Il rischio degli Usa in Iraq: i vecchi nemici sono ora alleati

Le truppe Usa addestrano ex membri di milizie sciite filoiraniane
U.S. Department of Defense

In Iraq, gli Stati Uniti stanno addestrando e condividendo informazioni d'intelligence con ex membri di milizie sciite appoggiate dall'Iran, che una volta combattevano e uccidevano soldati statunitensi. Una coalizione di ex comandanti delle milizie dovrebbe poi essere tra i vincitori delle elezioni politiche di sabato, che le darà ancor più potere. A parlarne è un articolo del New York Times.

Lo scorso anno, il Congresso statunitense ha approvato lo stanziamento di 3,6 miliardi di dollari per l'addestramento e l'equipaggiamento delle forze di sicurezza irachene, con una priorità garantita alle unità sotto il ministro dell'Interno, Qassim al-Araji, detenuto due volte, per un totale di 23 mesi, nella prigione statunitense di Camp Bucca durante la guerra, perché accusato di contrabbando di bombe che hanno poi ucciso soldati statunitensi. I fondi sono indirizzati anche alle guardie al confine con la Siria, dove Stati Uniti e Iraq temono l'Isis e che l'Iran considera come un corridoio per spostare combattenti e armi verso Siria e Libano.

Per molti di questi ex miliziani, le forze statunitensi devono restare. "Tutti abbiamo fatto degli errori, gli americani e anche noi" ha commentato Hadi al-Ameri, leader dell'Organizzazione Badr, la più grande tra le milizie sciite che ha partecipato alla lotta contro l'Isis e capo dell'alleanza politica degli ex membri, conosciuta come Fatah. "Abbiamo bisogno del loro aiuto".

Il voto di sabato dirà molto sul futuro dei soldati statunitensi in Iraq: dovesse vincere Fatah, di cui fa parte anche il ministro dell'Interno, o l'attuale primo ministro, Haider al-Abadi, la partnership militare tra i due Paesi andrà avanti. Gli analisti politici locali, però, credono che il precedente primo ministro, Nuri al-Maliki, che domandò il ritiro delle truppe statunitensi nel 2011 ed è ancora strettamente legato all'Iran, possa avere un ruolo nel fermare la crescente influenza statunitense nel Paese, combattuta da Teheran.

Negli Stati Uniti, non tutti sono d'accordo con questa collaborazione. "È una follia" ha detto Michael Pregent, ufficiale dell'intelligence militare in pensione, con un passato in Iraq. "Gli americani ora siedono con un vice di Qassim Suleimani", il leader delle Guardie della rivoluzione islamica, considerata un'organizzazione terroristica dal governo degli Stati Uniti, da cui questi ex miliziani iracheni venivano addestrati, finanziati e armati. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno annunciato la chiusura del comando per le forze di terra in Iraq, attivo dal 2014. Questa mossa dovrebbe portare alla riduzione del numero di soldati nel Paese, che sono attualmente circa cinquemila; durante il massimo sforzo, nel 2007, la presenza statunitense era di circa 170.000 soldati.


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