerra economica" che secondo lui è stata lanciata dagli Stati Uniti contro la sua Turchia? Quanto la crisi finanziaria di Ankara si allargherà nei mercati emergenti e nel Mediterraneo? Quando e quali misure estreme verranno adottate per calmare la situazione? Sono questi gli interrogativi che rimbalzano da una sala operativa all'altra dopo un venerdì 10 agosto in cui la lira turca a un certo punto era arrivata a cedere il 20% contro il dollaro. Un biglietto verde alla fine della giornata comprava 6,43 lire, il 41% in meno da inizio anno.

Per un sistema finanziario, quello turco, pesantemente esposto ai tassi di interesse e di cambio, la situazione è seria. Non a caso il presidente turco Erdogan sabato ha parlato dei cambi valutari e del dollaro forte come "uno strumento per lo sfruttamento", come "proiettili, palle di cannoni e missili della guerra iniziata contro di noi".

Tra gli investitori, il timore è che la crisi valutaria si trasformi in una crisi debitoria e di liquidità con possibili fallimenti di aziende indebitate in valuta straniera e di banche. Per questo c'è chi pensa a un potenziale bailout da parte del Fondo monetario internazionale, all'introduzione di controlli sui capitali e, prima di tutto, a un rialzo significativo dei tassi lasciati recentemente a sorpresa al 17,75%. D'altra parte l'inflazione viaggiava al 16% a luglio. Una stretta monetaria di 10 punti percentuali sarebbe vista come un buon inizio per fermare la caduta libera della lira. Resta da vedere se Erdogan, contrario a un aumento del costo del denaro, lo permetterà visto che l'indipendenza della banca centrale è già stata messa in discussione sin dalla sua rielezione il 25 giugno scorso.

Nel frattampo Erdogan ha risposto con una minaccia al raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio turchi voluti da Trump (teoricamente per motivi di sicurezza nazionale ma in pratica per la mancata liberazione di un pastore evangelico americano, simbolo di una fetta importante dell'elettorato trumpiano). Con un editoriale sul New York Times, il presidente turco ha detto: "Se il trend di questo unilateralismo e mancanza di rispetto non viene invertito, inizieremo a guardarci in giro cercando nuovi amici e alleati". Dalla località Rize, nel Nord-Est del Paese, Erdogan ha poi fatto capire a chi si riferisce: "Ci stiamo preparando a scambi in valute locali con i paesi con cui abbiamo il maggiore volume di scambi, come Cina, Russia, Iran e Ucraina". Si tratta di nazioni su cui gli Usa, per motivi diversi, sono molto concentrati: Pechino è protagonista di tensioni commerciali con Washington, Mosca sta per essere punita da nuove sanzioni Usa e Teheran è l'arcirivale di un Trump che da novembre punirà chi non avrà ridotto a zero le importazioni di greggio iraniano. Kiev viene difesa da quando la Russia, nel marzo 2014, ha annesso la penisola di Crimea.

Erdogan è stato chiaro: la Turchia, con il secondo maggiore esercito nella Nato dopo quello Usa, "non accetterà mai l'ordine che ha dichiarato una guerra economica al mondo intero e che tiene i paesi ostaggio con le minacce di sanzioni", facendo riferimento agli Stati uniti.

Il fatto che venerdì il presidente turco abbia fatto leva sul nazionalismo incitando i cittadini a convertire dollari ed euro in lira non ha certo rassicurato. Nemmeno il fatto che come ministro delle finanze Erdogan abbia scelto il genero Berat Albayrak fa stare tranquilli. Questo perché dopo le elezioni del 25 giugno scorso, Erdogan ha formalmente centralizzato il governo sotto la sua presidenza, una presidenza con poteri ampliati e che è vista dagli economisti come una minaccia all'economia (ormai politicizzata) di una nazione che da anni aveva aspirazioni per diventare membro Ue.

La relazione Usa-Turchia

Ma quando la relazione tra Usa e Turchia ha iniziato a deteriorarsi? Secondo alcuni storici, nel 2003 quando i turchi negarono ai soldati americani di passare attraverso la Turchia durante l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione capitanata dagli Stati Uniti.

Le tensioni sono aumentate dopo il fallito tentativo di colpo di stato del luglio 2016, quando il governo turco insinuò che quello statunitense era coinvolto. Allora Barack Obama si rifiutò di estradare l'imam turco Fethullah Gulen, accusato da Ankara di avere orchestrato il fallito colpo di stato; di conseguenza Erdogan disse che gli Usa erano complici. Il 77enne in un auto-esilio in Pennsylvania dal 1999 era un tempo alleato dello stesso Erdogan.

Il presidente turco, inoltre, non ha gradito la decisione dell'amministrazione Trump del 2017 di armare miliziani curdi in Siria impegnati a lottare contro l'Isis. Per Erdogan, sono legati al movimento separatista curdo che la Turchia considera un'organizzazione terrorista.

Quando, nel settembre 2017, la Turchia ha siglato un accordo per comprare dalla Russia un sistema missilistico terra-aria, sono stati gli Usa a reagire male. Il Congresso da allora ha bloccato le consegne di caccia F-35 ad Ankara fino a quando non verrà cancellato il contratto con Mosca.

Ora Erdogan non accetta che la sua allenza con gli Usa nella Nato sia messa in gioco per un pastore evangelico. Trump sempra disposto a ricorrere a una linea dura. E non è solo. Il vicepresidente Mike Pense e il segretario di Stato Mike Pompeo sono cristiani evangelici, un gruppo di elettori chiave per il presidente Usa. Anche in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

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