Il mea culpa di Bannon: il figlio di Trump è un "patriota"

L'ex stratega di Trump chiarisce le sue dichiarazioni controverse che hanno fatto infuriare il presidente. Lui si difende: critiche rivolte a Manafort, ex direttore della campagna elettorale dell'attuale leader Usa

Alla fine un mea culpa esplicito di Steve Bannon è arrivato. L'ex stratega scomunicato da Donald Trump per avere rilasciato commenti controversi all'autore del libro "Fire and Fury", ha fornito spiegazioni che sembrano pensate per ricucire i rapporti (mai idialliaci, nemmeno quando era alla Casa Bianca) con la famiglia del 45esimo presidente americano. Resta da vedere se Trump e suo figlio accetteranno le scuse e come lo faranno.

In una lunga dichiarazione fornita in esclusiva ad Axios, sito ben informato su quanto succede e si dice a Washington, colui che nell'agosto 2016 fu reclutato da Trump per dirigere la fase finale della sua campagna elettorale ha espresso "pentimento" e ha lodato Donald Trump Jr, definendolo un "patriota" e un "buon uomo" che "senza mai mollare un colpo ha promosso il padre e l'agenda che ha aiutato a rilanciare il Paese".

Si tratta di parole ben diverse da quelle contenuto nel libro di Michael Wolff e con cui ha definito "sovversivo" e "antipatriottico" l'incontro alla Trump Tower avvenuto nel giugno 2016 - in piena campagna elettorale - tra il figlio del presidente, il genero Jared Kushner e il direttore della campagna Paul Manafort da un lato e dall'altro russi convinti di avere informazioni compromettenti sulla candidata democratica Hillary Clinton.

Bannon ha fatto riferimento a una sua intervista alla trasmissione 60 Minutes, citata dalla stessa Casa Bianca per dimostrare l'apparente contraddizione tra quanto emerso dal libro e quanto detto in passato. Bannon ha ripetuto che "non c'è stata collusione" tra la campagna Trump e Mosca e che le indagini in corso sono "una caccia alle streghe", proprio come sostiene il presidente Usa. Peccato che, stando al Los Angeles Times, il procuratore speciale che si sta occupando del Russiagate ha chiesto di interrogare di nuovo almeno uno dei partecipanti a quell'incontro alla Trump Tower.

Bannon ha fatto riferimento a commenti controversi nel libro dicendo che sono nati "dalla mia esperienza di funzionario della Marina a bordo di un cacciatorpediniere la cui missione principale era scovare sottomarini sovietici...durante gli anni Reagan, quando il nostro focus era sconfiggere 'l'impero del male'". Per l'ex stratega di Trump, le sue parole dette a Wolff erano rivolte a Manafort, l'ex direttore della campagna elettorale del magnate dell'immobiliare newyorchese e finito ai domiciliari con varie accuse tra cui complotto contro gli Usa. Per Bannon, Manafort è un "professionista maturo di campagne [elettorali] con esperienza e conoscenze su come la Russia agisce. Avrebbe dovuto sapere che [i russi] sono sleali, furbi e che non sono nostri amici". Insomma, le dichiarazioni rilasciare nel libro "Fire and Fury" "non erano rivolte a Don Jr". E per questo, "mi pendo della mia risposta tardiva a una copertura mediatica inaccurata riguardante Don Jr, che ha spostato l'attenzione dai risultati storici del presidente nel suo primo anno di presidenza".

Mentre la Casa Bianca continua a screditare un libro diventato best seller e il suo autore dai metodi discutibili, Bannon ha spiegato che il suo "supporto per il presidente e la sua agenda è inamovibile, come ho dimostrato quotidianamente nelle mie trasmissioni in radio, sulle pagine di Breibart News e nei discorsi e nelle comparse fatte da Tokyo a Hong Kong all'Arizona e all'Alabama".

Il mea culpa di Bannon, arrivato a rischiare il posto a Breitbart, è la conferma di una reazione tiepida mostrata nelle ore successive all'attacco rivoltogli da Trump non appena erano iniziati a emergere stralci del libro controverso. Parlando ai microfoni di  Breibart sembrava avere voluto sminuire "le cose bollenti" che "vengono dette" quando il pensiero di Trump viene condizionato dalla "palude" di Washington. Come a dire che giustificava la durissima reazione del presidente.

Ad Axios, il rappresentante dell'America di ultra destra ha ripetuto che Trump "era il solo candidato che avrebbe potuto farcela e sconfiggere l'apparato Clinton". Bannon considera sé stesso come "l'unica persona ad oggi che guida uno sforzo globale per predicare il messaggio di Trump e il Trumpismo e resto pronto a fare parte di una rottura per fare in modo che gli sforzi del presidente rendano l'America great again".

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