Il taglio dei tassi 'preventivo' della Fed

Attesa il 31 luglio la prima riduzione del costo del denaro dalla fine del 2008. L'economia Usa tiene ma i rischi sono aumentati
AP

Un taglio dei tassi preventivo. E' quello che la Federal Reserve si appresta (salvo sorprese clamorose) ad annunciare il 31 luglio. Sarà la prima riduzione del costo del denaro dal dicembre del 2008, quando fu portato al minimo storico dello 0-0,25%. Ora è al 2,25-2,5%.

Rispetto ad allora, quando l'economia statunitense era nel pieno della Grande Recessione, il quadro è decisamente diverso. Gli Stati Uniti sono entrati nell'undicesimo anno di espansione (un record), vantano un tasso di disoccupazione a livelli bassi quasi mai visti (al 3,7%) e l'azionario americano viaggia non lontano dai massimi storici. Eppure la banca centrale americana sta per diventare formalmente "colomba" dopo avere adottato lo scorso gennaio un approccio decisamente più prudente rispetto a quello sposato nel 2018, quando  aveva alzato i tassi quattro volte.

Il cambio di rotta della Fed sta nel fatto che "è meglio agire preventivamente invece di aspettare che il quadro economico peggiori sempre di più". Quando il 25 giugno scorso il governatore della Fed, Jerome Powell, aveva pronunciato queste parole, il suo era un discorso accademico, come accademico è stato quello di John Williams, il presidente della Fed di New York che il 18 luglio successivo spinse i mercati a scommettere in un taglio dei tassi di 50 punti base per avere detto che una banca centrale deve agire "rapidamente" quando l'economia si indebolisce. L'istituzione newyorchese fu costretta a sottolineare che le sue parole non facevano riferimento alla riunione cruciale della Fed. Eppure esse dimostrano l'approccio diverso adottato dalla Fed.

Powell ha più volte parlato di un aumento delle incertezze che rischiamo di compromettere l'outlook dell'economia Usa. Anche il Fondo monetario internazionale, che questo mese ha limato le stime di crescita globale per il 2019, ha fotografato un aumento dei rischi rispetto alla scorsa primavera. Rischi legati soprattutto a fattori globali, in primis le tensioni commerciali. E' vero che il 29 giugno scorso il presidente americano, Donald Trump, e quello cinese, Xi Jinping, hanno siglato una nuova tregua. Ed è vero che i negoziati sono formalmente ripresi ma non c'è alcuna garanzia che un accordo tra le due maggiori economie al mondo sia a portata di mano. Anzi. Trump nel fine settimana è tornato a insinuare che Pechino attenderà l'esito delle prossime elezioni presidenziali americane prima di siglare un'intesa. Nel frattempo le importazioni cinesi di semi di soia sono scese ai minimi di almeno il 2004 nella prima metà del 2019. E a farne le spese sono stati soprattutto gli agricoltori Usa. C'è poi il rischio che salti l'intesa raggiunta tra Messico e Usa (riduzione dei flussi migratori in cambio della rimozione temporanea di una minaccia di dazi).

A tutto ciò si aggiunge il mistero dato dai salari che in Usa restano al palo. La cosiddetta Philip Curve (quando la disoccupazione scende, l'inflazione sale) sembra non funzionare più. Lo ha detto lo stesso Powell al Congresso, quando ha promesso di fare di tutto per evitare che le aspettattive sull'inflazione calino. Il suo obiettivo è evitare l'esperienza giapponese. L'inflazione bassa è la giustificazione principale usata da Trump per dire che i tassi vanno tagliati. Dopo mesi di attacchi contro Powell e la Fed, il presidente Usa potrebbe ottenere quello che da mesi chiede a colpi di tweet. Ma a dettare la politica monetaria americana non è l'inquilino delle Casa Bianca ma una banca centrale che vuole prevenire, piuttosto che curare. Con un taglio dei tassi preventivo, appunto. Portata a casa una riduzione del costo del denaro, probabilmente di 25 punti base, gli investitori si ritroveranno alle prese con altri interrogativi. E' stato un taglio una tantum? O il primo di un ciclo accomodante? Tutto dipenderà dai dati economici, Powell tornerà a dire.