Stefano, regista italiano ci ha raccontato la sua storia e chiesto se sia possibile realizzare il sogno del palcoscenico negli States
Sono un "giovane" regista di teatro. In verità ho 33 anni, ma da queste parti non si è mai maturi per il mestiere, quindi si rimanda, si prende tempo. Da quando mi sono diplomato all'Accademia di Roma, ormai 12 anni fa, ho sempre fatto da solo:costituito una compagnia stabile (11 dipendenti a tempo pieno), fondato un teatro e senza aiuto di nessuno oggi riesco (riusciamo) a sopravvivere. Mi occupo di produzione e regia di spettacoli, di formazione per tutte le età e soprattutto lavoro in ambito sociale ... Fino ad oggi sono riuscito ad avvicinarmi al mestiere solo sopravvivendo, ma inizio ad avere un'età, vorrei mettere su famiglia e soprattutto ricevere quel rispetto che solo quando sono stato all'estero ho trovato. In Francia, in Germania, perfino in Polonia e Ucraina ci si approccia a chi fa questo lavoro come a qualsiasi altro professionista. Con cura e attenzione. In Italia tutto questo te lo scordi e sono stanco. Le relazioni sono offuscate dalla mia mancata presenza in tv e dal fatto che non ho una spinta dall'alto. "Chi sei?Non ti conosco!" A me non interessa tutto questo. Vorrei solo lavorare e vivere del mio lavoro. A me interessa solo lavorare quindi, nel modo più duro e serio possibile, ma riconosciuto, tutto qui. Il paese dell'arte non ha più cura delle sue creature. Allora vado via! …
Col pianto nel cuore mi-vi chiedo:
Con la stessa energia che qui impiego per far vivere un teatro, 11 dipendenti, tre spettacoli in contemporanea in tournèe, decine di corsi di teatro e tanti altri progetti nel sociale, in America come vivrei? Sarebbe considerato un valore il mio lavoro?
Stefano
Per rispondergli, abbiamo parlato con Alexander Blaise (francese con la mamma di Ercolano, una vita spesa tra Parigi, gli Stati Uniti e l'Italia) e Olmo Cefa (un destino scritto nel nome: sua madre rimase stregata da "1900" di Bernardo Bertolucci e decise di chiamarlo come il protagonista), due attori diventati amici sul set di "Law and Order".
Entrambi chiariscono che tentare la carriera del palcoscenico a Broadway o Hollywood non è affatto facile. E danno un consiglio: "venite preparati", la vita non è un film, capita solo raramente di arrivare in città, conoscere la persona giusta e diventare famoso nel giro di pochi mesi. "Molti a un certo punto lasciano perdere, perché si rendono conto che ci vuole troppa fatica e i risultati alle volte non sono proporzionati allo sforzo", dice Blaise, che poi aggiunge con un sorriso: "ma quando si riesce a ottenere una parte la sensazione è inesprimibile".
A New York, però, bisogna arrivarci. Il primo passo è regolarizzare la propria posizione: senza Green Card o senza un visto "O-1", quello per gli artisti, non si può lavorare (o meglio non si può ricevere compensi). "La cosa migliore è venire per alcuni mesi, per capire se è il posto e la vita che fa per te, per vedere se la tensione è troppa o se ti innamori della città", dice Alexander. Per un periodo di prova, va bene anche il visto “B1” – per chi viaggia per motivi lavorativi o turistici per un periodo di tempo determinato - o un visto "J1" per gli studenti, qualora si sia iscritti a un corso in una scuola di recitazione o un'università (vai alla pagina sui visti). "Venire negli Stati Uniti è stato il proseguimento logico di quello che avevo fatto in Europa. Qui non è cambiato il mio modo di essere, non sono cambiato come persona, ma sono cresciuto tantissimo come attore", racconta Olmo.
Una volta arrivati, spiega Blaise, i primi passi sono quasi obbligatori, "inutile tentare scorciatoie, perché alla fine non funzionano": seguire almeno qualche corso per perfezionare la tecnica e mettere a punto la lingua: non importa cancellare l'accento, ma il parlato deve essere chiaro e perfettamente comprensibile, perché "la lingua è fondamentale, anche se la parte che si ottiene è piccola e non si hanno battute da recitare, il regista e la troupe parlano in inglese". Poi bisogna farsi fare degli "headshot" (la foto a mezzobusto, meglio se un intero book fotografico) e compilare il curriculum. "Sembrano due cose banali, ma non lo sono affatto. Per essere presi in considerazione, il curriculum non può essere vuoto, neppure se si è giovani, e l'headshot è il tuo biglietto da visita, deve essere fatta da un professionista, non può essere un'immagine amatoriale, è una questione di marketing", spiega Alexander.
Per fare esperienza per aspiranti attori ci sono varie strade possibili: gli "student film" (quelli girati dagli studenti delle scuole di regia), le piccole produzioni indipendenti, le rappresentazioni teatrali di piccole compagnie, le serate "open mike" nei locali (quelle dove chiunque può salire sul palco e intrattenere il pubblico). "Spesso non sono retribuite, ma servono per dare spessore al curriculum", dice Cefa. Cosa ci vuole per sfondare? "Soprattutto dedizione, disciplina, amore e la capacità di sviluppare al massimo il proprio aspetto o qualità particolare, quel qualcosa che ti rende unico e ti fa ricordare, per me è stato il sapere più lingue e quindi diversi accenti per esempio", racconta Blaise.
Nei racconti di Alexander e Olmo le parole più ricorrenti sono passione, intelligenza (anche nel senso di comprendere i propri limiti e ammettere a se stessi se si è veramente tagliati per questo mestiere), sacrificio, entusiamo. E contatti. "Avere un network, conoscere e farsi conoscere, è fondamentale. Per sapere cosa succede, dove sono le audizioni e per potervi partecipare", dice Alexander, secondo cui si può provare a farsi strada da soli (ci sono per esempio siti come Backstage, Actor Access e Casting Networks con gli elenchi aggiornati delle audizioni), ma è infinitamente meglio cercarsi un manager (una persona che ti segue a 360°, che ti dice quali sono le tue debolezze e i punti di forza, oltre a cercarti parti) o un agente (ha un approccio più "manageriale", cerca e ti iscrive alle audizioni). Ci sono elenchi costantemente aggiornati per sceglierne uno ed entrambi vanno pagati, ma lavorano su commissione (circa il 10% l'agente, il 15-20% il manager) e non vanno mai pagati in anticipo: "mai firmare qualcosa subito e sempre fare in modo che dal contratto ci sia una via di uscita", dice Alexander, secondo cui una buona cosa è "seguire lezioni di 'auditioning', per imparare come si fa un'audizione".
E voi cosa ne pensate? Volete lavorare nel teatro o nel cinema? Raccontateci le vostre esperienze e i vostri sogni. Qui o su Facebook.














