Il New York Times incalza Obama: "basta parole, sulle nozze gay passi ai fatti"

Passata la festa, il principale quotidiano liberal del Paese sfida il presidente ad abbandonare la linea prudente che relega la questione nella competenza dei singoli Stati, e a trasferirla sul piano costituzionale e quindi nazionale

Basta con le parole: se davvero crede che l’accesso per gli omosessuali all’istituto del matrimonio sia un diritto civile, al pari dei pari diritti politici degli afroamericani per i quali Martin Luther King si battè negli anni Sessanta, Barack Obama passi ai fatti, attivandosi per ottenere che ciò venga attuato in tutti gli Stati Uniti. E’ questo, in sintesi, il messaggio che un editoriale del New York Times lancia alla Casa Bianca in questo lunedì che apre la prima vera settimana di lavoro del secondo mandato di Obama, dopo quella scorsa in buona parte dedicata ai festeggiamenti dell’Inauguration.

Il corsivo del NYT si apre citando il passaggio del discorso di inaugurazione del presidente che ha fatto più discutere: quello in cui Obama ha affermato l’esistenza di un unico ideale “percorso” che “passa da Seneca Falls, da Selma e da Stonewall”, senza aver percorso l’ultima tappa del quale “il nostro viaggio non sarà completo”.

Seneca Falls è la località nello Stato di New York che ospitò nel lontano 1848 la prima convention Americana per i diritti delle donne, che a partire da lì si mobilitarono per il diritto al voto; Selma è una città dell’Alabama nella quale nel 1965 una marcia pacifica per i diritti degli afroamericani, alla quale partecipava lo stesso Martin Luther King, venne brutalmente repressa dalla polizia; lo Stonewall Inn è il nome di un locale gay del Greenwich Village dove nel 1969 la reazione ad una retata della polizia diede il via all’attivismo per i diritti degli omosessuali. 

Molti la settimana scorsa hanno applaudito alla coraggiosa affermazione del presidente; ma questo editoriale del NYT di oggi, intitolato “Oltre il “da-Selma-a-Stonewall”, esprime una certa insoddisfazione:

“Ora che il Presidente Obama ha dichiarato di credere che negare ai gay il diritto di sposarsi non è solo ingiusto e moralmente sbagliato, ma anche legalmente inaccettabile, la questione urgente è come egli ritiene di tradurre le proprie parole in azione. Per cominciare, dovrebbe dare impulso al suo Ministro della Giustizia di presentare una memoria scritta prendendo posizione nella causa sul referendum “Proposition 8” che verrà discussa davanti alla Corte Suprema a marzo, affermando che il divieto di matrimoni omosessuali approvato dagli elettori della California è incostituzionale”.

Pare quindi riaprirsi una questione che pareva essersi sopita.
Quando a maggio, con una apposita intervista televisiva (preceduta dall’ormai celebre “tweet più retweettato della Storia”) annunciò all'America di aver cambiato idea e di essendo divenuto favorevole al riconoscimento dei matrimoni omosessuali, Obama si limitò in realtà ad esprimere una "opinione personale", guardandosi bene dall’affermare che l'accesso al matrimonio per gli omosessuali fosse giuridicamente equiparabile ad un diritto civile, e che quindi si trattasse un diritto fondamentale da garantire in tutti i cinquanta Stati. Di fatto, si collocò invece sulla prudentissima posizione di rispetto dell'autonomia federalista di ogni singolo Stato, lasciando che ciascuno regoli come crede questa materia, limitandosi ad auspicare che ognuno dei 50 Stati riconosca agli omosessuali l’accesso all’istituto del matrimonio, ma implicitamente riconoscendo che ogni Stato ha il diritto di fare tutt’altro.

Da sinistra si alzarono immediatamente delle accese accuse di ipocrisia e cerchiobottismo: sul sito Mother Jones, ad esempio, uscì una catilinaria dal caustico titolo “Obama a favore dell’uguaglianza nel matrimonio… ma non per tutti”, in cui si ricordava che dirsi personalmente a favore lasciando però la questione alle iniziative dei singoli Stati era di fatto la stessa posizione già espressa otto anni prima dal vicepresidente repubblicano Dick Cheney; sul celebre blog radical Gawker, quello di Obama venne liquidato senza mezzi termini come un "annuncio-stronzata", facendo presente che se ci si fosse fermati all'antico rispetto per l'autonomia dei singoli Stati, in molti di essi ci sarebbe ancora la segregazione razziale, e l'aborto sarebbe ancora fuorilegge.

Subito Obama tentò di lenire quel malcontento sul piano retorico, avvalendosi proprio dell’accostamento con “Seneca Falls, Selma e Stonewall” che utilizzò per la prima volta pochi giorni dopo in un discorso che tenne al liceo femminile Barnard di New York: lo stesso accostamento che ha rispolverato nel suo discorso inaugurale una settimana fa, divenendo il primo presidente nella storia a menzionare al parola gay in un simile contesto. Nella sostanza, la sua posizione non è mutata; ma sul piano della comunicazione questo escamotage pare aver funzionato, perché la comunità gay ha sostenuto in tutti i modi la sua rielezione.

Le critiche parevano quindi relegate in una irrilevante nicchia di estrema sinistra massimalista, e l’inquadramento del problema come una questione da decidere Stato per Stato senza imposizioni da Washington, ribadita dal portavoce del presidente Jay Carney il giorno dopo l’inaugurazione, pareva ormai pacificamente metabolizzato – fino ad oggi, con questo editoriale sul principale quotidiano liberal del Paese.